Dopo tre mesi senza calcio, niente affatto disintossicato, ma anzi provato dall'astinenza, con animo perturbato e commosso mi sono piazzato davanti allo schermo pronto a soffrire (spesso) e a gioire (raramente). Come sempre. Beh, proprio come sempre no. Qualcosa di profondo, in realtà, è cambiato. Anche se una sottile campagna pubblicitaria cerca di convincerci che il calcio è l'unico rimedio allo stress da pandemia, la partita al tempo del coronavirus è un affare davvero strano. Surreale, verrebbe da dire. Persino per chi allo stadio non ci va da anni e la diretta è abituato a viversela in poltrona. È come un tableau vivant con mascherina (rigorosamente a bordo campo). Una sessione di playStation giocata dal vivo per atletici giovanotti in carne e ossa, con tanto di sagome a bruciare le distanze sulle curve virtuali. In certi screenshot le vedi crepitare come fiammelle infernali, mentre apposite app simulano ora il brusio dei momenti …
Dopo tre mesi senza calcio, niente affatto disintossicato, ma anzi provato dall'astinenza, con animo perturbato e commosso mi sono piazzato davanti allo schermo pronto a soffrire (spesso) e a gioire (raramente). Come sempre. Beh, proprio come sempre no. Qualcosa di profondo, in realtà, è cambiato. Anche se una sottile campagna pubblicitaria cerca di convincerci che il calcio è l'unico rimedio allo stress da pandemia, la partita al tempo del coronavirus è un affare davvero strano. Surreale, verrebbe da dire. Persino per chi allo stadio non ci va da anni e la diretta è abituato a viversela in poltrona. È come un tableau vivant con mascherina (rigorosamente a bordo campo). Una sessione di playStation giocata dal vivo per atletici giovanotti in carne e ossa, con tanto di sagome a bruciare le distanze sulle curve virtuali. In certi screenshot le vedi crepitare come fiammelle infernali, mentre apposite app simulano ora il brusio dei momenti di ristagno dell'azione, ora il boato orgiastico del gol.
Mentre scorrevano le immagini - un duello in punta di fioretto a centrocampo, un tiro che accarezza la traversa, una stella forse offuscata da mesi di panciolle che arranca in debito d'ossigeno dietro la ripartenza di un arcigno centrale difensivo - mi ripetevo: queste sono le regole. Sono sacrosante e vanno rispettate. Ciò che importa è: the show must go on. Già. Ma non è la stessa cosa, qui, nel vuoto. Intendiamoci: chi non ha giocato una partitella fra amici? E quando mai c'è stato bisogno di spalti gremiti per tirare quattro calci al pallone! Ma, obiezione, quello è un sano relax per gente comune. Non è Il Calcio, già da decenni non più un gioco, ma una formidabile, lussureggiante, talora discutibile ma indubbiamente attraente industria d'intrattenimento di massa che tanta parte ha giocato - sino a ieri - nel nostro quotidiano. In tanti dicono: è solo business, diritti, capricci di ragazzini viziati. E tu che abbocchi, ingenuo appassionato, sei manipolato da spregiudicati architetti dell'immaginario. Mah. Ho sempre pensato che le manovre del mercato, le sarabande dei procuratori e il gossip delle soubrettine tatuate non siano sufficienti a giustificare la passione che il calcio evoca. Si deve chiamare in soccorso la capacità del pallone di fabbricare miti e di alimentarli in un ricambio continuo di eroi che con la loro forza attrattiva bilanciano, sino all'oblio, il backstage di un caravanserraglio dove non sono mancati, negli anni, cinismo e arroganza, corruzione e violenza, opportunismo e ignoranza. Quando hanno dedicato le loro bellissime pagine al calcio tipi come Soriano, Carmelo Bene, Javier Marías o Nick Hornby (per non dire di Brera e del grande Gianni Mura) ignoravano tutto questo? Certo che no. Ne erano perfettamente consapevoli. Ma era come se scrivessero di un altrove. Di un luogo mitologico (appunto) dove la dinamica del gesto si fa alchimia del conflitto umano, metafora della vita, talora persino poesia.
