La realpolitik delle trivelle
di GIAMPIERO MASSOLOErdogan e la strategia dell’espansione nel Mediterraneo orientale
La politica delle trivelle. Quelle turche che cercano giacimenti a un passo dall'isola greca di Kastellorizo, a sua volta a un braccio di mare dalle coste della Turchia, così come nei fondali contestati intorno a Cipro.
Un moltiplicatore di tensioni nel Mediterraneo orientale. Conseguenza, certo, dell'incompiuta delimitazione delle zone economiche esclusive di ciascuno dei Paesi rivieraschi. Ma anche di un power game che travalica il contingente, potenzialmente la regione stessa e investe equilibri più complessivi.
La posta in gioco è duplice. Una energetica: riguarda l'interesse di Ankara di confermarsi snodo imprescindibile delle forniture energetiche all'Europa (e quello di Mosca di continuare a esserne il fornitore inevitabile), contro i tentativi di fonti e rotte alternative posti in essere da Egitto, Israele e Grecia a partire dai nuovi giacimenti egiziani. L'altra geopolitica: con l'ambizione neo-ottomana di Recep Tayyip Erdogan di…
Un moltiplicatore di tensioni nel Mediterraneo orientale. Conseguenza, certo, dell'incompiuta delimitazione delle zone economiche esclusive di ciascuno dei Paesi rivieraschi. Ma anche di un power game che travalica il contingente, potenzialmente la regione stessa e investe equilibri più complessivi.
La posta in gioco è duplice. Una energetica: riguarda l'interesse di Ankara di confermarsi snodo imprescindibile delle forniture energetiche all'Europa (e quello di Mosca di continuare a esserne il fornitore inevitabile), contro i tentativi di fonti e rotte alternative posti in essere da Egitto, Israele e Grecia a partire dai nuovi giacimenti egiziani. L'altra geopolitica: con l'ambizione neo-ottomana di Recep Tayyip Erdogan di…
La politica delle trivelle. Quelle turche che cercano giacimenti a un passo dall'isola greca di Kastellorizo, a sua volta a un braccio di mare dalle coste della Turchia, così come nei fondali contestati intorno a Cipro.
Un moltiplicatore di tensioni nel Mediterraneo orientale. Conseguenza, certo, dell'incompiuta delimitazione delle zone economiche esclusive di ciascuno dei Paesi rivieraschi. Ma anche di un power game che travalica il contingente, potenzialmente la regione stessa e investe equilibri più complessivi.
La posta in gioco è duplice. Una energetica: riguarda l'interesse di Ankara di confermarsi snodo imprescindibile delle forniture energetiche all'Europa (e quello di Mosca di continuare a esserne il fornitore inevitabile), contro i tentativi di fonti e rotte alternative posti in essere da Egitto, Israele e Grecia a partire dai nuovi giacimenti egiziani. L'altra geopolitica: con l'ambizione neo-ottomana di Recep Tayyip Erdogan di determinare gli equilibri mediterranei e cercare spazi di influenza per l'Islam politico che vuole guidare (finendo per far deflagrare anche in quello scorcio di mare la rivalità tra i suoi alleati qatarini e il fronte emiratino-saudita).
È questo il senso degli accordi sulle reciproche zone economiche esclusive conclusi nel dicembre scorso tra la Turchia e il governo libico di Al Serraj: funzionali all'ingresso turco in Libia nel ruolo di potenza protettrice e strumentali per impedire il formarsi di tracciati energetici alternativi.
Ne emerge una situazione singolare. Sul piano generale, fornisce un ulteriore esempio del sostanziale indebolimento dei meccanismi multilaterali di gestione dei conflitti. Lontana l'Unione europea, potenza regolamentare e valoriale, non a suo agio con l'assertività dei Paesi autoritari. Non una parola o quasi da parte della Nato, che assiste passivamente all'aggravarsi del contrasto tra due suoi membri, Grecia e Turchia. Forse paralizzata da un atteggiamento di Washington oggi non troppo incline ad antagonizzare Erdogan, impegnatosi a contrastare la jihad e limitare Mosca in terra libica.
Sul piano dei rapporti di forza, indica una nuova affermazione della realpolitik. Con Turchia e Russia interessate a cogestire pragmaticamente i reciproci spazi, in Libia, in Siria, come nel Mediterraneo orientale. Senza affondare troppo i colpi e con negoziati diretti ad evitare gli spigoli, un forte interesse comune nel settore energetico e ad escludere l'Occidente, scommettendo sul disimpegno americano e sulla sostanziale debolezza egiziana a dare concreto seguito alle minacce sul terreno libico.
Con poca possibilità di influire sugli eventi, all'Europa e all'Italia in particolare spetta comunque di prenderne atto con consapevolezza e cercare di contenere i danni.
Intendiamoci, la rotta energetica dall'Est mediterraneo non rappresenta - per gli elevati costi di realizzazione a prezzi così bassi del petrolio e per il volume relativamente limitato delle forniture - una reale alternativa. Al più, una fonte supplementare e un contributo comunque non trascurabile alla diversificazione degli approvvigionamenti. Essa ha tuttavia anche un significato strategico e simbolico: sancisce una ritrovata intesa pragmatica tra Israele ed Egitto non indifferente per la stabilizzazione del Medio Oriente (come per evitare, sfruttando meglio le sue risorse, una rischiosa implosione egiziana) e rappresenta un argine, fondato in termini di diritto internazionale, contro gli eccessi di disinvoltura altrui. Non vorrà l'Unione europea dividersi proprio su temi come questi.
