Per un governo che eccelle nell’arte del rinvio, il momento peggiore è sempre quello nel quale non è più possibile rinviare. Nel caso di Autostrade il limite alle pulsioni dilatorie dell’esecutivo è arrivato nel peggiore dei modi. Un passaggio burocratico, una letterina di quelle che la macchina dei ministeri produce a centinaia ogni mese, la cui forma ordinaria stona però con il contenuto: il ministero delle Infrastrutture comunica al commissario e sindaco di Genova Bucci che la gestione del nuovo ponte di Genova è affidata pro tempore ad Aspi.
Aspi è il medesimo concessionario che gestiva il ponte Morandi quando il suo cedimento strutturale ha inghiottito la vita di 43 persone e ferito a morte una intera città.L’effetto di questa paginetta scritta è stato paragonabile, se perdonate la banalità del paragone in cambio della sua efficacia, al famoso grido: “Il re è nudo”. E il re…
Aspi è il medesimo concessionario che gestiva il ponte Morandi quando il suo cedimento strutturale ha inghiottito la vita di 43 persone e ferito a morte una intera città.L’effetto di questa paginetta scritta è stato paragonabile, se perdonate la banalità del paragone in cambio della sua efficacia, al famoso grido: “Il re è nudo”. E il re…
Per un governo che eccelle nell’arte del rinvio, il momento peggiore è sempre quello nel quale non è più possibile rinviare. Nel caso di Autostrade il limite alle pulsioni dilatorie dell’esecutivo è arrivato nel peggiore dei modi. Un passaggio burocratico, una letterina di quelle che la macchina dei ministeri produce a centinaia ogni mese, la cui forma ordinaria stona però con il contenuto: il ministero delle Infrastrutture comunica al commissario e sindaco di Genova Bucci che la gestione del nuovo ponte di Genova è affidata pro tempore ad Aspi.
Aspi è il medesimo concessionario che gestiva il ponte Morandi quando il suo cedimento strutturale ha inghiottito la vita di 43 persone e ferito a morte una intera città.L’effetto di questa paginetta scritta è stato paragonabile, se perdonate la banalità del paragone in cambio della sua efficacia, al famoso grido: “Il re è nudo”. E il re è effettivamente nudo, dato che a due anni dalla tragedia né il governo Conte uno a trazione leghista né la sua versione bis risciacquata a sinistra sono stati capaci di prendere una decisione, cioè se revocare o meno la concessione ad Autostrade.
L’inerzia della burocrazia ha rimesso le chiavi del ponte in mano al gestore di prima, e non per una consapevole scelta della politica, cosa che avrebbe quantomeno avuto un senso, bensì per la sua latitanza. Questa evidenza è esplosa come un insulto alle orecchie non solo dei parenti delle vittime ma di tutta l’opinione pubblica, sia la parte schierata a favore della revoca sia quella più dubbiosa. Giuseppe Conte ora dice che bisogna decidere subito, come se forze oscure lo avessero sin qui trattenuto dalla possibilità di accelerare. Il Pd accredita la versione che la lettera è stata anche un modo per incalzare gli alleati sull’urgenza di una scelta, e pare una di quelle versioni questurine dove si prova spericolatamente a capovolgere il senso degli eventi quando non sono favorevoli alle forze dell’ordine. Quanto agli alleati in questione, ovvero il M5S, ne hanno approfittato per rinfrescare la specialità della casa, il proclama enfatico e solenne: se non governassero da due e anni e mezzo forse il metodo avrebbe ancora la possibilità di suggestionare un pubblico più ampio degli ultimi affezionati.
Un ritardo colpevole, dunque. Che non può essere giustificato con il solito alibi della necessità di mediazione e diplomazia né con la tentazione di delegare alla Corte costituzionale la paternità della soluzione finale, come è accaduto tante volte in questi ultimi decenni di politica debole e un po’ vigliacca. Nella vicenda Autostrade le divisioni nella maggioranza e nel governo hanno solo cambiato confini e volti nel passaggio dal giallo-verde al giallo-rosso. Non è cambiato il risultato: la paralisi. La posizione del Pd non è mai stata molto chiara. Dietro la parola d’ordine dell’approfondimento della materia traluceva la rassegnazione allo stallo. Il M5S ha sempre sostenuto la via della revoca della concessione, una posizione che a onore del vero non può certo essere liquidata tra le molte bislacche e ideologiche del Movimento, ma ha sempre faticato molto a distinguere tra il campo delle responsabilità penali, che sono personali per definizione, e quello delle sanzioni politiche. Conte ripete da settimane che ci sono i presupposti per la revoca ma che nulla è ancora deciso. Ci può essere un pezzetto di ragione in ciascuna delle posizioni, ma un governo non è un seminario filosofico dove si affastellano teorie per il piacere intellettuale degli studenti. Serve il coraggio di decidere.
