Morricone, l'auto-necrologio opera musicale struggente
di STEFANO BARTEZZAGHI
Il modo con cui Ennio Morricone ha scelto di congedarsi dal mondo è risultato del tutto consono all'opera del geniale musicista. Apparentemente semplice nella composizione; dimesso nel tono; nell'effetto, strepitoso. Si parla naturalmente di quel testo, da diffondere postumo, che Morricone aveva preparato ancor prima dell'ultima caduta che ne avrebbe provocato di lì a poco la morte. Un testo semplice, struggente e capace di portare pressoché chiunque alle soglie della commozione, o oltre.
La stessa caratteristica di molte delle composizioni musicali che lo hanno reso popolare in tutto il mondo. Esiste una forma verbale che non appare poter tollerare di essere impiegata senza il contorno di qualche complemento, ed è: "Sono nato". È una forma molto semplice, chiunque l'ha usata prima o poi, ma sempre per specificare il giorno dell'evento, o il luogo, o la situazione storica, o il tipo di famiglia, o una caratteristica fis…
La stessa caratteristica di molte delle composizioni musicali che lo hanno reso popolare in tutto il mondo. Esiste una forma verbale che non appare poter tollerare di essere impiegata senza il contorno di qualche complemento, ed è: "Sono nato". È una forma molto semplice, chiunque l'ha usata prima o poi, ma sempre per specificare il giorno dell'evento, o il luogo, o la situazione storica, o il tipo di famiglia, o una caratteristica fis…
Il modo con cui Ennio Morricone ha scelto di congedarsi dal mondo è risultato del tutto consono all'opera del geniale musicista. Apparentemente semplice nella composizione; dimesso nel tono; nell'effetto, strepitoso. Si parla naturalmente di quel testo, da diffondere postumo, che Morricone aveva preparato ancor prima dell'ultima caduta che ne avrebbe provocato di lì a poco la morte. Un testo semplice, struggente e capace di portare pressoché chiunque alle soglie della commozione, o oltre.
La stessa caratteristica di molte delle composizioni musicali che lo hanno reso popolare in tutto il mondo. Esiste una forma verbale che non appare poter tollerare di essere impiegata senza il contorno di qualche complemento, ed è: "Sono nato". È una forma molto semplice, chiunque l'ha usata prima o poi, ma sempre per specificare il giorno dell'evento, o il luogo, o la situazione storica, o il tipo di famiglia, o una caratteristica fisica ("sono nato del tutto privo di capelli"), meteorologica, zodiacale... Dire "sono nato" e non aggiungere altro parrebbe davvero eccentrico (e per questo lo scrittore Georges Perec fece delle parole Je suis né il titolo di un proprio libro). Di una bizzarria diversa e non simmetrica sono le parole: "Sono morto", che pure quasi tutti hanno prima o poi pronunciato, ma solo per iperbole ("sono morto dal ridere", "sono morto dalla vergogna", e poi Battisti: "sono morto in un momento").
Con un brivido abbiamo letto "Io, Ennio Morricone, sono morto": in questo caso non si trattava di un iperbole, era solo l'effetto di un anticipazione temporale. Un Leitmotiv, annunciato dal compositore precocemente ma reso riconoscibile all'uditorio solo in seguito. Sempre in campo hollywoodiano un precedente è stato quello di Yul Brinner, che alla fine dei suoi giorni girò un video che fu diffuso dopo la sua morte. L'attore invitava i suoi beniamini a constatare sul suo aspetto fisico gli effetti del tumore ai polmoni, a sua volta causato dal tabagismo. La differenza è che Morricone non era mosso dall'intenzione di provocare choc; al contrario, come ci ha lasciato detto egli stesso, voleva evitare di disturbare.
Il filologo Luigi Spina ha dedicato studi eruditi ai generi classici dell'epitaffio e dell'autoepitaffio ed è perciò intervenuto sul testo di Morricone definendolo "un auto-necrologio", testo di "un genere abbastanza inedito: affida al sé stesso ancora vivo il compito di dare notizia della propria morte; vuole essere lui stesso a salutare chi rimarrà, cambiando quindi la direzione del saluto e del ricordo, che nei necrologi vanno dai vivi al morto". Un'altra caratteristica in comune fra questo scritto estremo e l'opera musicale di Morricone è che uno scritto che ha pochi precedenti ispirerà - e ci si può scommettere - legioni di emuli.
Molti anni fa mi sorprese venire a sapere che un esimio studioso di storia dell'arte aveva sempre vagheggiato uno studio delle scritture mortuarie contemporanee (necrologi, "coccodrilli" giornalistici, epitaffi tombali, formule di condoglianza), per poi concludere che sarebbe stato impossibile approfondire l'argomento senza violare qualche legge scritta o non scritta a proposito di privacy e buon gusto. A stupirmi era il fatto che avevo e ho la stessissima opinione. Quando abbiamo cominciato, per esempio, a rivolgere l'annuncio mortuario direttamente al morto? È possibile essere sufficientemente delicati nell'evidenziare gli inevitabili risvolti comici della comunicazione funebre? Lo sconosciuto Achille Campanile si segnalò ("O è un genio o è un cretino", sentenziò giustamente il suo direttore) quando - giovanissimo redattore addetto alle "brevi" di cronache in un quotidiano - pubblicò la storia di una vedova trovata morta sulla tomba del marito, a cui si recava tutti i giorni e le diede titolo "Tanto va la gatta al lardo...". Nel 1959, quando era uno scrittore di successo, Campanile si consentì con Il povero Piero un intero libro umoristico dedicato alle pompe funebri. Chissà se oggi glielo lasceremmo pubblicare.
