Come il Covid ha cambiato l'Europa
Andrea Bonanni , di Andrea BonanniDalla decolonizzazione alla fine dell'Urss, il continente è sempre avanzato sotto la spinta di shock. L’epidemia è un nuovo, potentissimo impulso che coincide con altri tre cambiamenti traumatici di cui siamo spettatori passivi: la fine della leadership globale americana; la nascita di conflitti commerciali che mettono in forse la globalizzazione; l’emergere di “democrature”, fuori e dentro i confini Ue
BRUXELLES – Come sarà l’Europa del post-Covid? La domanda è legittima. L’idea che la pandemia avrebbe portato ad una duratura palingenesi dei comportamenti individuali e collettivi si sta dimostrando largamente infondata e il dopo-Covid assomiglia, in modo poco rassicurante, al pre-Covid. E tuttavia l’Europa è stata costretta a rimettersi profondamente in discussione per reagire alla pandemia ed ha avviato un processo che la porterà a un cambiamento profondo.
Dal dopoguerra in poi l’Europa è sempre avanzata sotto la spinta di shock esterni, di cui è stata oggetto più o meno passivo. La decolonizzazione e la crisi di Suez hanno portato al fallimento della Comunità europea di difesa negli anni Cinquanta e alla nascita della Comunità economica. La caduta del comunismo e la fine della guerra fredda hanno dato il via al processo di allargamento che ha cambiato il volto della Ue. La riunificazione …
Dal dopoguerra in poi l’Europa è sempre avanzata sotto la spinta di shock esterni, di cui è stata oggetto più o meno passivo. La decolonizzazione e la crisi di Suez hanno portato al fallimento della Comunità europea di difesa negli anni Cinquanta e alla nascita della Comunità economica. La caduta del comunismo e la fine della guerra fredda hanno dato il via al processo di allargamento che ha cambiato il volto della Ue. La riunificazione …
BRUXELLES – Come sarà l’Europa del post-Covid? La domanda è legittima. L’idea che la pandemia avrebbe portato ad una duratura palingenesi dei comportamenti individuali e collettivi si sta dimostrando largamente infondata e il dopo-Covid assomiglia, in modo poco rassicurante, al pre-Covid. E tuttavia l’Europa è stata costretta a rimettersi profondamente in discussione per reagire alla pandemia ed ha avviato un processo che la porterà a un cambiamento profondo.
Dal dopoguerra in poi l’Europa è sempre avanzata sotto la spinta di shock esterni, di cui è stata oggetto più o meno passivo. La decolonizzazione e la crisi di Suez hanno portato al fallimento della Comunità europea di difesa negli anni Cinquanta e alla nascita della Comunità economica. La caduta del comunismo e la fine della guerra fredda hanno dato il via al processo di allargamento che ha cambiato il volto della Ue. La riunificazione della Germania ha tenuto a battesimo il Trattato di Maastricht e la nascita dell’euro. La crisi finanziaria del 2008-2012 ha generato il "whatever it takes" di Mario Draghi e ha promosso l’unico vero potere federale d’Europa, cioè la Bce, a difensore della coesione della Ue.
L’epidemia di Covid è un nuovo, potentissimo shock esterno, che però coincide con altri tre cambiamenti traumatici di cui l’Europa è spettatrice passiva: la fine della leadership globale americana a causa del neo-isolazionismo di Trump; la nascita di conflitti commerciali che mettono in forse l’economia della globalizzazione; l’emergere di “democrature”, fuori e dentro i confini Ue, che non rispettano i valori dello Stato liberale, mentre le potenze esterne alla Ue alimentano movimenti populisti e anti-europei.
Le conseguenze di tale “tempesta perfetta” ha numerosi effetti sull’Europa e su alcuni Stati membri: recessione generalizzata ma asimmetrica; fortissimo rischio di default per almeno due grandi Stati membri come l’Italia e la Spagna; accentuazione delle tendenze centrifughe per l’accresciuta influenza di potenze esterne come la Russia e la Cina; fine della “pax Americana” che genera tensioni con la Turchia e con la Russia e guerre ai confini della Ue (Libia, Siria). Infine la rinascita dei protezionismi rimette in discussione il miraggio che aveva sedotto la Gran Bretagna, e parzialmente anche la Germania, di poter navigare da soli sul mare della globalizzazione forti della propria potenza finanziaria (Londra) o industriale (Berlino) facendo a meno della Ue.
Tutte queste considerazioni sono alla base della profonda revisione delle posizioni di molti governi europei. E spiegano la rivoluzione copernicana del pensiero politico tedesco, innescata dalla sentenza anti-Ue della Corte di Karlsruhe, che ha portato la Cancelliera ad avvicinarsi alle tesi federaliste di Macron. I giudici tedeschi, in fondo, hanno messo in discussione non solo la legittimità del Quantitative easing voluto da Mario Draghi per frenare lo spread. Hanno anche contestato la supremazia giuridica della Corte di giustizia europea, e la natura federale e sovrana della Bce, minacciando di dare ordini diretti alla Bundesbank, che ormai dipende dalle decisioni collettive di Francoforte.
Di fronte ad una sfida così globale alla natura stessa della Ue, proprio in un momento in cui l’epidemia rischiava di allentare ulteriormente la coesione dei Ventisette, Angela Merkel è stata costretta ad una scelta definitiva di campo. Ed ha scelto l’Europa senza le molte esitazioni che l’avevano frenata in passato.
