Le parole perdute in Serbia
di GIGI RIVAL'autocrazia il presidente della Repubblica Aleksandar Vucic tra Putin e la Cina
Le parole definiscono il mondo. Quando il loro significato viene tradito, è Babele. Esiste in Serbia il Partito progressista (Sns), nei fatti una formazione populista, autoritaria, liberticida e di destra il cui leader incontrastato è il presidente della Repubblica Aleksandar Vucic. Alle elezioni di domenica scorsa ha ottenuto il 62,6 per cento di voti, una riedizione aggiornata ai tempi attuali delle proverbiali "maggioranze bulgare".
Tradotto in seggi: 189 sui 250 disponibili, largamente oltre i due terzi necessari per poter cambiare la Costituzione e dare ancora più prerogative al Capo dello Stato. Molto distanziato l'alleato di governo, il partito socialista, senza alcuna identità di sinistra in realtà, del ministro degli Esteri Ivica Dacic, 10,9 per cento e 32 seggi. Il fronte variegato e diviso delle opposizioni ha optato per il bojkot e rivendica la bassa affluenza, ferma al 47,7 per cento. Da capire in realtà se la diser…
Tradotto in seggi: 189 sui 250 disponibili, largamente oltre i due terzi necessari per poter cambiare la Costituzione e dare ancora più prerogative al Capo dello Stato. Molto distanziato l'alleato di governo, il partito socialista, senza alcuna identità di sinistra in realtà, del ministro degli Esteri Ivica Dacic, 10,9 per cento e 32 seggi. Il fronte variegato e diviso delle opposizioni ha optato per il bojkot e rivendica la bassa affluenza, ferma al 47,7 per cento. Da capire in realtà se la diser…
Le parole definiscono il mondo. Quando il loro significato viene tradito, è Babele. Esiste in Serbia il Partito progressista (Sns), nei fatti una formazione populista, autoritaria, liberticida e di destra il cui leader incontrastato è il presidente della Repubblica Aleksandar Vucic. Alle elezioni di domenica scorsa ha ottenuto il 62,6 per cento di voti, una riedizione aggiornata ai tempi attuali delle proverbiali "maggioranze bulgare".
Tradotto in seggi: 189 sui 250 disponibili, largamente oltre i due terzi necessari per poter cambiare la Costituzione e dare ancora più prerogative al Capo dello Stato. Molto distanziato l'alleato di governo, il partito socialista, senza alcuna identità di sinistra in realtà, del ministro degli Esteri Ivica Dacic, 10,9 per cento e 32 seggi. Il fronte variegato e diviso delle opposizioni ha optato per il bojkot e rivendica la bassa affluenza, ferma al 47,7 per cento. Da capire in realtà se la diserzioni dei seggi non sia piuttosto frutto dell'emergenza coronavirus.
Oltre alle sigle dei partiti, c'è un altro termine che ha perso di senso nel Paese, ancora più decisivo: democrazia. Freedom House ha recentemente declassato la Serbia a "regime ibrido", non succedeva dal 2003, in piena transizione post regime di Slobodan Milosevic. Reporter senza frontiere la colloca al 93° posto quanto a libertà di stampa. Viene in soccorso il vocabolo "democratura", coniato dal grande balcanico Predrag Matvejevic. Altri se ne potrebbero usare: "dittatura soft". Oppure, "autocrazia", a sottolineare l'abnorme potere di Vucic.
Aleksandar Vucic, 50 anni, aveva appena smesso i pantaloni corti quando lavorò come giornalista a Pale, l'autoproclamata "capitale" dei serbi di Bosnia, da dove si bombardava Sarajevo. A soli 23 anni fu eletto all'Assemblea nazionale tra le file del Partito radicale di Vojislav Seselj, condannato per crimini contro l'umanità. Risale al 1995 una sua frase terribile che pronunciò in Parlamento alcuni giorni dopo il massacro di Srebrenica: "Per ogni serbo ucciso, ammazzeremo cento musulmani". Fu ministro dell'Informazione per Milosevic durante la guerra del Kosovo e i bombardamenti Nato su Belgrado, quando affinò le tecniche per mettere il bavaglio ai media. Esperienza tornata utile ora per varare una legge contro chi osa pubblicare notizie sul Covid 19 in contrasto con la propaganda di regime per cui la Serbia ha "il miglior sistema sanitario d'Europa". Ne ha fatto le spese la giornalista Ana Lalic, incarcerata il primo aprile per aver denunciato la mancanza di dispositivi di protezione nell'ospedale di Novi Sad e liberata grazie alle pressioni internazionali.
Rigido controllo di giornali e soprattutto televisioni, ricatti ai dipendenti pubblici timorosi di perdere il posto di lavoro in uno Stato che non brilla per salute economica (eufemismo), intimidazioni perenni degli oppositori. E tentativi di imbavagliare ogni forma di dissenso come è successo con L'Istituto di filosofia e Teoria sociale di Belgrado, fondato nel '68, pilastro del pensiero critico, liberale e di sinistra, dove il governo ha imposto uomini fedeli nel consiglio di amministrazione. Questa è la Serbia che sta trattando l'ingresso nell'Unione previsto nel 2025, ma che non ha ancora deciso la sua collocazione geostrategica.
