Ricostruire il ceto medio
Massimo Cacciari , di MASSIMO CACCIARIChi sarà chiamato a funzioni di governo dovrà, secondo il "socialismo liberale", essere stato selezionato secondo tali principi. E questi dovranno valere anche per l'imprenditore-innovatore. Una prospettiva opposta alle tendenze che si sono affermate nel corso dell'ultimo trentennio
Cosa sta a indicare la formula "socialismo liberale"? È davvero urgente oggi riscoprirne il significato? Storicamente, socialismo e democrazia liberale non formano affatto una coppia di pacifici conviventi. L'espressione rosselliana rappresenta, piuttosto, una provocazione culturale e politica, e occorre esserne ben consapevoli.
Il movimento socialista nasce da istanze di radicale critica della democrazia liberale, in quanto considerata puramente formale, amministrazione e conservazione di intollerabili disuguaglianze di fatto. Che le sue lotte costituiscano il fattore fondamentale del processo di democratizzazione e della formazione dei moderni Parlamenti rappresentativi, con l'emergere delle masse metropolitane quali protagoniste della vita degli Stati, non deve occultare quell'originario antagonismo. Nei suoi inizi, il movimento socialista valuta il "parlamentarismo" come una via per il superamento della "democrazia borghese". Quand…
Il movimento socialista nasce da istanze di radicale critica della democrazia liberale, in quanto considerata puramente formale, amministrazione e conservazione di intollerabili disuguaglianze di fatto. Che le sue lotte costituiscano il fattore fondamentale del processo di democratizzazione e della formazione dei moderni Parlamenti rappresentativi, con l'emergere delle masse metropolitane quali protagoniste della vita degli Stati, non deve occultare quell'originario antagonismo. Nei suoi inizi, il movimento socialista valuta il "parlamentarismo" come una via per il superamento della "democrazia borghese". Quand…
Cosa sta a indicare la formula "socialismo liberale"? È davvero urgente oggi riscoprirne il significato? Storicamente, socialismo e democrazia liberale non formano affatto una coppia di pacifici conviventi. L'espressione rosselliana rappresenta, piuttosto, una provocazione culturale e politica, e occorre esserne ben consapevoli.
Il movimento socialista nasce da istanze di radicale critica della democrazia liberale, in quanto considerata puramente formale, amministrazione e conservazione di intollerabili disuguaglianze di fatto. Che le sue lotte costituiscano il fattore fondamentale del processo di democratizzazione e della formazione dei moderni Parlamenti rappresentativi, con l'emergere delle masse metropolitane quali protagoniste della vita degli Stati, non deve occultare quell'originario antagonismo. Nei suoi inizi, il movimento socialista valuta il "parlamentarismo" come una via per il superamento della "democrazia borghese". Quando una sua parte giungerà invece con l'affermarlo come il terreno definitivo del confronto e della lotta politica, la "famiglia" socialista si spezzerà irreversibilmente.
La formula "socialismo liberale" vuol dire, dunque, non una mediazione tra "socialismo" e "liberalismo", bensì piuttosto il superamento del loro originario significato. Nella formula, socialismo non è più socialismo e liberalismo non è più liberalismo. Solo se capaci entrambi di una interna metamorfosi, essi potranno dar vita a un equilibrio politico effettivamente nuovo. Il socialismo si "auto-critica" nel suo aspetto cruciale: che per combattere disuguaglianze di classe e ingiustizie sociali lo Stato debba svolgere il ruolo assolutamente fondamentale di programmazione e governo della vita economica.
Il "socialismo liberale" fa proprie le spietate profezie dei grandi liberali tra '800 e '900: pretendere di porre lo Stato al comando delle potenze tecnico-economico-finanziarie che decidono della società contemporanea condurrà alla peggiore delle "gabbie d'acciaio": quella di una burocrazia partitica onnipervadente e più autoritaria del più ottuso dei padroni. Il pensiero liberale, da parte sua, si "auto-critica" sulla fisiologica utopia, o meglio ideologia, che l'ha contrassegnato: che la razionalità propria del mercato, dello scambio economico, del contratto possa ergersi a modello o paradigma della relazione sociale, "esautorando" via via la necessità dell'intervento e della funzione del Politico. Gli autentici liberali debbono farsi protagonisti di una lotta politica perché la democrazia assuma sempre più l'aspetto di una democrazia progressiva, battendo il pericolo, sempre in agguato, rappresentato da un socialismo statalista. I socialisti, da parte loro, si battono, in competizione con i liberali, perché questi ultimi assumano piena responsabilità nel costruire una democrazia capace di rimuovere le radici storiche delle disuguaglianze, di garantire mobilità sociale, di riconoscere la crescente domanda di diritti, caratteristica, piaccia o no, della cultura contemporanea, e di cercare di corrispondervi.
