Il grande ingorgo del Parlamento
Stefano Folli , di STEFANO FOLLINon solo governo e partiti, è l’intero sistema che scricchiola nel timore di un autunno che potrebbe provocare una frattura sociale senza precedenti nel Paese
Il gigantesco ingorgo politico e parlamentare di fine luglio resterà a lungo, se non nella storia, almeno nelle cronache. Tra rinvii e scelte obbligate, l'ingorgo riguarda il governo, come è ovvio, ma anche i partiti. Di maggioranza e di opposizione. È l'intero sistema che scricchiola nel timore di un autunno che potrebbe provocare una frattura sociale senza precedenti nel Paese.
Il primo tema è ormai da giorni il più insidioso: chi gestirà i fondi della ricostruzione. Il nodo è duplice: il rapporto tra governo e Parlamento, nonché lo strumento pratico con cui dovrà essere coordinato l'uso delle risorse attese per il 2021. Tramontata forse l'ipotesi di una commissione bicamerale, resta il punto cruciale: le commissioni di Camera e Senato (una probabilmente affidata a Brunetta) avranno solo un compito di indirizzo, fissando una cornice generale, ovvero tenteranno di entrare più nel merito, fino a sov…
Il primo tema è ormai da giorni il più insidioso: chi gestirà i fondi della ricostruzione. Il nodo è duplice: il rapporto tra governo e Parlamento, nonché lo strumento pratico con cui dovrà essere coordinato l'uso delle risorse attese per il 2021. Tramontata forse l'ipotesi di una commissione bicamerale, resta il punto cruciale: le commissioni di Camera e Senato (una probabilmente affidata a Brunetta) avranno solo un compito di indirizzo, fissando una cornice generale, ovvero tenteranno di entrare più nel merito, fino a sov…
Il gigantesco ingorgo politico e parlamentare di fine luglio resterà a lungo, se non nella storia, almeno nelle cronache. Tra rinvii e scelte obbligate, l'ingorgo riguarda il governo, come è ovvio, ma anche i partiti. Di maggioranza e di opposizione. È l'intero sistema che scricchiola nel timore di un autunno che potrebbe provocare una frattura sociale senza precedenti nel Paese.
Il primo tema è ormai da giorni il più insidioso: chi gestirà i fondi della ricostruzione. Il nodo è duplice: il rapporto tra governo e Parlamento, nonché lo strumento pratico con cui dovrà essere coordinato l'uso delle risorse attese per il 2021. Tramontata forse l'ipotesi di una commissione bicamerale, resta il punto cruciale: le commissioni di Camera e Senato (una probabilmente affidata a Brunetta) avranno solo un compito di indirizzo, fissando una cornice generale, ovvero tenteranno di entrare più nel merito, fino a sovrapporsi in parte al governo, cioè a Palazzo Chigi? Logica vuole che il Parlamento abbia solo un potere di indirizzo e di controllo, ma è inutile girare intorno al punto: è il centralismo di Conte che si vuole frenare, la sua tendenza a governare tutto dalla propria scrivania. Non a caso al Parlamento il premier concede di tener vivo "un confronto", ma alle cose sostanziali penserà il comitato interministeriale (Ciae) il cui formale presidente sarà Amendola, ministro degli Affari europei, mentre l'avvocato del popolo riserva per sé il compito del vero regista.
Lo scontro di potere è comprensibile e l'esito non è ancora scritto. I progetti economici da trasmettere all'Unione dovranno essere pronti per la metà di ottobre, il che accresce il ruolo delle Camere, ma al tempo stesso crea un incrocio con il rebus del Mes, enigma destinato a essere risolto in un senso o nell'altro proprio in autunno. Quindi dare la presidenza della commissione a un esponente di Forza Italia come Brunetta è un'arma a doppio taglio: da un lato avvicina il partito berlusconiano all'area di governo, dall'altro gli dà voce in capitolo sulla rotta da seguire e soprattutto rinforza la spinta filo-Mes presente in Parlamento e oggi come oggi distruttiva per la coalizione Pd-M5S.