Lo spregiudicato Vucic strizza l'occhio a Bruxelles; stringe accordi commerciali con la Cina e la ringrazia per gli aiuti ricevuti nella fase acuta della pandemia criticando nel contempo la latitanza di Bruxelles; è appena stato a Mosca assieme ad alcune unità del suo esercito per la Parata della Vittoria, ha visto Putin per ribadire la storica fratellanza slava e ortodossa; domani sarà a Washington per incontrare Trump, risoltosi a giocare un ruolo nel contenzioso sull'annoso problema del Kosovo dopo che le trattative mediate dall'Unione europea sono su un binario morto. Tutti hanno bisogno dell'uomo garante della stabilità del suo Paese e dei Balcani. Non importa a quale costo. Così riavvalorando l'amara massima di Blaise Pascal: "Non potendo fare che ciò che è giusto fosse forte, abbiamo fatto che ciò che è forte fosse giusto".
Tradotto in seggi: 189 sui 250 disponibili, largamente oltre i due terzi necessari per poter cambiare la Costituzione e dare ancora più prerogative al Capo dello Stato. Molto distanziato l'alleato di governo, il partito socialista, senza alcuna identità di sinistra in realtà, del ministro degli Esteri Ivica Dacic, 10,9 per cento e 32 seggi. Il fronte variegato e diviso delle opposizioni ha optato per il bojkot e rivendica la bassa affluenza, ferma al 47,7 per cento. Da capire in realtà se la diserzioni dei seggi non sia piuttosto frutto dell'emergenza coronavirus.
Oltre alle sigle dei partiti, c'è un altro termine che ha perso di senso nel Paese, ancora più decisivo: democrazia. Freedom House ha recentemente declassato la Serbia a "regime ibrido", non succedeva dal 2003, in piena transizione post regime di Slobodan Milosevic. Reporter senza frontiere la colloca al 93° posto quanto a libertà di stampa. Viene in soccorso il vocabolo "democratura", coniato dal grande balcanico Predrag Matvejevic. Altri se ne potrebbero usare: "dittatura soft". Oppure, "autocrazia", a sottolineare l'abnorme potere di Vucic.
Aleksandar Vucic, 50 anni, aveva appena smesso i pantaloni corti quando lavorò come giornalista a Pale, l'autoproclamata "capitale" dei serbi di Bosnia, da dove si bombardava Sarajevo. A soli 23 anni fu eletto all'Assemblea nazionale tra le file del Partito radicale di Vojislav Seselj, condannato per crimini contro l'umanità. Risale al 1995 una sua frase terribile che pronunciò in Parlamento alcuni giorni dopo il massacro di Srebrenica: "Per ogni serbo ucciso, ammazzeremo cento musulmani". Fu ministro dell'Informazione per Milosevic durante la guerra del Kosovo e i bombardamenti Nato su Belgrado, quando affinò le tecniche per mettere il bavaglio ai media. Esperienza tornata utile ora per varare una legge contro chi osa pubblicare notizie sul Covid 19 in contrasto con la propaganda di regime per cui la Serbia ha "il miglior sistema sanitario d'Europa". Ne ha fatto le spese la giornalista Ana Lalic, incarcerata il primo aprile per aver denunciato la mancanza di dispositivi di protezione nell'ospedale di Novi Sad e liberata grazie alle pressioni internazionali.
Rigido controllo di giornali e soprattutto televisioni, ricatti ai dipendenti pubblici timorosi di perdere il posto di lavoro in uno Stato che non brilla per salute economica (eufemismo), intimidazioni perenni degli oppositori. E tentativi di imbavagliare ogni forma di dissenso come è successo con L'Istituto di filosofia e Teoria sociale di Belgrado, fondato nel '68, pilastro del pensiero critico, liberale e di sinistra, dove il governo ha imposto uomini fedeli nel consiglio di amministrazione. Questa è la Serbia che sta trattando l'ingresso nell'Unione previsto nel 2025, ma che non ha ancora deciso la sua collocazione geostrategica.
Lo spregiudicato Vucic strizza l'occhio a Bruxelles; stringe accordi commerciali con la Cina e la ringrazia per gli aiuti ricevuti nella fase acuta della pandemia criticando nel contempo la latitanza di Bruxelles; è appena stato a Mosca assieme ad alcune unità del suo esercito per la Parata della Vittoria, ha visto Putin per ribadire la storica fratellanza slava e ortodossa; domani sarà a Washington per incontrare Trump, risoltosi a giocare un ruolo nel contenzioso sull'annoso problema del Kosovo dopo che le trattative mediate dall'Unione europea sono su un binario morto. Tutti hanno bisogno dell'uomo garante della stabilità del suo Paese e dei Balcani. Non importa a quale costo. Così riavvalorando l'amara massima di Blaise Pascal: "Non potendo fare che ciò che è giusto fosse forte, abbiamo fatto che ciò che è forte fosse giusto".