Insomma: se il calcio non fosse di per sé una magnifica espressione del genio umano il famoso mercato se ne sarebbe disinteressato. E in quanti, in certi momenti oscuri delle nostre vite, che tutti prima o poi conosciamo, abbiamo incontrato la Mano de Dios di Maradona, l'estro di Ronaldo, il piede di Messi, e prima l'eleganza di Falcao, il coraggio leonino di Gigi Riva, la tenacia operaia di Trapattoni, la classe cristallina di Mazzola e Rivera (sono fra coloro che non hanno ancora capito perché non potevano giocare insieme) e agli albori i Bernardini i Piola e gli Zamora e i Meazza... volti, situazioni, memorie che rimandano al ruolo strategico che i simboli occupano nelle nostre vite. È per preservare questi momenti di esaltazione, dopo tutto, che ogni maledetta domenica ci siamo piegati ad accettare il contesto. Mi stavo giusto domandando, con un certo pessimismo, se saremmo riusciti, e in che misura, ad accettare questa nostra nuova, assolutamente inedita, situazione, quando Dzeko ha messo dentro la palla del due a uno. Sono saltato in piedi, a pugni stretti, nella solitudine della mia stanza. Ed ecco la risposta.
Mentre scorrevano le immagini - un duello in punta di fioretto a centrocampo, un tiro che accarezza la traversa, una stella forse offuscata da mesi di panciolle che arranca in debito d'ossigeno dietro la ripartenza di un arcigno centrale difensivo - mi ripetevo: queste sono le regole. Sono sacrosante e vanno rispettate. Ciò che importa è: the show must go on. Già. Ma non è la stessa cosa, qui, nel vuoto. Intendiamoci: chi non ha giocato una partitella fra amici? E quando mai c'è stato bisogno di spalti gremiti per tirare quattro calci al pallone! Ma, obiezione, quello è un sano relax per gente comune. Non è Il Calcio, già da decenni non più un gioco, ma una formidabile, lussureggiante, talora discutibile ma indubbiamente attraente industria d'intrattenimento di massa che tanta parte ha giocato - sino a ieri - nel nostro quotidiano. In tanti dicono: è solo business, diritti, capricci di ragazzini viziati. E tu che abbocchi, ingenuo appassionato, sei manipolato da spregiudicati architetti dell'immaginario. Mah. Ho sempre pensato che le manovre del mercato, le sarabande dei procuratori e il gossip delle soubrettine tatuate non siano sufficienti a giustificare la passione che il calcio evoca. Si deve chiamare in soccorso la capacità del pallone di fabbricare miti e di alimentarli in un ricambio continuo di eroi che con la loro forza attrattiva bilanciano, sino all'oblio, il backstage di un caravanserraglio dove non sono mancati, negli anni, cinismo e arroganza, corruzione e violenza, opportunismo e ignoranza. Quando hanno dedicato le loro bellissime pagine al calcio tipi come Soriano, Carmelo Bene, Javier Marías o Nick Hornby (per non dire di Brera e del grande Gianni Mura) ignoravano tutto questo? Certo che no. Ne erano perfettamente consapevoli. Ma era come se scrivessero di un altrove. Di un luogo mitologico (appunto) dove la dinamica del gesto si fa alchimia del conflitto umano, metafora della vita, talora persino poesia.
Insomma: se il calcio non fosse di per sé una magnifica espressione del genio umano il famoso mercato se ne sarebbe disinteressato. E in quanti, in certi momenti oscuri delle nostre vite, che tutti prima o poi conosciamo, abbiamo incontrato la Mano de Dios di Maradona, l'estro di Ronaldo, il piede di Messi, e prima l'eleganza di Falcao, il coraggio leonino di Gigi Riva, la tenacia operaia di Trapattoni, la classe cristallina di Mazzola e Rivera (sono fra coloro che non hanno ancora capito perché non potevano giocare insieme) e agli albori i Bernardini i Piola e gli Zamora e i Meazza... volti, situazioni, memorie che rimandano al ruolo strategico che i simboli occupano nelle nostre vite. È per preservare questi momenti di esaltazione, dopo tutto, che ogni maledetta domenica ci siamo piegati ad accettare il contesto. Mi stavo giusto domandando, con un certo pessimismo, se saremmo riusciti, e in che misura, ad accettare questa nostra nuova, assolutamente inedita, situazione, quando Dzeko ha messo dentro la palla del due a uno. Sono saltato in piedi, a pugni stretti, nella solitudine della mia stanza. Ed ecco la risposta.