Pandemia, il diritto a sapere la verità
Riccardo Luna , di RICCARDO LUNAImpossibile finora avere accesso ai documenti del piano d’emergenza tenuto segreto dal governo
Abbiamo il diritto di sapere la verità sulla pandemia? Qualche giorno fa il governo ha fatto ricorso al Consiglio di Stato contro l’ordinanza del Tar del Lazio che impone di pubblicare i verbali del Comitato tecnico scientifico: le discussioni a porte chiuse tra gli esperti, le informazioni riservate sulla cui base sono state prese le decisioni. Ma c’è un atto che viene prima del lockdown di marzo, e prima anche della costituzione del Comitato tecnico scientifico (il 3 febbraio), che il Paese ha il diritto di conoscere: il piano pandemico nazionale. «Già dal 20 gennaio avevamo un piano» ha raccontato ad aprile in una intervista il direttore generale della Programmazione sanitaria del ministero della Salute Andrea Urbani. Quale? Perché non è mai stato reso pubblico? Anzi, perché è stato addirittura secretato, secondo quanto affermato dallo stesso Urbani? Il piano pandemico è uno strumento di politica sanita…
Abbiamo il diritto di sapere la verità sulla pandemia? Qualche giorno fa il governo ha fatto ricorso al Consiglio di Stato contro l’ordinanza del Tar del Lazio che impone di pubblicare i verbali del Comitato tecnico scientifico: le discussioni a porte chiuse tra gli esperti, le informazioni riservate sulla cui base sono state prese le decisioni. Ma c’è un atto che viene prima del lockdown di marzo, e prima anche della costituzione del Comitato tecnico scientifico (il 3 febbraio), che il Paese ha il diritto di conoscere: il piano pandemico nazionale. «Già dal 20 gennaio avevamo un piano» ha raccontato ad aprile in una intervista il direttore generale della Programmazione sanitaria del ministero della Salute Andrea Urbani. Quale? Perché non è mai stato reso pubblico? Anzi, perché è stato addirittura secretato, secondo quanto affermato dallo stesso Urbani? Il piano pandemico è uno strumento di politica sanitaria varato dall’Organizzazione mondiale della sanità dopo l’epidemia di Sars del 2003.
Il Centro per la prevenzione e il controllo delle malattie dell’Unione europea (Ecdc) spiega che si tratta di un documento in continua evoluzione che per ciascun Paese deve analizzare i rischi, stabilire le azioni, quantificare i fondi necessari. Sono tutti pubblici i piani pandemici europei, è importante che lo siano: perché siano efficaci tutti devono sapere come comportarsi. L’ultimo aggiornamento di quello italiano sul sito dell’Ecdc è del 2010. Ma il 20 gennaio 2020, e quindi undici giorni prima che il governo dichiarasse lo stato di emergenza, un piano è stato fatto. Quale?
Il 13 maggio ho presentato un Foia al ministero della Salute: si tratta di un fondamentale e consolidato istituto democratico, in Italia disciplinato dal 2015, che consente ai cittadini di avere accesso, entro 30 giorni dalla richiesta, a tutti gli atti pubblici con poche, motivate eccezioni. Il 15 giugno, a termini scaduti, il capo di gabinetto del ministro ha risposto così: «Atteso che lo studio concernente la risposta a un’eventuale emergenza pandemica da Covid 19 è stato elaborato dal Comitato tecnico scientifico, nominato ai sensi dell’Odpc n. 630 del 3 febbraio 2020, la presente istanza è inoltrata alla valutazione di codesto Dipartimento che è competente all’ostensibilità dello stesso». In realtà era evidente che il Piano fosse stato elaborato prima: tra l’altro lo aveva dichiarato il direttore generale del ministero della Salute, dicendo che era stato fatto in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità e l’Istituto per le malattie infettive di Roma “Spallanzani”. Tra l’altro lo ricordano benissimo alla Protezione civile: ricordano quando arrivò il testo del “Piano” con l’aggiunta che doveva restare segreto e negli uffici di via Vitorchiano, molti dissero: come si fa ad applicare un piano pandemico se è segreto?
L’8 luglio è lo stesso capo del dipartimento, Angelo Borrelli, a firmare la risposta: «Si restituisce detta istanza poiché lo scrivente Dipartimento non ha alcuna competenza in merito e non detiene la documentazione richiesta». È una roba del ministero della Salute, insomma, se ne occupi Salute, al quale nel frattempo era stata presentata una richiesta di riesame.
Funziona così: quando ti respingono un Foia, puoi rivolgerti al “responsabile per la prevenzione della corruzione e della trasparenza” (la trasparenza degli atti amministrativi è un pilastro della lotta alla corruzione). In questo caso ad Alberto Zamparese che riceve la richiesta il 13 giugno. A quel punto c’erano due possibilità: la prima era che il responsabile della trasparenza attraversasse il corridoio del suo ufficio, entrasse in quello del capo di gabinetto e gli dicesse di consegnare subito le carte richieste senza perdere altro tempo con delle scuse; la seconda era che il ministro della Salute decidesse di mettere “il segreto di Stato” sul piano pandemico nazionale. Per motivi di interesse pubblico, previsti dalla legge che istituisce il Foia, ma che però vanno circostanziati e motivati. Difficile farlo. Non risulta che sia stato fatto.