Altro tema è la riforma elettorale. Qui sembra chiaro che non si metterà in cantiere il proporzionale prima del voto regionale di settembre e del referendum sui parlamentari. Significa che il non-detto è ancora prevalente: fa comodo attribuire il rinvio ai voltafaccia di Renzi, in realtà i protagonisti sono troppo deboli per stringere accordi di ferro alla viglia di elezioni da cui potrebbe venire qualche sorpresa. Colpisce, ad esempio, che il Pd sia sempre fermo intorno al 20% mentre in apparenza i 5S traggono qualche beneficio dalla popolarità di Conte, sfruttata con astuzia. Peraltro l'estate si rivela complicata anche per l'opposizione. Qui avviene il contrario rispetto alla maggioranza: un travaso costante dei consensi tra Salvini e Giorgia Meloni, con Berlusconi saldo sullo zoccolo del 7%. Se tra Pd e 5S sembra essersi stabilito un equilibrio - non soddisfacente per il partito di Zingaretti - , a destra è evidente che la Lega non riesce a risalire la china e cede terreno a FdI. La questione migranti non mobilita più come due anni fa. E siccome piove sul bagnato, ecco che il caso Lombardia potrebbe non essere la causa del declino leghista, bensì il suo effetto. Il salvinismo sempre più fenomeno estremista senza capacità di evolvere.
Il primo tema è ormai da giorni il più insidioso: chi gestirà i fondi della ricostruzione. Il nodo è duplice: il rapporto tra governo e Parlamento, nonché lo strumento pratico con cui dovrà essere coordinato l'uso delle risorse attese per il 2021. Tramontata forse l'ipotesi di una commissione bicamerale, resta il punto cruciale: le commissioni di Camera e Senato (una probabilmente affidata a Brunetta) avranno solo un compito di indirizzo, fissando una cornice generale, ovvero tenteranno di entrare più nel merito, fino a sovrapporsi in parte al governo, cioè a Palazzo Chigi? Logica vuole che il Parlamento abbia solo un potere di indirizzo e di controllo, ma è inutile girare intorno al punto: è il centralismo di Conte che si vuole frenare, la sua tendenza a governare tutto dalla propria scrivania. Non a caso al Parlamento il premier concede di tener vivo "un confronto", ma alle cose sostanziali penserà il comitato interministeriale (Ciae) il cui formale presidente sarà Amendola, ministro degli Affari europei, mentre l'avvocato del popolo riserva per sé il compito del vero regista.
Lo scontro di potere è comprensibile e l'esito non è ancora scritto. I progetti economici da trasmettere all'Unione dovranno essere pronti per la metà di ottobre, il che accresce il ruolo delle Camere, ma al tempo stesso crea un incrocio con il rebus del Mes, enigma destinato a essere risolto in un senso o nell'altro proprio in autunno. Quindi dare la presidenza della commissione a un esponente di Forza Italia come Brunetta è un'arma a doppio taglio: da un lato avvicina il partito berlusconiano all'area di governo, dall'altro gli dà voce in capitolo sulla rotta da seguire e soprattutto rinforza la spinta filo-Mes presente in Parlamento e oggi come oggi distruttiva per la coalizione Pd-M5S.
Altro tema è la riforma elettorale. Qui sembra chiaro che non si metterà in cantiere il proporzionale prima del voto regionale di settembre e del referendum sui parlamentari. Significa che il non-detto è ancora prevalente: fa comodo attribuire il rinvio ai voltafaccia di Renzi, in realtà i protagonisti sono troppo deboli per stringere accordi di ferro alla viglia di elezioni da cui potrebbe venire qualche sorpresa. Colpisce, ad esempio, che il Pd sia sempre fermo intorno al 20% mentre in apparenza i 5S traggono qualche beneficio dalla popolarità di Conte, sfruttata con astuzia. Peraltro l'estate si rivela complicata anche per l'opposizione. Qui avviene il contrario rispetto alla maggioranza: un travaso costante dei consensi tra Salvini e Giorgia Meloni, con Berlusconi saldo sullo zoccolo del 7%. Se tra Pd e 5S sembra essersi stabilito un equilibrio - non soddisfacente per il partito di Zingaretti - , a destra è evidente che la Lega non riesce a risalire la china e cede terreno a FdI. La questione migranti non mobilita più come due anni fa. E siccome piove sul bagnato, ecco che il caso Lombardia potrebbe non essere la causa del declino leghista, bensì il suo effetto. Il salvinismo sempre più fenomeno estremista senza capacità di evolvere.