Legge, leggere, eleggere: la legge elettorale è una sciarada, un gioco di parole. Che non interessa più i lettori, né tantomeno gli elettori. Dovremmo forse trovarle un altro nome, per ricongiungere la forma alla sostanza. O trovare altri partiti, capaci di ravvivare l'entusiasmo. Dopotutto da quella legge dipende la qualità della democrazia italiana. Ma i partiti stanno imbastendo la solita manfrina, dove ogni mossa è uno sgambetto, dove l'alleato è il tuo primo nemico. Ciascuno con un retropensiero, con in testa soltanto il proprio tornaconto. E i conti non tornano, nemmeno con l'ausilio d'una calcolatrice. Sicché la Camera, giovedì, ha preso atto dello stallo: rinvio alle calende greche.
Eppure la riforma elettorale fu il solenne giuramento da cui il governo Conte bis trasse la sua linfa. Serve un sistema più rappresentativo, disse la nuova maggioranza nell'agosto 2019. Però anche allora c…
Eppure la riforma elettorale fu il solenne giuramento da cui il governo Conte bis trasse la sua linfa. Serve un sistema più rappresentativo, disse la nuova maggioranza nell'agosto 2019. Però anche allora c…
Legge, leggere, eleggere: la legge elettorale è una sciarada, un gioco di parole. Che non interessa più i lettori, né tantomeno gli elettori. Dovremmo forse trovarle un altro nome, per ricongiungere la forma alla sostanza. O trovare altri partiti, capaci di ravvivare l'entusiasmo. Dopotutto da quella legge dipende la qualità della democrazia italiana. Ma i partiti stanno imbastendo la solita manfrina, dove ogni mossa è uno sgambetto, dove l'alleato è il tuo primo nemico. Ciascuno con un retropensiero, con in testa soltanto il proprio tornaconto. E i conti non tornano, nemmeno con l'ausilio d'una calcolatrice. Sicché la Camera, giovedì, ha preso atto dello stallo: rinvio alle calende greche.
Eppure la riforma elettorale fu il solenne giuramento da cui il governo Conte bis trasse la sua linfa. Serve un sistema più rappresentativo, disse la nuova maggioranza nell'agosto 2019. Però anche allora c'era un non detto, più sonoro delle parole dette: via i collegi uninominali del Rosatellum, altrimenti al prossimo giro vincerà Salvini. E infatti, nel gennaio 2020, tutti d'accordo sul proporzionale. Il Germanicum, che altri chiamano Brescellum, tanto per rendere il quadro ancora più confuso. L'unico punto chiaro sta nella soglia di sbarramento concordata: 5 per cento, chi non la raggiunge è fuori. Per i piccoli partiti, più che una soglia rappresenta una mannaia.
Sicché adesso Leu ha i dolori delle doglie, Iv vuole abortire il feto. Ma non si sa, magari Renzi alza la posta per ottenere qualche presidenza nelle commissioni parlamentari, di cui è atteso il rinnovo. Mentre si sa che il Pd richiama i 5 Stelle al rispetto degli impegni a suo tempo sottoscritti: io voto il referendum sul taglio dei parlamentari, tu voti la mia legge elettorale. Con un retropensiero, anche in questo caso. Giacché la riforma elettorale può ben essere la buccia di banana su cui cadrà il governo, e d'estate le banane mettono appetito.
Sarà per questo che gli italiani ricambiano questa messinscena con una mitragliata di sbadigli. La nuova legge elettorale è affare degli eletti, non degli elettori. O forse sarà che ne abbiamo viste troppe, e lo spettacolo ci è ormai venuto a stufo. Da quando l'Italia è una Repubblica, abbiamo via via sperimentato sette leggi elettorali (nel 1946, nel 1948, nel 1953, nel 1993, nel 2005, nel 2016, nel 2017). Passando dal proporzionale che elesse l'Assemblea costituente al maggioritario che spinse l'altalena fra Berlusconi e Prodi, fino al "maggiorzionale" di questa stagione tripolare. Ogni legge recava in seno un virus, uno sbaglio che ne rendeva poi urgente la riforma, e dunque lo sbaglio successivo. Ora è in gestazione l'ottavo sbaglio della serie: niente di nuovo, niente di speciale.
