Passeggeri con i nervi tesi, tutti accalcati per un giorno
Paolo Di Paolo , di PAOLO DI PAOLOIn viaggio sul Roma-Napoli di nuovo affollato. “Così non è sicuro”. E alle notizie di un ritorno del distanziamento ci si chiede che fare dei biglietti già comprati
E' un primo viaggio. È anche l’ultimo. Salgo a Roma Termini su un treno diretto a Reggio Calabria, nel giorno in cui i treni tornano a viaggiare senza limitazioni di posti. Scendo a Napoli, nel giorno in cui i treni torneranno a viaggiare con i posti limitati. Il giorno è lo stesso: il primo di agosto, un sabato infuocato. Al binario, il termometro sugli schermi pubblicitari segna 39 gradi. Mi arriva, con tempismo esemplare, un’email di Trenitalia che dice: «Scegli il treno per le tue vacanze». Non so bene come prenderla. Nel frattempo, questo Frecciarossa diretto a sud ha solo qualche minuto di ritardo. La sequenza di valigie ingombranti rallenta la discesa e la salita dei passeggeri. Un cinquantenne sbraita contro due ragazzi che impiegano qualche minuto di troppo a introdurre nel vagone i loro monumentali zaini e altri due grossi bagagli indecifrabili ( strumenti musicali? tavole da surf?).
Basta questa scintilla per cogliere che l’um…
Basta questa scintilla per cogliere che l’um…
E' un primo viaggio. È anche l’ultimo. Salgo a Roma Termini su un treno diretto a Reggio Calabria, nel giorno in cui i treni tornano a viaggiare senza limitazioni di posti. Scendo a Napoli, nel giorno in cui i treni torneranno a viaggiare con i posti limitati. Il giorno è lo stesso: il primo di agosto, un sabato infuocato. Al binario, il termometro sugli schermi pubblicitari segna 39 gradi. Mi arriva, con tempismo esemplare, un’email di Trenitalia che dice: «Scegli il treno per le tue vacanze». Non so bene come prenderla. Nel frattempo, questo Frecciarossa diretto a sud ha solo qualche minuto di ritardo. La sequenza di valigie ingombranti rallenta la discesa e la salita dei passeggeri. Un cinquantenne sbraita contro due ragazzi che impiegano qualche minuto di troppo a introdurre nel vagone i loro monumentali zaini e altri due grossi bagagli indecifrabili ( strumenti musicali? tavole da surf?).
Basta questa scintilla per cogliere che l’umore non è quello di quasi due mesi fa, quando i confini fra regioni erano tornati invisibili e il desiderio di ritrovarsi attenuava l’ansia. Mentre un bambino si esalta per la busta di carta ricevuta da un capotreno — magra, in verità: acqua in lattina, fazzoletto, mascherina — la nonna si lamenta teatralmente per la calca sulla carrozza 8. E forse non ha torto: di nuovo, le valigie che non stanno nelle cappelliere creano ingorghi fastidiosi. «Io scendo a Napoli Afragola, meglio che mi metto dalla parte del corridoio», propone una passeggera a un’altra, che però scende a Napoli anche lei, l’accordo non si trova.
Viaggiare accanto agli sconosciuti, eterna croce e delizia dei mezzi di trasporto pubblico: il divieto di seduta scompare, e l’insofferenza è ai livelli di guardia. «Viaggiare in queste condizioni non mi piace, non mi sento più sicura», mi dice la mia vicina di posto. Il treno, a dire il vero, non è strapieno — e fioccano, a ogni passaggio di controllore, le richieste di spostamento. «Così almeno ci sparpagliamo».
La mia vicina di posto si alza, appena un po’ imbarazzata, e si allontana. Le impedisce il transito un grosso e buonissimo cane color miele. Lo scavalca. La padrona dice «mi scusi», e in questo balletto di formalità, nelle schermaglie che sento accendersi di tanto in tanto, nelle domande un po’ petulanti fatte ad alta voce, a tutti e a nessuno — ma l’aria condizionata funziona? ma il servizio bar è attivo? — si coglie l’elettrico disagio degli italiani in viaggio nell’estate del 2020. «Con queste mascherine fa troppo caldo, non si respira, è insopportabile». «Con queste mascherine sulla bocca non si capisce più niente di quello che diciamo, stiamo diventando tutti sordi». «Rimettiti la mascherina, non farmi arrabbiare». «Può tenere alzata la mascherina, per favore?».