Anche a noi, in definitiva, non abbandonare questa pista conviene. Intanto, perché diversificare le fonti è sempre stata una nostra precauzionale linea di condotta, confermata anche dalle significative scoperte e concessioni ottenute dall'Eni in Egitto, cui altre potrebbero seguire. Poi perché un bacino mediterraneo a cavallo tra Russia e Turchia, senza né Europa né America e neppure altri contrappesi, non è nel nostro interesse. Infine, perché anche in Libia - la cui partizione di fatto per noi è un danno - stare da una parte sola rischia di esporci sul fronte migratorio e di minorizzarci per quando i negoziati tra parti libiche finalmente si riavvieranno.
Non è più la politica delle cannoniere, certo, ma quella della diplomazia attiva a tutto campo può dare sempre buoni frutti.
Un moltiplicatore di tensioni nel Mediterraneo orientale. Conseguenza, certo, dell'incompiuta delimitazione delle zone economiche esclusive di ciascuno dei Paesi rivieraschi. Ma anche di un power game che travalica il contingente, potenzialmente la regione stessa e investe equilibri più complessivi.
La posta in gioco è duplice. Una energetica: riguarda l'interesse di Ankara di confermarsi snodo imprescindibile delle forniture energetiche all'Europa (e quello di Mosca di continuare a esserne il fornitore inevitabile), contro i tentativi di fonti e rotte alternative posti in essere da Egitto, Israele e Grecia a partire dai nuovi giacimenti egiziani. L'altra geopolitica: con l'ambizione neo-ottomana di Recep Tayyip Erdogan di determinare gli equilibri mediterranei e cercare spazi di influenza per l'Islam politico che vuole guidare (finendo per far deflagrare anche in quello scorcio di mare la rivalità tra i suoi alleati qatarini e il fronte emiratino-saudita).
È questo il senso degli accordi sulle reciproche zone economiche esclusive conclusi nel dicembre scorso tra la Turchia e il governo libico di Al Serraj: funzionali all'ingresso turco in Libia nel ruolo di potenza protettrice e strumentali per impedire il formarsi di tracciati energetici alternativi.
Ne emerge una situazione singolare. Sul piano generale, fornisce un ulteriore esempio del sostanziale indebolimento dei meccanismi multilaterali di gestione dei conflitti. Lontana l'Unione europea, potenza regolamentare e valoriale, non a suo agio con l'assertività dei Paesi autoritari. Non una parola o quasi da parte della Nato, che assiste passivamente all'aggravarsi del contrasto tra due suoi membri, Grecia e Turchia. Forse paralizzata da un atteggiamento di Washington oggi non troppo incline ad antagonizzare Erdogan, impegnatosi a contrastare la jihad e limitare Mosca in terra libica.
Sul piano dei rapporti di forza, indica una nuova affermazione della realpolitik. Con Turchia e Russia interessate a cogestire pragmaticamente i reciproci spazi, in Libia, in Siria, come nel Mediterraneo orientale. Senza affondare troppo i colpi e con negoziati diretti ad evitare gli spigoli, un forte interesse comune nel settore energetico e ad escludere l'Occidente, scommettendo sul disimpegno americano e sulla sostanziale debolezza egiziana a dare concreto seguito alle minacce sul terreno libico.
Con poca possibilità di influire sugli eventi, all'Europa e all'Italia in particolare spetta comunque di prenderne atto con consapevolezza e cercare di contenere i danni.
Intendiamoci, la rotta energetica dall'Est mediterraneo non rappresenta - per gli elevati costi di realizzazione a prezzi così bassi del petrolio e per il volume relativamente limitato delle forniture - una reale alternativa. Al più, una fonte supplementare e un contributo comunque non trascurabile alla diversificazione degli approvvigionamenti. Essa ha tuttavia anche un significato strategico e simbolico: sancisce una ritrovata intesa pragmatica tra Israele ed Egitto non indifferente per la stabilizzazione del Medio Oriente (come per evitare, sfruttando meglio le sue risorse, una rischiosa implosione egiziana) e rappresenta un argine, fondato in termini di diritto internazionale, contro gli eccessi di disinvoltura altrui. Non vorrà l'Unione europea dividersi proprio su temi come questi.
Anche a noi, in definitiva, non abbandonare questa pista conviene. Intanto, perché diversificare le fonti è sempre stata una nostra precauzionale linea di condotta, confermata anche dalle significative scoperte e concessioni ottenute dall'Eni in Egitto, cui altre potrebbero seguire. Poi perché un bacino mediterraneo a cavallo tra Russia e Turchia, senza né Europa né America e neppure altri contrappesi, non è nel nostro interesse. Infine, perché anche in Libia - la cui partizione di fatto per noi è un danno - stare da una parte sola rischia di esporci sul fronte migratorio e di minorizzarci per quando i negoziati tra parti libiche finalmente si riavvieranno.
Non è più la politica delle cannoniere, certo, ma quella della diplomazia attiva a tutto campo può dare sempre buoni frutti.