Se tutti gli italiani riconoscono l'eleganza e la sobrietà di Mattarella
Sebastiano Messina , di SEBASTIANO MESSINATanti gli auguri per il 79esimo compleanno del Presidente. È il grazie corale di un popolo all’uomo che è riuscito, nella tempesta, a non fargli perdere la speranza in quel porto sicuro che chiamiamo Stato
Forse solo in Cina, in Russia o nella Corea di Kim Jong-un il compleanno del Presidente riesce a scatenare - come sta succedendo oggi per i 79 anni di Sergio Mattarella - un'alluvione di auguri con la gara a chi elenca le sue maggior virtù: la saggezza e l'umanità, la forza e la mitezza, il rigore e la dolcezza. Con una differenza: che questo non è l'inchino obbligatorio dei sudditi al capo del regime, ma il grazie corale di un popolo all'uomo che è riuscito, nella tempesta, a non fargli perdere la speranza in quel porto sicuro che chiamiamo Stato.
E scremiamo pure questa valanga di tweet che ha portato in tendenza l'hashtag #auguripresidente dall'inevitabile vena retorica, quella che lo chiama "santo protettore" o che - parafrasando l'inno di un ex - scrive "Meno male che Sergio c'è". Mettiamo da parte la strepitosa vignetta, ritwittata più e più volte, in cui quel genio di Makkox lo…
E scremiamo pure questa valanga di tweet che ha portato in tendenza l'hashtag #auguripresidente dall'inevitabile vena retorica, quella che lo chiama "santo protettore" o che - parafrasando l'inno di un ex - scrive "Meno male che Sergio c'è". Mettiamo da parte la strepitosa vignetta, ritwittata più e più volte, in cui quel genio di Makkox lo…
Forse solo in Cina, in Russia o nella Corea di Kim Jong-un il compleanno del Presidente riesce a scatenare - come sta succedendo oggi per i 79 anni di Sergio Mattarella - un'alluvione di auguri con la gara a chi elenca le sue maggior virtù: la saggezza e l'umanità, la forza e la mitezza, il rigore e la dolcezza. Con una differenza: che questo non è l'inchino obbligatorio dei sudditi al capo del regime, ma il grazie corale di un popolo all'uomo che è riuscito, nella tempesta, a non fargli perdere la speranza in quel porto sicuro che chiamiamo Stato.
E scremiamo pure questa valanga di tweet che ha portato in tendenza l'hashtag #auguripresidente dall'inevitabile vena retorica, quella che lo chiama "santo protettore" o che - parafrasando l'inno di un ex - scrive "Meno male che Sergio c'è". Mettiamo da parte la strepitosa vignetta, ritwittata più e più volte, in cui quel genio di Makkox lo dipinge come un Superman dal mantello tricolore, un supereroe con gli occhiali e i capelli bianchi.
Togliamo pure tutto questo, e resta sul tavolo una verità indiscutibile: Mattarella, il Presidente che all'inizio qualcuno guardava con sospetto perché era un ex democristiano (e siciliano, addirittura), il Presidente che nell'imitazione di Crozza era un manichino legnoso, ingobbito e impacciato, il Presidente che Di Maio voleva far processare per attentato alla Costituzione, oggi è diventato - secondo tutti i sondaggi - l'uomo politico di cui gli italiani si fidano di più. E c'è riuscito senza promettere regali miracolosi, senza scivolare nel populismo, senza inondare la tv di messaggi alla nazione.
E quando proprio non ha potuto fare a meno di mettersi davanti a una telecamera, per rassicurare un'Italia prigioniera del lockdown, il vero Mattarella è sbucato da un imprevisto fuori onda, e quella frase che ricordiamo tutti ("Giovanni, nemmeno io vado dal barbiere") ha acceso un'empatia immediata tra un Paese che sbuffava per il coprifuoco e il suo Presidente che, pur avendo tutto il potere di farlo, evitava di infrangere le regole dettate da Conte.
In questi cinque anni e mezzo, il presidente designato da Renzi che la destra non volle votare e che i grillini volevano trascinare nell'impeachment si è trasformato - grazie alla sua ferrea sobrietà e alla sua eleganza morale - nel Grande Saggio al quale Conte e Di Maio si rivolgono nei momenti bui. Si è rivelato uno statista ascoltato e rispettato dagli italiani di ogni colore politico, al punto che oggi uno su tre vorrebbe che lui facesse il bis, al Quirinale. È diventato, insomma, l'immagine stessa di quello Stato al quale tutti ci affidiamo, perché ci porti fuori dalla tempesta.
E scremiamo pure questa valanga di tweet che ha portato in tendenza l'hashtag #auguripresidente dall'inevitabile vena retorica, quella che lo chiama "santo protettore" o che - parafrasando l'inno di un ex - scrive "Meno male che Sergio c'è". Mettiamo da parte la strepitosa vignetta, ritwittata più e più volte, in cui quel genio di Makkox lo dipinge come un Superman dal mantello tricolore, un supereroe con gli occhiali e i capelli bianchi.
Togliamo pure tutto questo, e resta sul tavolo una verità indiscutibile: Mattarella, il Presidente che all'inizio qualcuno guardava con sospetto perché era un ex democristiano (e siciliano, addirittura), il Presidente che nell'imitazione di Crozza era un manichino legnoso, ingobbito e impacciato, il Presidente che Di Maio voleva far processare per attentato alla Costituzione, oggi è diventato - secondo tutti i sondaggi - l'uomo politico di cui gli italiani si fidano di più. E c'è riuscito senza promettere regali miracolosi, senza scivolare nel populismo, senza inondare la tv di messaggi alla nazione.
E quando proprio non ha potuto fare a meno di mettersi davanti a una telecamera, per rassicurare un'Italia prigioniera del lockdown, il vero Mattarella è sbucato da un imprevisto fuori onda, e quella frase che ricordiamo tutti ("Giovanni, nemmeno io vado dal barbiere") ha acceso un'empatia immediata tra un Paese che sbuffava per il coprifuoco e il suo Presidente che, pur avendo tutto il potere di farlo, evitava di infrangere le regole dettate da Conte.
In questi cinque anni e mezzo, il presidente designato da Renzi che la destra non volle votare e che i grillini volevano trascinare nell'impeachment si è trasformato - grazie alla sua ferrea sobrietà e alla sua eleganza morale - nel Grande Saggio al quale Conte e Di Maio si rivolgono nei momenti bui. Si è rivelato uno statista ascoltato e rispettato dagli italiani di ogni colore politico, al punto che oggi uno su tre vorrebbe che lui facesse il bis, al Quirinale. È diventato, insomma, l'immagine stessa di quello Stato al quale tutti ci affidiamo, perché ci porti fuori dalla tempesta.