Verso Napoli qualcuno già scherza sull’ordinanza di Speranza, calcando sulla rima, e c’è chi subito dà voce al dubbio collettivo: se si torna alle limitazioni, come si farà con i treni già pieni? «Ti chiamano a casa e ti dicono che parti dopodomani, messo d’ufficio su un altro treno? Come fanno a dimezzare i passeggeri?». Nessuno sa rispondere, nemmeno — per ora — il capotreno a cui, all’arrivo, viene rivolta la domanda. E intanto c’è chi borbotta sugli aerei («Non si sono più posti il problema, io avrei preferito un volo, avevo ripiegato apposta sul treno, e guarda che bello scherzo…»).
Questa immagine del passeggero dimezzato, come il visconte del romanzo di Calvino, mi pare un’allegoria indovinata, che fa al caso. La mascherina o il “face shield”, la visiera (chi la indossa — nella mia carrozza saranno in due — viene guardato con un sospetto vagamente ironico) come una specie di armatura leggera. E questo sentirsi viaggiatori a metà. Spensierati a metà, sicuri ma non troppo, allegri ma non troppo. Privati della naturalezza e della disinvoltura, i nostri viaggi e viaggetti diventano più faticosi e più confusi del previsto. Chi l’avrebbe detto, gente fortunata del ventunesimo secolo? Eccoci, impegnati a sbuffare, dietro il velo di stoffa, a lagnarci, a dubitare. E pronti a restituire un pezzo di “normalità” che — almeno in treno — è diventata ingombrante come le nostre valigie.
Basta questa scintilla per cogliere che l’umore non è quello di quasi due mesi fa, quando i confini fra regioni erano tornati invisibili e il desiderio di ritrovarsi attenuava l’ansia. Mentre un bambino si esalta per la busta di carta ricevuta da un capotreno — magra, in verità: acqua in lattina, fazzoletto, mascherina — la nonna si lamenta teatralmente per la calca sulla carrozza 8. E forse non ha torto: di nuovo, le valigie che non stanno nelle cappelliere creano ingorghi fastidiosi. «Io scendo a Napoli Afragola, meglio che mi metto dalla parte del corridoio», propone una passeggera a un’altra, che però scende a Napoli anche lei, l’accordo non si trova.
Viaggiare accanto agli sconosciuti, eterna croce e delizia dei mezzi di trasporto pubblico: il divieto di seduta scompare, e l’insofferenza è ai livelli di guardia. «Viaggiare in queste condizioni non mi piace, non mi sento più sicura», mi dice la mia vicina di posto. Il treno, a dire il vero, non è strapieno — e fioccano, a ogni passaggio di controllore, le richieste di spostamento. «Così almeno ci sparpagliamo».
La mia vicina di posto si alza, appena un po’ imbarazzata, e si allontana. Le impedisce il transito un grosso e buonissimo cane color miele. Lo scavalca. La padrona dice «mi scusi», e in questo balletto di formalità, nelle schermaglie che sento accendersi di tanto in tanto, nelle domande un po’ petulanti fatte ad alta voce, a tutti e a nessuno — ma l’aria condizionata funziona? ma il servizio bar è attivo? — si coglie l’elettrico disagio degli italiani in viaggio nell’estate del 2020. «Con queste mascherine fa troppo caldo, non si respira, è insopportabile». «Con queste mascherine sulla bocca non si capisce più niente di quello che diciamo, stiamo diventando tutti sordi». «Rimettiti la mascherina, non farmi arrabbiare». «Può tenere alzata la mascherina, per favore?».
Verso Napoli qualcuno già scherza sull’ordinanza di Speranza, calcando sulla rima, e c’è chi subito dà voce al dubbio collettivo: se si torna alle limitazioni, come si farà con i treni già pieni? «Ti chiamano a casa e ti dicono che parti dopodomani, messo d’ufficio su un altro treno? Come fanno a dimezzare i passeggeri?». Nessuno sa rispondere, nemmeno — per ora — il capotreno a cui, all’arrivo, viene rivolta la domanda. E intanto c’è chi borbotta sugli aerei («Non si sono più posti il problema, io avrei preferito un volo, avevo ripiegato apposta sul treno, e guarda che bello scherzo…»).
Questa immagine del passeggero dimezzato, come il visconte del romanzo di Calvino, mi pare un’allegoria indovinata, che fa al caso. La mascherina o il “face shield”, la visiera (chi la indossa — nella mia carrozza saranno in due — viene guardato con un sospetto vagamente ironico) come una specie di armatura leggera. E questo sentirsi viaggiatori a metà. Spensierati a metà, sicuri ma non troppo, allegri ma non troppo. Privati della naturalezza e della disinvoltura, i nostri viaggi e viaggetti diventano più faticosi e più confusi del previsto. Chi l’avrebbe detto, gente fortunata del ventunesimo secolo? Eccoci, impegnati a sbuffare, dietro il velo di stoffa, a lagnarci, a dubitare. E pronti a restituire un pezzo di “normalità” che — almeno in treno — è diventata ingombrante come le nostre valigie.