Però stavolta un fatto nuovo c'è, anzi un non fatto: il silenzio del governo. Curioso, giacché dal Porcellum in poi tutte le riforme elettorali sono state scritte sotto dettatura dell'esecutivo. L'ultima volta il governo Gentiloni mise addirittura la fiducia, pur d'incassare il risultato. Perché ora l'inerzia? Probabilmente per paura della buccia di banana: se resti immobile, non ci potrai inciampare. Ma la legge in vigore, con un Parlamento dimagrito di 345 membri, diventerà un inciampo per la democrazia italiana. Per dirne una, la Basilicata esprimerebbe tre senatori appena, lasciando a digiuno le forze politiche minori. Mentre nei collegi uninominali ogni senatore finirebbe per rappresentare 800 mila elettori, più della popolazione di Stati come Malta o Lussemburgo. Un problema di legittimità costituzionale, oltre che una distorsione del gioco democratico. Meglio evitarlo; di problemi ne abbiamo già troppi.
Eppure la riforma elettorale fu il solenne giuramento da cui il governo Conte bis trasse la sua linfa. Serve un sistema più rappresentativo, disse la nuova maggioranza nell'agosto 2019. Però anche allora c'era un non detto, più sonoro delle parole dette: via i collegi uninominali del Rosatellum, altrimenti al prossimo giro vincerà Salvini. E infatti, nel gennaio 2020, tutti d'accordo sul proporzionale. Il Germanicum, che altri chiamano Brescellum, tanto per rendere il quadro ancora più confuso. L'unico punto chiaro sta nella soglia di sbarramento concordata: 5 per cento, chi non la raggiunge è fuori. Per i piccoli partiti, più che una soglia rappresenta una mannaia.
Sicché adesso Leu ha i dolori delle doglie, Iv vuole abortire il feto. Ma non si sa, magari Renzi alza la posta per ottenere qualche presidenza nelle commissioni parlamentari, di cui è atteso il rinnovo. Mentre si sa che il Pd richiama i 5 Stelle al rispetto degli impegni a suo tempo sottoscritti: io voto il referendum sul taglio dei parlamentari, tu voti la mia legge elettorale. Con un retropensiero, anche in questo caso. Giacché la riforma elettorale può ben essere la buccia di banana su cui cadrà il governo, e d'estate le banane mettono appetito.
Sarà per questo che gli italiani ricambiano questa messinscena con una mitragliata di sbadigli. La nuova legge elettorale è affare degli eletti, non degli elettori. O forse sarà che ne abbiamo viste troppe, e lo spettacolo ci è ormai venuto a stufo. Da quando l'Italia è una Repubblica, abbiamo via via sperimentato sette leggi elettorali (nel 1946, nel 1948, nel 1953, nel 1993, nel 2005, nel 2016, nel 2017). Passando dal proporzionale che elesse l'Assemblea costituente al maggioritario che spinse l'altalena fra Berlusconi e Prodi, fino al "maggiorzionale" di questa stagione tripolare. Ogni legge recava in seno un virus, uno sbaglio che ne rendeva poi urgente la riforma, e dunque lo sbaglio successivo. Ora è in gestazione l'ottavo sbaglio della serie: niente di nuovo, niente di speciale.
Però stavolta un fatto nuovo c'è, anzi un non fatto: il silenzio del governo. Curioso, giacché dal Porcellum in poi tutte le riforme elettorali sono state scritte sotto dettatura dell'esecutivo. L'ultima volta il governo Gentiloni mise addirittura la fiducia, pur d'incassare il risultato. Perché ora l'inerzia? Probabilmente per paura della buccia di banana: se resti immobile, non ci potrai inciampare. Ma la legge in vigore, con un Parlamento dimagrito di 345 membri, diventerà un inciampo per la democrazia italiana. Per dirne una, la Basilicata esprimerebbe tre senatori appena, lasciando a digiuno le forze politiche minori. Mentre nei collegi uninominali ogni senatore finirebbe per rappresentare 800 mila elettori, più della popolazione di Stati come Malta o Lussemburgo. Un problema di legittimità costituzionale, oltre che una distorsione del gioco democratico. Meglio evitarlo; di problemi ne abbiamo già troppi.