La svolta della Germania ha portato e porterà una serie di importanti novità. Sostegno alla Bce nei suoi interventi straordinari. Volontà di salvare i Paesi più deboli dell’Unione europea per preservare la moneta e il mercato unico. Proposta del fondo da 500 miliardi di grants per evitare i default e finanziare la ripresa dei Paesi più colpiti. Potenziamento del bilancio comune europeo e del ruolo di Commissione e Parlamento che potranno gestire la creazione di un debito pubblico europeo. Accettazione e accelerazione del processo di revisione dei Trattati in senso federale, che porterà verosimilmente ad un regolamento di conti con il fronte dei Paesi sovranisti e alla formalizzazione di un nucleo più integrato.
Certo, il processo è appena avviato, e non saranno pochi gli ostacoli sulla sua strada, a cominciare dalle resistenze dei “frugali” al Recovery Fund per finire con l’opposizione dei governi sovranisti dell’Est ad una abolizione del diritto di veto e ad un rafforzamento dell’integrazione. Ma, se anche il mondo post-Covid ritroverà i vecchi vizi pre-epidemia, si può sta certi che l’Europa del dopo coronavirus non sarà più come prima.
(Copyright la Repubblica/Lena- Leading European Newspaper Alliance)
Dal dopoguerra in poi l’Europa è sempre avanzata sotto la spinta di shock esterni, di cui è stata oggetto più o meno passivo. La decolonizzazione e la crisi di Suez hanno portato al fallimento della Comunità europea di difesa negli anni Cinquanta e alla nascita della Comunità economica. La caduta del comunismo e la fine della guerra fredda hanno dato il via al processo di allargamento che ha cambiato il volto della Ue. La riunificazione della Germania ha tenuto a battesimo il Trattato di Maastricht e la nascita dell’euro. La crisi finanziaria del 2008-2012 ha generato il "whatever it takes" di Mario Draghi e ha promosso l’unico vero potere federale d’Europa, cioè la Bce, a difensore della coesione della Ue.
L’epidemia di Covid è un nuovo, potentissimo shock esterno, che però coincide con altri tre cambiamenti traumatici di cui l’Europa è spettatrice passiva: la fine della leadership globale americana a causa del neo-isolazionismo di Trump; la nascita di conflitti commerciali che mettono in forse l’economia della globalizzazione; l’emergere di “democrature”, fuori e dentro i confini Ue, che non rispettano i valori dello Stato liberale, mentre le potenze esterne alla Ue alimentano movimenti populisti e anti-europei.
Le conseguenze di tale “tempesta perfetta” ha numerosi effetti sull’Europa e su alcuni Stati membri: recessione generalizzata ma asimmetrica; fortissimo rischio di default per almeno due grandi Stati membri come l’Italia e la Spagna; accentuazione delle tendenze centrifughe per l’accresciuta influenza di potenze esterne come la Russia e la Cina; fine della “pax Americana” che genera tensioni con la Turchia e con la Russia e guerre ai confini della Ue (Libia, Siria). Infine la rinascita dei protezionismi rimette in discussione il miraggio che aveva sedotto la Gran Bretagna, e parzialmente anche la Germania, di poter navigare da soli sul mare della globalizzazione forti della propria potenza finanziaria (Londra) o industriale (Berlino) facendo a meno della Ue.
Tutte queste considerazioni sono alla base della profonda revisione delle posizioni di molti governi europei. E spiegano la rivoluzione copernicana del pensiero politico tedesco, innescata dalla sentenza anti-Ue della Corte di Karlsruhe, che ha portato la Cancelliera ad avvicinarsi alle tesi federaliste di Macron. I giudici tedeschi, in fondo, hanno messo in discussione non solo la legittimità del Quantitative easing voluto da Mario Draghi per frenare lo spread. Hanno anche contestato la supremazia giuridica della Corte di giustizia europea, e la natura federale e sovrana della Bce, minacciando di dare ordini diretti alla Bundesbank, che ormai dipende dalle decisioni collettive di Francoforte.
Di fronte ad una sfida così globale alla natura stessa della Ue, proprio in un momento in cui l’epidemia rischiava di allentare ulteriormente la coesione dei Ventisette, Angela Merkel è stata costretta ad una scelta definitiva di campo. Ed ha scelto l’Europa senza le molte esitazioni che l’avevano frenata in passato.
La svolta della Germania ha portato e porterà una serie di importanti novità. Sostegno alla Bce nei suoi interventi straordinari. Volontà di salvare i Paesi più deboli dell’Unione europea per preservare la moneta e il mercato unico. Proposta del fondo da 500 miliardi di grants per evitare i default e finanziare la ripresa dei Paesi più colpiti. Potenziamento del bilancio comune europeo e del ruolo di Commissione e Parlamento che potranno gestire la creazione di un debito pubblico europeo. Accettazione e accelerazione del processo di revisione dei Trattati in senso federale, che porterà verosimilmente ad un regolamento di conti con il fronte dei Paesi sovranisti e alla formalizzazione di un nucleo più integrato.
Certo, il processo è appena avviato, e non saranno pochi gli ostacoli sulla sua strada, a cominciare dalle resistenze dei “frugali” al Recovery Fund per finire con l’opposizione dei governi sovranisti dell’Est ad una abolizione del diritto di veto e ad un rafforzamento dell’integrazione. Ma, se anche il mondo post-Covid ritroverà i vecchi vizi pre-epidemia, si può sta certi che l’Europa del dopo coronavirus non sarà più come prima.
(Copyright la Repubblica/Lena- Leading European Newspaper Alliance)