Più che indicare un programma di partito, "socialismo liberale" concepisce i due termini, ciascuno così declinato, come sistole e diastole di un solo organismo, o piuttosto come il terreno politico comune su cui ogni contendente dovrà misurarsi in futuro, se vorrà essere all'altezza dell'epoca. Questo incontro, che non esclude affatto, anzi implica, confronto e competizione, la possibilità che esso abbia luogo e determini il processo democratico, rivelano tuttavia formidabili presupposti di ordine culturale e sociale. Il socialismo e il liberalismo di cui qui si parla si presentano, proprio nel loro convergente dissidio, come il frutto più maturo di una grande tradizione culturale borghese, la quale trova le proprie radici in un certo Illuminismo, in un'etica del lavoro concepito come professione, fondato sulla rinuncia a ogni manifestazione egoistica del proprio interesse e massimamente attento agli effetti generali di ogni azione o impresa. Una tale cultura politica è chiamata a governare il processo di democratizzazione, perché esso non sprofondi nel pantano della demagogia e del nazionalismo, e possa a un tempo mantenere la propria fondamentale promessa: costituire il regime più favorevole per la crescita economica e il comune benessere, nel senso più ampio del termine. È una cultura del lavoro, della responsabilità e dei sacrifici, dei diritti e dei doveri. Chi sarà chiamato a funzioni di governo dovrà, secondo il "socialismo liberale", essere stato selezionato secondo tali principi. E questi dovranno valere anche per l'imprenditore-innovatore. La democrazia funziona e dura, per questa visione, soltanto se retta da una tale élite. Una prospettiva esattamente opposta alle tendenze che si sono affermate nel corso dell'ultimo trentennio.
È realistico, anzi doveroso, perciò interrogarsi se il disegno del "socialismo liberale" possa ancora valere in assenza di quella cultura politica alla quale esplicitamente si richiamava - e cioè in assenza di quella borghesia che voleva esserne realizzazione e interprete. È sufficiente volgersi intorno per vedere che essa non esiste più. Gli attuali Parlamenti - non solo in Italia - sono lo specchio clamoroso della sua scomparsa. Rimane l'idea, non vi è più chi possa incarnarla. Chi doveva incarnarla è stato spazzato via dalla ricomposizione di classe che la globalizzazione ha imposto e dalla prepotente affermazione di un "capitalismo politico" all'interno dei grandi Imperi, ma, forse, prima ancora e soprattutto dal crollo del peso economico e politico del ceto medio. La cultura del "socialismo liberale" si fonda sulla crescita costante, non solo quantitativa, di quest'ultimo e si appella alle speranze che lo animano.
È un'intera generazione che le nostre democrazie procedono in senso opposto. Il ceto medio crolla nella distribuzione del reddito e nelle sue attese di promozione sociale. Che una simile situazione possa produrre volontà politiche e seri progetti di riforma, che una perdita complessiva di status del ceto medio possa sfociare in nuove forme di organizzazione, superando la fase demagogico-protestataria, è pia illusione. Essa produce i Trump, non i Brandt, non i Mitterand, e neppure i Kohl. Perché si possa ridare un senso al "socialismo liberale" occorre dunque superare la stretta, passare per la cruna dell'ago - e cioè invertire la impetuosa corrente della proletarizzazione del ceto medio. La crisi che attraversiamo - e dentro al cui vortice ci troveremo tra qualche mese - ha accelerato drammaticamente questa tendenza. I provvedimenti che si prenderanno in autunno suoneranno, temo, l'ultimo appello. O il governo sarà in grado di pensarli nel contesto storico che mi sono sforzato di indicare, o non soltanto svanirà ogni possibilità di dare un senso a "socialismo liberale", ma irreversibile diventerà la crisi della nostra stessa democrazia rappresentativa.
Il movimento socialista nasce da istanze di radicale critica della democrazia liberale, in quanto considerata puramente formale, amministrazione e conservazione di intollerabili disuguaglianze di fatto. Che le sue lotte costituiscano il fattore fondamentale del processo di democratizzazione e della formazione dei moderni Parlamenti rappresentativi, con l'emergere delle masse metropolitane quali protagoniste della vita degli Stati, non deve occultare quell'originario antagonismo. Nei suoi inizi, il movimento socialista valuta il "parlamentarismo" come una via per il superamento della "democrazia borghese". Quando una sua parte giungerà invece con l'affermarlo come il terreno definitivo del confronto e della lotta politica, la "famiglia" socialista si spezzerà irreversibilmente.
La formula "socialismo liberale" vuol dire, dunque, non una mediazione tra "socialismo" e "liberalismo", bensì piuttosto il superamento del loro originario significato. Nella formula, socialismo non è più socialismo e liberalismo non è più liberalismo. Solo se capaci entrambi di una interna metamorfosi, essi potranno dar vita a un equilibrio politico effettivamente nuovo. Il socialismo si "auto-critica" nel suo aspetto cruciale: che per combattere disuguaglianze di classe e ingiustizie sociali lo Stato debba svolgere il ruolo assolutamente fondamentale di programmazione e governo della vita economica.
