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La sfida di Di Maio al premier

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Il modo in cui un leader politico si misura con la gestione di un'emergenza è spesso uno strumento utile per valutarne il profilo, la tenuta, l'ambizione o lo scopo che si prefigge. È stato così per Giuseppe Conte, che attraverso il crogiuolo della pandemia ha compiuto la sua metamorfosi da "avvocato del popolo" del governo giallo-verde a "punto di riferimento dei progressisti" (per usare un'espressione in voga nel gruppo dirigente del Pd). E potrebbe essere lo stesso per Luigi Di Maio, un giovane leader ancora in cerca di un'identità politica compiuta. Il quale in questi giorni, con una serie di interventi sempre più incisivi sulla nuova ondata di migranti, sta emergendo sulla scena dopo essere rimasto per mesi fuori fuoco.

Esistono diverse chiavi di lettura di questo protagonismo del ministro degli Esteri, in chiave interna al Movimento Cinque Stelle, nel rapporto con Conte e, in fine, nella relazione con il Pd …
Il modo in cui un leader politico si misura con la gestione di un'emergenza è spesso uno strumento utile per valutarne il profilo, la tenuta, l'ambizione o lo scopo che si prefigge. È stato così per Giuseppe Conte, che attraverso il crogiuolo della pandemia ha compiuto la sua metamorfosi da "avvocato del popolo" del governo giallo-verde a "punto di riferimento dei progressisti" (per usare un'espressione in voga nel gruppo dirigente del Pd). E potrebbe essere lo stesso per Luigi Di Maio, un giovane leader ancora in cerca di un'identità politica compiuta. Il quale in questi giorni, con una serie di interventi sempre più incisivi sulla nuova ondata di migranti, sta emergendo sulla scena dopo essere rimasto per mesi fuori fuoco.

Esistono diverse chiavi di lettura di questo protagonismo del ministro degli Esteri, in chiave interna al Movimento Cinque Stelle, nel rapporto con Conte e, in fine, nella relazione con il Pd e il suo vertice. Ma intanto va sgombrato il campo da una prima impressione frettolosa riguardo alle sue uscite. Il fatto che abbia sentito il bisogno di parlare a ridosso della missione di Luciana Lamorgese in Tunisia non significa che il bersaglio sia la ministra dell'Interno. Nessun controcanto. Anzi, i grillini vicini a Di Maio assicurano che i due viaggiano in sintonia, tanto che ancora ieri si sono sentiti per concordare la linea e starebbero lavorando a una nuova visita a Tunisi, questa volta insieme e accompagnati dal commissario Ue all'Immigrazione e dall'Alto rappresentante per la sicurezza. Per provare a trasformare un dramma per ora solo italiano in problema comune.

Appurato che Lamorgese, ministra "tecnica", non è la sagoma nel mirino del collega della Farnesina, è evidente che l'attivismo dimaiano ha un altro scopo. Di fatto più i toni del ministro degli Esteri crescono, più viene in luce, in parallelo, l'inabissamento pubblico del presidente del Consiglio sull'immigrazione.

Una materia che, a differenza del Covid, non prevede vie d'uscita di breve-medio periodo e porta più oneri che onori. Curiosamente, sia dalle parti del Pd che da quelle Di Maio si odono le stesse lamentele a mezza bocca sulla scarsa "proattività" del premier su questo tema, quasi che il raddoppio degli sbarchi fosse solo un problema del Viminale o delle forze politiche della maggioranza e non di palazzo Chigi.

Ma è chiaro che la questione immigrazione, oltre a misurare la distanza tra Di Maio e Conte, è anche il pantografo grazie al quale il ministro degli Esteri sta provando a profilare la sua identità politica di leader moderato in un delicatissimo momento di passaggio del Movimento Cinque Stelle. La creatura di Grillo e Casaleggio è infatti nel pieno di una tumultuosa trasformazione dall'esito ancora incerto (prova ne sono le battaglie di questi giorni tra le diverse correnti).

È una crisi di maturità inevitabile e troppo a lungo rimandata, che ora ha un punto di approdo in autunno negli Stati Generali e nella definizione di un nuovo assetto di leadership dopo il "governatorato" di Vito Crimi. La prima mano di questa partita è finita in pareggio. Conte, che pensa a un rapporto stabile e organico con il Pd e Leu, si è speso personalmente per l'alleanza alle Regionali tra M5S e sinistra, ma ha ottenuto il punto solo in Liguria.
Di Maio è infatti riuscito a sabotare l'alleanza pre-elettorale nelle altre Regioni, a partire da quella di provenienza di Conte, la Puglia. Pari e patta. Ora siamo alla vigilia del matchpoint e Di Maio - a partire dal contrasto agli sbarchi clandestini - sta chiaramente piantando i paletti identitari di un movimento di centro che guarda a destra. O che, in ogni caso, non intende lasciare a Salvini e Meloni, come ha notato ieri su queste colonne Stefano Folli, il monopolio della sicurezza e della linea dura sull'immigrazione. Conte invece - pensiamo solo alla serata illuminante con i ragazzi del Cinema America - è ormai pienamente nel ruolo di novello Prodi, nella prospettiva di un Movimento Cinque Stelle che, insieme al Pd, rifondi un centro-sinistra da proiettare anche nella prossima legislatura. In questo il premier intercetta e completa il disegno strategico del Partito democratico.
È proprio dall'esito di questa battaglia identitaria che vede protagonisti Conte e Di Maio che si capirà non solo il destino del M5S - una forza che comunque ha trovato un suo bacino stabile di elettori - ma anche, probabilmente, il futuro e la durata dell'esecutivo.