Tutt'altro che comico è stato certamente lo stile di Morricone nel prendere congedo dal pubblico e poi dai suoi cari, seguendo cerchie concentriche sempre più ravvicinate sino all'addio più doloroso, quello alla moglie Maria. Eppure in quel testo la cui orchestrazione, pur priva di magniloquenza, sa risultare tanto patetica (nel senso ottimo della parola), pare di avvertire anche una nota nascosta, una leggerissima dissonanza che però contribuisce a rendere più articolato e meno banale l'effetto armonico complessivo: una nota di soffusa e sorridente ironia. E anche quest'ultima, a pensarci, è una caratteristica che si ritrova nell'opera musicale di quel Grande.
La stessa caratteristica di molte delle composizioni musicali che lo hanno reso popolare in tutto il mondo. Esiste una forma verbale che non appare poter tollerare di essere impiegata senza il contorno di qualche complemento, ed è: "Sono nato". È una forma molto semplice, chiunque l'ha usata prima o poi, ma sempre per specificare il giorno dell'evento, o il luogo, o la situazione storica, o il tipo di famiglia, o una caratteristica fisica ("sono nato del tutto privo di capelli"), meteorologica, zodiacale... Dire "sono nato" e non aggiungere altro parrebbe davvero eccentrico (e per questo lo scrittore Georges Perec fece delle parole Je suis né il titolo di un proprio libro). Di una bizzarria diversa e non simmetrica sono le parole: "Sono morto", che pure quasi tutti hanno prima o poi pronunciato, ma solo per iperbole ("sono morto dal ridere", "sono morto dalla vergogna", e poi Battisti: "sono morto in un momento").
Con un brivido abbiamo letto "Io, Ennio Morricone, sono morto": in questo caso non si trattava di un iperbole, era solo l'effetto di un anticipazione temporale. Un Leitmotiv, annunciato dal compositore precocemente ma reso riconoscibile all'uditorio solo in seguito. Sempre in campo hollywoodiano un precedente è stato quello di Yul Brinner, che alla fine dei suoi giorni girò un video che fu diffuso dopo la sua morte. L'attore invitava i suoi beniamini a constatare sul suo aspetto fisico gli effetti del tumore ai polmoni, a sua volta causato dal tabagismo. La differenza è che Morricone non era mosso dall'intenzione di provocare choc; al contrario, come ci ha lasciato detto egli stesso, voleva evitare di disturbare.
Il filologo Luigi Spina ha dedicato studi eruditi ai generi classici dell'epitaffio e dell'autoepitaffio ed è perciò intervenuto sul testo di Morricone definendolo "un auto-necrologio", testo di "un genere abbastanza inedito: affida al sé stesso ancora vivo il compito di dare notizia della propria morte; vuole essere lui stesso a salutare chi rimarrà, cambiando quindi la direzione del saluto e del ricordo, che nei necrologi vanno dai vivi al morto". Un'altra caratteristica in comune fra questo scritto estremo e l'opera musicale di Morricone è che uno scritto che ha pochi precedenti ispirerà - e ci si può scommettere - legioni di emuli.
Molti anni fa mi sorprese venire a sapere che un esimio studioso di storia dell'arte aveva sempre vagheggiato uno studio delle scritture mortuarie contemporanee (necrologi, "coccodrilli" giornalistici, epitaffi tombali, formule di condoglianza), per poi concludere che sarebbe stato impossibile approfondire l'argomento senza violare qualche legge scritta o non scritta a proposito di privacy e buon gusto. A stupirmi era il fatto che avevo e ho la stessissima opinione. Quando abbiamo cominciato, per esempio, a rivolgere l'annuncio mortuario direttamente al morto? È possibile essere sufficientemente delicati nell'evidenziare gli inevitabili risvolti comici della comunicazione funebre? Lo sconosciuto Achille Campanile si segnalò ("O è un genio o è un cretino", sentenziò giustamente il suo direttore) quando - giovanissimo redattore addetto alle "brevi" di cronache in un quotidiano - pubblicò la storia di una vedova trovata morta sulla tomba del marito, a cui si recava tutti i giorni e le diede titolo "Tanto va la gatta al lardo...". Nel 1959, quando era uno scrittore di successo, Campanile si consentì con Il povero Piero un intero libro umoristico dedicato alle pompe funebri. Chissà se oggi glielo lasceremmo pubblicare.
Tutt'altro che comico è stato certamente lo stile di Morricone nel prendere congedo dal pubblico e poi dai suoi cari, seguendo cerchie concentriche sempre più ravvicinate sino all'addio più doloroso, quello alla moglie Maria. Eppure in quel testo la cui orchestrazione, pur priva di magniloquenza, sa risultare tanto patetica (nel senso ottimo della parola), pare di avvertire anche una nota nascosta, una leggerissima dissonanza che però contribuisce a rendere più articolato e meno banale l'effetto armonico complessivo: una nota di soffusa e sorridente ironia. E anche quest'ultima, a pensarci, è una caratteristica che si ritrova nell'opera musicale di quel Grande.