Questo gioco delle statue è apparso ancora più intollerabile a causa di una imprevista buona notizia. La questione revoca sì revoca no si trascina da mesi, come del resto è accaduto e accade per tanti altri dossier del governo, ma in questo caso è stato un fatto meno ordinario della letterina del ministero a far allargare le braccia anche del più paziente osservatore: ci si è messo meno a costruire il nuovo ponte che a trovare una quadra nel governo. Il paradosso è che persino la volta che la politica ha prodotto qualcosa di buono si è vista ritorcere contro il successo, proprio perché l’eccezione, la ricostruzione in tempi record, fa risaltare ancora di più la regola, l’estenuante lentezza della nostra politica divenuta ormai strutturale anche a causa dei governi Frankenstein – il primo ben più spaventoso del secondo, sia chiaro – che hanno trascinato fin qui la legislatura. Poco più di due anni che sembrano dieci, non certo per la mole di provvedimenti, e neanche per l’effetto Covid che ha stravolto la percezione temporale di tutti noi, ma per questo senso di ripetizione a oltranza di un copione basato su lunghe estenuanti trattative, molte approvazioni salvo intese e pochi concreti passi avanti. Un’andatura lenta che può anche permettere, forse, di arrivare a fine legislatura. Ma senza altro effetto che guadagnare tempo sul pagamento del conto.
Aspi è il medesimo concessionario che gestiva il ponte Morandi quando il suo cedimento strutturale ha inghiottito la vita di 43 persone e ferito a morte una intera città.L’effetto di questa paginetta scritta è stato paragonabile, se perdonate la banalità del paragone in cambio della sua efficacia, al famoso grido: “Il re è nudo”. E il re è effettivamente nudo, dato che a due anni dalla tragedia né il governo Conte uno a trazione leghista né la sua versione bis risciacquata a sinistra sono stati capaci di prendere una decisione, cioè se revocare o meno la concessione ad Autostrade.
L’inerzia della burocrazia ha rimesso le chiavi del ponte in mano al gestore di prima, e non per una consapevole scelta della politica, cosa che avrebbe quantomeno avuto un senso, bensì per la sua latitanza. Questa evidenza è esplosa come un insulto alle orecchie non solo dei parenti delle vittime ma di tutta l’opinione pubblica, sia la parte schierata a favore della revoca sia quella più dubbiosa. Giuseppe Conte ora dice che bisogna decidere subito, come se forze oscure lo avessero sin qui trattenuto dalla possibilità di accelerare. Il Pd accredita la versione che la lettera è stata anche un modo per incalzare gli alleati sull’urgenza di una scelta, e pare una di quelle versioni questurine dove si prova spericolatamente a capovolgere il senso degli eventi quando non sono favorevoli alle forze dell’ordine. Quanto agli alleati in questione, ovvero il M5S, ne hanno approfittato per rinfrescare la specialità della casa, il proclama enfatico e solenne: se non governassero da due e anni e mezzo forse il metodo avrebbe ancora la possibilità di suggestionare un pubblico più ampio degli ultimi affezionati.
Un ritardo colpevole, dunque. Che non può essere giustificato con il solito alibi della necessità di mediazione e diplomazia né con la tentazione di delegare alla Corte costituzionale la paternità della soluzione finale, come è accaduto tante volte in questi ultimi decenni di politica debole e un po’ vigliacca. Nella vicenda Autostrade le divisioni nella maggioranza e nel governo hanno solo cambiato confini e volti nel passaggio dal giallo-verde al giallo-rosso. Non è cambiato il risultato: la paralisi. La posizione del Pd non è mai stata molto chiara. Dietro la parola d’ordine dell’approfondimento della materia traluceva la rassegnazione allo stallo. Il M5S ha sempre sostenuto la via della revoca della concessione, una posizione che a onore del vero non può certo essere liquidata tra le molte bislacche e ideologiche del Movimento, ma ha sempre faticato molto a distinguere tra il campo delle responsabilità penali, che sono personali per definizione, e quello delle sanzioni politiche. Conte ripete da settimane che ci sono i presupposti per la revoca ma che nulla è ancora deciso. Ci può essere un pezzetto di ragione in ciascuna delle posizioni, ma un governo non è un seminario filosofico dove si affastellano teorie per il piacere intellettuale degli studenti. Serve il coraggio di decidere.
Questo gioco delle statue è apparso ancora più intollerabile a causa di una imprevista buona notizia. La questione revoca sì revoca no si trascina da mesi, come del resto è accaduto e accade per tanti altri dossier del governo, ma in questo caso è stato un fatto meno ordinario della letterina del ministero a far allargare le braccia anche del più paziente osservatore: ci si è messo meno a costruire il nuovo ponte che a trovare una quadra nel governo. Il paradosso è che persino la volta che la politica ha prodotto qualcosa di buono si è vista ritorcere contro il successo, proprio perché l’eccezione, la ricostruzione in tempi record, fa risaltare ancora di più la regola, l’estenuante lentezza della nostra politica divenuta ormai strutturale anche a causa dei governi Frankenstein – il primo ben più spaventoso del secondo, sia chiaro – che hanno trascinato fin qui la legislatura. Poco più di due anni che sembrano dieci, non certo per la mole di provvedimenti, e neanche per l’effetto Covid che ha stravolto la percezione temporale di tutti noi, ma per questo senso di ripetizione a oltranza di un copione basato su lunghe estenuanti trattative, molte approvazioni salvo intese e pochi concreti passi avanti. Un’andatura lenta che può anche permettere, forse, di arrivare a fine legislatura. Ma senza altro effetto che guadagnare tempo sul pagamento del conto.