Trascorsi quasi 50 giorni, il 30 luglio il responsabile per la prevenzione e la corruzione del ministero della Salute manda una nota al capo di gabinetto e al direttore della programmazione sanitaria per avere tutte le informazioni sulla pratica, affermando di non aver avviato prima l’istruttoria «per un disguido interno». Un disguido interno? Un giornale chiede accesso al piano pandemico nazionale sulla base del quale stiamo gestendo la più grave emergenza sanitaria da un secolo a questa parte e dopo quasi tre mesi ci si barrica dietro «un disguido interno»? Quel piano, come stabilito dall’Oms, non serve solo a capire il grado di preparazione di ciascun Paese in caso di pandemia evidenziando le eventuali lacune da correggere; quel piano serve anche a capire se nei 55 giorni che passano dalla sua approvazione alla decisione del lockdown, sono state messe in campo tutte le azioni necessarie a mitigare i danni.
Ieri intanto il Consiglio di Stato ha sospeso la pubblicazione dei verbali del Comitato tecnico scientifico. Può sembrare una vittoria di chi vuole tenere tutto segreto ma non è così. Il giudice monocratico ha sospeso la decisione del Tar rinviando la questione al collegio convocato il 10 settembre; ma intanto ha fatto notare che proprio non si capiscono i motivi per cui le discussioni fra gli esperti che hanno gestito la fase più acuta della pandemia debbano restare segrete. A maggior ragione queste considerazioni valgono per il piano nazionale pandemico. Abbiamo o no il diritto di conoscere tutta la verità su quei mesi?
Il Centro per la prevenzione e il controllo delle malattie dell’Unione europea (Ecdc) spiega che si tratta di un documento in continua evoluzione che per ciascun Paese deve analizzare i rischi, stabilire le azioni, quantificare i fondi necessari. Sono tutti pubblici i piani pandemici europei, è importante che lo siano: perché siano efficaci tutti devono sapere come comportarsi. L’ultimo aggiornamento di quello italiano sul sito dell’Ecdc è del 2010. Ma il 20 gennaio 2020, e quindi undici giorni prima che il governo dichiarasse lo stato di emergenza, un piano è stato fatto. Quale?
Il 13 maggio ho presentato un Foia al ministero della Salute: si tratta di un fondamentale e consolidato istituto democratico, in Italia disciplinato dal 2015, che consente ai cittadini di avere accesso, entro 30 giorni dalla richiesta, a tutti gli atti pubblici con poche, motivate eccezioni. Il 15 giugno, a termini scaduti, il capo di gabinetto del ministro ha risposto così: «Atteso che lo studio concernente la risposta a un’eventuale emergenza pandemica da Covid 19 è stato elaborato dal Comitato tecnico scientifico, nominato ai sensi dell’Odpc n. 630 del 3 febbraio 2020, la presente istanza è inoltrata alla valutazione di codesto Dipartimento che è competente all’ostensibilità dello stesso». In realtà era evidente che il Piano fosse stato elaborato prima: tra l’altro lo aveva dichiarato il direttore generale del ministero della Salute, dicendo che era stato fatto in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità e l’Istituto per le malattie infettive di Roma “Spallanzani”. Tra l’altro lo ricordano benissimo alla Protezione civile: ricordano quando arrivò il testo del “Piano” con l’aggiunta che doveva restare segreto e negli uffici di via Vitorchiano, molti dissero: come si fa ad applicare un piano pandemico se è segreto?
L’8 luglio è lo stesso capo del dipartimento, Angelo Borrelli, a firmare la risposta: «Si restituisce detta istanza poiché lo scrivente Dipartimento non ha alcuna competenza in merito e non detiene la documentazione richiesta». È una roba del ministero della Salute, insomma, se ne occupi Salute, al quale nel frattempo era stata presentata una richiesta di riesame.
Funziona così: quando ti respingono un Foia, puoi rivolgerti al “responsabile per la prevenzione della corruzione e della trasparenza” (la trasparenza degli atti amministrativi è un pilastro della lotta alla corruzione). In questo caso ad Alberto Zamparese che riceve la richiesta il 13 giugno. A quel punto c’erano due possibilità: la prima era che il responsabile della trasparenza attraversasse il corridoio del suo ufficio, entrasse in quello del capo di gabinetto e gli dicesse di consegnare subito le carte richieste senza perdere altro tempo con delle scuse; la seconda era che il ministro della Salute decidesse di mettere “il segreto di Stato” sul piano pandemico nazionale. Per motivi di interesse pubblico, previsti dalla legge che istituisce il Foia, ma che però vanno circostanziati e motivati. Difficile farlo. Non risulta che sia stato fatto.
Trascorsi quasi 50 giorni, il 30 luglio il responsabile per la prevenzione e la corruzione del ministero della Salute manda una nota al capo di gabinetto e al direttore della programmazione sanitaria per avere tutte le informazioni sulla pratica, affermando di non aver avviato prima l’istruttoria «per un disguido interno». Un disguido interno? Un giornale chiede accesso al piano pandemico nazionale sulla base del quale stiamo gestendo la più grave emergenza sanitaria da un secolo a questa parte e dopo quasi tre mesi ci si barrica dietro «un disguido interno»? Quel piano, come stabilito dall’Oms, non serve solo a capire il grado di preparazione di ciascun Paese in caso di pandemia evidenziando le eventuali lacune da correggere; quel piano serve anche a capire se nei 55 giorni che passano dalla sua approvazione alla decisione del lockdown, sono state messe in campo tutte le azioni necessarie a mitigare i danni.
Ieri intanto il Consiglio di Stato ha sospeso la pubblicazione dei verbali del Comitato tecnico scientifico. Può sembrare una vittoria di chi vuole tenere tutto segreto ma non è così. Il giudice monocratico ha sospeso la decisione del Tar rinviando la questione al collegio convocato il 10 settembre; ma intanto ha fatto notare che proprio non si capiscono i motivi per cui le discussioni fra gli esperti che hanno gestito la fase più acuta della pandemia debbano restare segrete. A maggior ragione queste considerazioni valgono per il piano nazionale pandemico. Abbiamo o no il diritto di conoscere tutta la verità su quei mesi?