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Matteo Salvini nell'aula del Senato prima del voto sull'autorizzazione a procedere (ansa)

Open Arms, l’ultima sfida di Salvini

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Il processo come occasione per risalire nei sondaggi e quel pericoloso appello al popolo
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"L'unico tribunale che conta è quello del popolo". In questa frase pronunciata ieri da Matteo Salvini nell'Aula del Senato c'è qualcosa di più di un tentativo di difendersi rispetto all'inchiesta "Open Arms" che lo riguarda. C'è una concezione della politica e della democrazia. C'è una lesione dei rapporti istituzionali.

È evidente che ogni formula utilizzata ieri dal leader leghista risponde alla necessità di uscire dal cono d'ombra in cui si è infilato proprio un anno fa. La sua leadership presenta da mesi i connotati della zoppia. I sondaggi lo penalizzano, l'assalto elettorale - a partire dall'Emilia Romagna - è fallito, i dubbi nel suo stesso partito e nella sua coalizione crescono, l'antieuropeismo si è schiantato contro il muro del Recovery Fund. L'uscita dall'euro si è ridotta a una utopia provocatoria. Il suo sovranismo appare a tem…
"L'unico tribunale che conta è quello del popolo". In questa frase pronunciata ieri da Matteo Salvini nell'Aula del Senato c'è qualcosa di più di un tentativo di difendersi rispetto all'inchiesta "Open Arms" che lo riguarda. C'è una concezione della politica e della democrazia. C'è una lesione dei rapporti istituzionali.

È evidente che ogni formula utilizzata ieri dal leader leghista risponde alla necessità di uscire dal cono d'ombra in cui si è infilato proprio un anno fa. La sua leadership presenta da mesi i connotati della zoppia. I sondaggi lo penalizzano, l'assalto elettorale - a partire dall'Emilia Romagna - è fallito, i dubbi nel suo stesso partito e nella sua coalizione crescono, l'antieuropeismo si è schiantato contro il muro del Recovery Fund. L'uscita dall'euro si è ridotta a una utopia provocatoria. Il suo sovranismo appare a tempo determinato. Con una scadenza. E ha bisogno di rivitalizzarlo. Prende al volo il primo corroborante che gli capita.

Negli Stati Uniti la stella di Donald Trump si è agganciata al motto "Law and Order", ossia legge e ordine, per scalare il consenso che appare in discesa. Salvini, in Italia, copia esattamente la stessa ricetta. Deve nascondere il Covid, ha bisogno di occultare i 209 miliardi che arriveranno da Bruxelles. Ma ha la necessità di rievocare quell'unico ingrediente che gli aveva permesso negli ultimi tre anni di cavalcare l'onda della popolarità: la questione migranti. Non c'è dubbio che quello è il terreno più agevole, anche a causa della latitanza con cui il governo Conte ha gestito e sta gestendo l'emergenza migratoria. La maggioranza giallorossa se ne è dimenticata, ha rimosso il problema. E ora lo riconsegna nelle mani del suo avversario.

Ogni parola, ogni gesto compiuto ieri dal suo scranno a Palazzo Madama rinviava infatti a quell'argomento. Lo ha ammesso lui stesso: è un "regalo". Comprensibilmente. È l'unica arma dialettica di cui si sente dotato. La brandisce anche a costo di provocare dei veri e propri infarti al sistema. Il merito dell'inchesta in questo modo scompare. I limiti dell'autorizzazione svaniscono. L'oggetto del voto dei senatori viene sublimato in un immaginario complotto. Il suo intervento non ha nulla di processuale. Semmai punta a deviare la richiesta di ammettere le indagini nei suoi confronti dai binari istituzionali per trasferirla in quelli di un ipotetico palcoscenico della rivincita o della vendetta.

Il capo leghista sente di aver perso quel "tocco magico" che per tre anni ha avuto. Avverte che i suoi processi, se restano solo dei processi e non una persecuzione, lo irrigimenteranno nella casella della inservibilità politica. Capisce che persino i suoi alleati utilizzeranno lo stesso argomento per precludergli la premiership. Nello stesso tempo i "colonnelli" insoddisfatti della Lega lo sfrutteranno per minare il suo ruolo di comando nel partito. Perché i nemici interni, come in ogni partito, sono silenziosi nella vittoria e molto attivi nella sconfitta.

Il punto, allora, è proprio questo: tutto viene strumentalizzato secondo una liturgia che non riesce mai a cambiare. Mutano le situazioni, non muta il suo canovaccio. Confonde la politica - e prima confondeva l'attività di governo - con il suo modello comunicativo. Gli è impossibile uscirne. Perché fino a dieci mesi fa ha prodotto risultati in termini di consenso, certo. Ma anche perché la sua traiettoria è monodirezionale. È priva di qualsiasi elasticità anche di fronte a contesti diversi. E soprattutto è sguarnita di cultura istituzionale.

Rivolgersi all'"unico tribunale del popolo" rappresenta la differenza tra la legalità e il Far West del populismo. Equiparare l'autorizzazione alle indagini - ripeto: autorizzazione alle indagini e non al processo - a una occasione da sfruttare significa aggrapparsi all'ancora salvifica della demagogia.

Chi ha ricoperto il ruolo di vicepresidente del Consiglio e ministro dell'Interno, però, non può non sapere che il Paese in uno Stato di diritto si difende rispettando le leggi. E non invocando una presunta volontà popolare come se il popolo fosse uno, espressione di un unico proponimento coincidente con il suo. Le Istituzioni e i codici, al contrario, in un sistema democratico non sono al di sotto degli interessi personali e nemmeno possono essere usati come un veicolo per raggiungere gli obiettivi fissati dalla propria propaganda. Si tratta di una vera e propria tecnica manipolativa del consenso. Efficacissima quando era praticata con lo scudo del Viminale. Ora tenta di trarre vigore dall'opacità del vittimismo giudiziario.

Così si mette integralmente sul sentiero già tracciato da Silvio Berlusconi (che infatti commenta "Matteo è come me"), anzi per certi versi lo supera. La politica della Prima Repubblica si difendeva nei processi, il Cavaliere dai processi, Salvini fuori dai processi. Invoca il giudizio della gente per questo. Immagina una sorta di immunità concessa non dalle regole ma dai suoi sostenitori. Arriva a citare Ezra Pound, uno che con la democrazia aveva davvero ben poca dimestichezza.

Si tratta dell'ennesimo salto triplo di Salvini. Che esultava quando alla Camera i deputati della Lega sventolavano il cappio per negare l'immunità ai parlamentari e che ha preso la rincorsa verso la segreteria quando il Carroccio si è presentato agli elettori come il "Partito delle scope" con cui spazzare tutto quello che di illegale c'era nel suo Movimento e anche fuori. Questa è l'ennesima partita giocata fuori dal campo regolamentare delle Istituzioni.