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Il premier Giuseppe Conte in aula alla Camera sugli esiti del Consiglio europeo (ansa)

La stagione delle riforme

L’occasione offerta dal Recovery Fund è unica per un intervento di ristrutturazione radicale delle tante storture e arretratezze che ingabbiano l’Italia
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Il pacchetto del Recovery Fund offre una opportunità unica per un intervento di ristrutturazione radicale delle tante storture e arretratezze che ingabbiano l’Italia. Dovranno essere messe in cantiere tante riforme; ma che lo siano per davvero. Perché quando si parla di riforme si cade in un paradosso degno della “neolingua” profetizzata in 1984, il racconto di fantapolitica (ma non tanto) di George Orwell, in cui “il vero era falso” e viceversa, attraverso una epurazione e correzione continua del linguaggio. Quindi le riforme “vere” sono quelle che, nella storia, sono state invocate da chi voleva cambiare uno status quo iniquo.

I movimenti riformatori nell’Inghilterra dell’Ottocento chiedevano infatti l’abolizione della schiavitù, provvedimenti a favore degli indigenti, diritti civili e sociali, tutte aspirazioni ad una società più libera e giusta. Questa spinta è continuata, bench&…
Il pacchetto del Recovery Fund offre una opportunità unica per un intervento di ristrutturazione radicale delle tante storture e arretratezze che ingabbiano l’Italia. Dovranno essere messe in cantiere tante riforme; ma che lo siano per davvero. Perché quando si parla di riforme si cade in un paradosso degno della “neolingua” profetizzata in 1984, il racconto di fantapolitica (ma non tanto) di George Orwell, in cui “il vero era falso” e viceversa, attraverso una epurazione e correzione continua del linguaggio. Quindi le riforme “vere” sono quelle che, nella storia, sono state invocate da chi voleva cambiare uno status quo iniquo.

I movimenti riformatori nell’Inghilterra dell’Ottocento chiedevano infatti l’abolizione della schiavitù, provvedimenti a favore degli indigenti, diritti civili e sociali, tutte aspirazioni ad una società più libera e giusta. Questa spinta è continuata, benché a corrente alternata, per tutto il Novecento, ad eccezione del suo ultimo decennio. Il fronte popolare francese, il New Deal di Franklin Delano Roosevelt, il governo laburista di Clement Attlee nel 1945, affiancato dalle socialdemocrazie scandinave, sono andati tutti nella direzione di ampliare le libertà, estendere la protezione sociale e guidare l’intervento pubblico a sostegno di uno sviluppo armonico di cui tutti, in linea di principio, beneficiassero.

Le riforme, per riprendere uno slogan socialdemocratico degli anni Cinquanta, si condensavano nella triade case, scuole, ospedali. Oggi, la neolingua del capitalismo finanziarizzato e globalizzato ha rovesciato il significato del termine, e per riforme intende provvedimenti di restrizione dei diritti e delle provvidenze a favore dei più svantaggiati. Quando i cantori del neoliberismo invocano tagli alle pensioni e al welfare dovrebbero avere l’onestà intellettuale di definire tali provvedimenti delle contro-riforme, perché esse scardinano quanto messo in campo dalla stagione del consenso keynesiano, concretizzatasi nei primi tre decenni postbellici, quelli della maggior crescita economica e del benessere in tutto l’Occidente. E quando strillano disperati contro lo “statalismo” — altro termine tipico della neolingua liberista — che porta diretti alla “servitù” secondo il loro maestro von Hayek, immaginano l’Italia già impantanata nelle sabbie mobili dell’Orinoco venezuelano, e non orientata verso quell’integrazione pubblico-privato che ha fatto la fortuna dell’Europa postbellica. Come ricordato alcuni giorni fa su Repubblica da Nadia Urbinati, l’intervento pubblico contro un capitalismo arretrato e senza visione era invocato da fior di liberali, da Luigi Einuadi ad Ernesto Rossi, e promosso politicamente da quella ristretta élite autenticamente europea degli “Amici del Mondo” e del Partito Repubblicano di Ugo La Malfa, poi affiancato dal meglio del Partito Socialista, a incominciare da Antonio Giolitti.

Certo, di quell’intervento dello stato, la classe politica democristiana, accompagnata dal peggio del Partito socialista, ha fatto strame. La ritirata dal pubblico era inevitabile alla fine del secolo scorso. Ma c’è modo e modo. Riconoscere gli errori, gli sperperi, le inefficienze, e la corruzione grande e piccola che ne derivò, serve proprio per seguire una strada diversa, non per invertire la rotta a 180 gradi e considerare qualunque intervento pubblico uno spreco o un danno. L’Italia ha un bisogno disperato di riforme per promuovere sviluppo ed equità sociale. Gli interventi che invece favoriscono pochi o restringono garanzie sono antitetici alla nozione di riforma e vanno chiamati con il loro vero nome: politiche reazionarie e contro-riformiste.