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Una ricetta per i consumi

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Possono ripartire solo sostenendo il lavoro
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Siamo di nuovo in recessione, come gli altri Paesi europei, come quasi tutto il mondo. Ma non è che una magra consolazione. Nei dati di ieri dell’Istat, che certificano il più consistente crollo del Pil dal dopoguerra (-12,4 per cento rispetto al trimestre precedente e -17,3 per cento rispetto al 2019) non c’è solo l’effetto sull’economia determinato dal Covid 19 e dal conseguente blocco di buona parte dell’attività produttiva. In quei numeri c’è anche la nostra stagnazione pluriventennale. Perché se è vero che Francia e Spagna hanno fatto, per una volta, peggio di noi, tra il 2010 e il 2019, però, il nostro Pil è cresciuto molto meno di quello degli altri: +0,5 per cento, contro il +10 per cento della Spagna, il +12 per cento della Francia e il +16 per cento della Germania. Il coronavirus ha aggravato le condizioni della nostra economia già seriamente malata. La ripresa sar&agrav…
Siamo di nuovo in recessione, come gli altri Paesi europei, come quasi tutto il mondo. Ma non è che una magra consolazione. Nei dati di ieri dell’Istat, che certificano il più consistente crollo del Pil dal dopoguerra (-12,4 per cento rispetto al trimestre precedente e -17,3 per cento rispetto al 2019) non c’è solo l’effetto sull’economia determinato dal Covid 19 e dal conseguente blocco di buona parte dell’attività produttiva. In quei numeri c’è anche la nostra stagnazione pluriventennale. Perché se è vero che Francia e Spagna hanno fatto, per una volta, peggio di noi, tra il 2010 e il 2019, però, il nostro Pil è cresciuto molto meno di quello degli altri: +0,5 per cento, contro il +10 per cento della Spagna, il +12 per cento della Francia e il +16 per cento della Germania. Il coronavirus ha aggravato le condizioni della nostra economia già seriamente malata. La ripresa sarà lenta ed è bene non illudersi solo perché le previsioni erano assai peggiori dei numeri forniti ieri dall’Istituto di statistica. Non sarà più l’export a mascherare le nostre magagne strutturali, se non altro perché intorno a noi nessuno naviga con il vento in poppa. Per rivedere i livelli di esportazione precedenti alla pandemia dovremo aspettare almeno il 2022.

L’economia italiana — nonostante le eccellenze del made in Italy — ha perso da molto tempo la spinta propulsiva alla crescita, siamo un Paese in declino demografico e in affanno innovativo. Il “capitalismo di relazione” sta progressivamente arretrando, dopo aver cloroformizzato il sistema delle imprese e della finanza, senza che si sia affacciata una nuova leadership industriale. Le circa quattromila imprese (secondo le stime di Mediobanca) del cosiddetto “quarto capitalismo” stentano a fare squadra e ad assumere la guida per un nuovo modello di sviluppo. Ciascuno va da solo nei mercati globali, lontano dalla politica, vaccinato alla mancanza di una strategia di politica industriale nazionale. Le risorse del Recovery Fund rappresentano un’opportunità per trovare una nuova direzione industriale eco-sostenibile. Ma ci vorrà del tempo, molto tempo, anche perché la nuova borghesia produttiva decida (finalmente) di essere classe dirigente fino in fondo.

Intanto ci lecchiamo le ferite. Si sono già persi oltre 600 mila posti di lavoro a causa del lockdown e nonostate il blocco dei licenziamenti deciso dal governo. Ci aspettano ancora montagne di ore di cassa integrazione, di sostegni, sotto varie forme, alle imprese, piccole, medie e anche grandi. Ma non è solo con l’economia assistita che si può progettare la ripresa. Così si vive sospesi per morire lentamente. Bisogna cambiare passo, sapendo che per un po’, sempre che il virus non si ripresenti in maniera violenta costringendoci a un nuova chiusura totale, l’interconnessione globale funzionerà a scartamento ridotto, meno scambi commerciali, meno traffico aereo, meno turismo. Serve uno shock interno, allora, una scommessa sui consumi domestici che pur con timidezza stanno dando segni di vitalità. Ma per farlo si devono mettere i soldi nelle tasche degli italiani che lavorano. E ci sono due leve che possono essere azionate con sufficiente rapidità: quella dei rinnovi dei contratti nazionali di lavoro, e quella della riduzione del carico fiscale sui ceti medi e bassi.

Nel solo settore privato sono 10,5 milioni i lavoratori in attesa del rinnovo del contratto di lavoro, vuol dire 8 su 10. Se a questi si sommano quelli del pubblico impiego arriviamo a oltre 13,5 milioni di persone che aspettano un aumento retributivo. Al quale andrebbe correlato un incremento di produttività. Spetta alle parti sociali (imprese e sindacati) decidere come ottenerlo, ma dovrebbero concordarlo in fretta senza quei rigurgiti di lotta di classe che sembrano animare la Confindustria di Carlo Bonomi e il tatticismo esasperato delle confederazioni sindacali. E il taglio delle tasse per chi (dipendente o autonomo) ha una maggiore propensione al consumo dovrebbe contribuire ad accrescere anche la quota del reddito da lavoro rispetto al Pil dopo la discesa verticale e scandalosa cominciata negli anni Novanta e finora mai arrestata.