Il "socialismo liberale" fa proprie le spietate profezie dei grandi liberali tra '800 e '900: pretendere di porre lo Stato al comando delle potenze tecnico-economico-finanziarie che decidono della società contemporanea condurrà alla peggiore delle "gabbie d'acciaio": quella di una burocrazia partitica onnipervadente e più autoritaria del più ottuso dei padroni. Il pensiero liberale, da parte sua, si "auto-critica" sulla fisiologica utopia, o meglio ideologia, che l'ha contrassegnato: che la razionalità propria del mercato, dello scambio economico, del contratto possa ergersi a modello o paradigma della relazione sociale, "esautorando" via via la necessità dell'intervento e della funzione del Politico. Gli autentici liberali debbono farsi protagonisti di una lotta politica perché la democrazia assuma sempre più l'aspetto di una democrazia progressiva, battendo il pericolo, sempre in agguato, rappresentato da un socialismo statalista. I socialisti, da parte loro, si battono, in competizione con i liberali, perché questi ultimi assumano piena responsabilità nel costruire una democrazia capace di rimuovere le radici storiche delle disuguaglianze, di garantire mobilità sociale, di riconoscere la crescente domanda di diritti, caratteristica, piaccia o no, della cultura contemporanea, e di cercare di corrispondervi.
Più che indicare un programma di partito, "socialismo liberale" concepisce i due termini, ciascuno così declinato, come sistole e diastole di un solo organismo, o piuttosto come il terreno politico comune su cui ogni contendente dovrà misurarsi in futuro, se vorrà essere all'altezza dell'epoca. Questo incontro, che non esclude affatto, anzi implica, confronto e competizione, la possibilità che esso abbia luogo e determini il processo democratico, rivelano tuttavia formidabili presupposti di ordine culturale e sociale. Il socialismo e il liberalismo di cui qui si parla si presentano, proprio nel loro convergente dissidio, come il frutto più maturo di una grande tradizione culturale borghese, la quale trova le proprie radici in un certo Illuminismo, in un'etica del lavoro concepito come professione, fondato sulla rinuncia a ogni manifestazione egoistica del proprio interesse e massimamente attento agli effetti generali di ogni azione o impresa. Una tale cultura politica è chiamata a governare il processo di democratizzazione, perché esso non sprofondi nel pantano della demagogia e del nazionalismo, e possa a un tempo mantenere la propria fondamentale promessa: costituire il regime più favorevole per la crescita economica e il comune benessere, nel senso più ampio del termine. È una cultura del lavoro, della responsabilità e dei sacrifici, dei diritti e dei doveri. Chi sarà chiamato a funzioni di governo dovrà, secondo il "socialismo liberale", essere stato selezionato secondo tali principi. E questi dovranno valere anche per l'imprenditore-innovatore. La democrazia funziona e dura, per questa visione, soltanto se retta da una tale élite. Una prospettiva esattamente opposta alle tendenze che si sono affermate nel corso dell'ultimo trentennio.
È realistico, anzi doveroso, perciò interrogarsi se il disegno del "socialismo liberale" possa ancora valere in assenza di quella cultura politica alla quale esplicitamente si richiamava - e cioè in assenza di quella borghesia che voleva esserne realizzazione e interprete. È sufficiente volgersi intorno per vedere che essa non esiste più. Gli attuali Parlamenti - non solo in Italia - sono lo specchio clamoroso della sua scomparsa. Rimane l'idea, non vi è più chi possa incarnarla. Chi doveva incarnarla è stato spazzato via dalla ricomposizione di classe che la globalizzazione ha imposto e dalla prepotente affermazione di un "capitalismo politico" all'interno dei grandi Imperi, ma, forse, prima ancora e soprattutto dal crollo del peso economico e politico del ceto medio. La cultura del "socialismo liberale" si fonda sulla crescita costante, non solo quantitativa, di quest'ultimo e si appella alle speranze che lo animano.
È un'intera generazione che le nostre democrazie procedono in senso opposto. Il ceto medio crolla nella distribuzione del reddito e nelle sue attese di promozione sociale. Che una simile situazione possa produrre volontà politiche e seri progetti di riforma, che una perdita complessiva di status del ceto medio possa sfociare in nuove forme di organizzazione, superando la fase demagogico-protestataria, è pia illusione. Essa produce i Trump, non i Brandt, non i Mitterand, e neppure i Kohl. Perché si possa ridare un senso al "socialismo liberale" occorre dunque superare la stretta, passare per la cruna dell'ago - e cioè invertire la impetuosa corrente della proletarizzazione del ceto medio. La crisi che attraversiamo - e dentro al cui vortice ci troveremo tra qualche mese - ha accelerato drammaticamente questa tendenza. I provvedimenti che si prenderanno in autunno suoneranno, temo, l'ultimo appello. O il governo sarà in grado di pensarli nel contesto storico che mi sono sforzato di indicare, o non soltanto svanirà ogni possibilità di dare un senso a "socialismo liberale", ma irreversibile diventerà la crisi della nostra stessa democrazia rappresentativa.