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(ansa)

Fascismo, una follia al museo

La discussione su una improbabile galleria dedicata al ventennio non può schiacciarsi su una dimensione esclusivamente interna, figlia di divisioni e incomprensioni, lontana dall'apertura internazionale di un confronto sulle culture e le identità del secolo XX
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Per poche ore ha preso forma una discussione sulla possibilità di muovere il primo passo verso la costruzione di un museo del fascismo. Una mozione che avrebbe impegnato il consiglio comunale e l'amministrazione capitolina. La proposta lanciata da un gruppo di consiglieri penta stellati è stata prontamente bloccata dall'intervento di Virginia Raggi dopo gli appelli accorati di associazioni, intellettuali, sigle di riferimento del mondo variegato dell'antifascismo.

Ma può valere la pena fermarsi sulla questione sollevata in modo così stolto e inadeguato. Come si fa a prendere sul serio tale indicazione? Quale il significato di un museo che avrebbe i compiti impegnativi di attrarre visitatori e curiosi, favorire la ricostruzione di pagine del passato, spingere verso una consapevole conoscenza delle vicende italiane della prima metà del secolo scorso? Se non fosse una triste e confusa pagina estiva verrebbe quasi voglia di lasciar cadere me…
Per poche ore ha preso forma una discussione sulla possibilità di muovere il primo passo verso la costruzione di un museo del fascismo. Una mozione che avrebbe impegnato il consiglio comunale e l'amministrazione capitolina. La proposta lanciata da un gruppo di consiglieri penta stellati è stata prontamente bloccata dall'intervento di Virginia Raggi dopo gli appelli accorati di associazioni, intellettuali, sigle di riferimento del mondo variegato dell'antifascismo.

Ma può valere la pena fermarsi sulla questione sollevata in modo così stolto e inadeguato. Come si fa a prendere sul serio tale indicazione? Quale il significato di un museo che avrebbe i compiti impegnativi di attrarre visitatori e curiosi, favorire la ricostruzione di pagine del passato, spingere verso una consapevole conoscenza delle vicende italiane della prima metà del secolo scorso? Se non fosse una triste e confusa pagina estiva verrebbe quasi voglia di lasciar cadere metodo e merito della vicenda, magari scivolando facilmente verso le urgenze della città di Roma, i problemi di biblioteche, archivi, scuole e università di fronte all'emergenza di questi mesi e agli interrogativi del prossimo autunno. O chiedere cosa ne è stato del progetto per un costituendo museo della Shoah in cantiere da quasi vent'anni e oggi dimenticato.

Una strana dialettica attraversa da tempo gli sguardi verso il fascismo, i suoi lasciti lontani, le sue controverse eredità: da un lato le domande sull'attualità di un nuovo pensiero riconducibile alle posizioni di allora, le differenze e le analogie tra le forme storiche che hanno attraversato il nostro passato più o meno recente. Dall'altro la semplificazione continua, la ricerca della proposta a effetto: il museo del fascismo con i salvifici e immancabili riferimenti alle tecnologie digitali del nuovo mondo o su altri versanti la riscoperta di date, luoghi o simboli come se la conoscenza storica non avesse sperimentato e costruito giudizi rigorosi e interpretazioni aggiornate.

E allora sul museo del fascismo si può dire tutto e il contrario di tutto, chiamare in causa in modo generico i destinatari obbligati, "i giovani che non sanno e dovrebbero sapere" o ancora spezzare in modo esplicito ogni legame con le trame della conoscenza, con i percorsi impegnativi e complessi della ricezione di una storia comune. La parabola storica del fascismo si colloca nella storia dell'Europa del Novecento, ogni apertura allo scontro tra memorie, identità e culture non può che partire da un ampliamento progressivo degli orizzonti di riferimento.

Il fascismo come parte di una contrapposizione tra ipotesi di sviluppo, idee del mondo e della società che si scontrano nella cesura della seconda guerra mondiale. In questo quadro, la vicenda italiana diventa un prisma per seguire dinamiche e protagonisti e per porre in una luce comprensibile i diversi segmenti della contesa. Studiare il fascismo per storicizzarlo e comprenderlo (lo sforzo significativo della storiografia più seria negli ultimi decenni) significa ridimensionare il ricatto delle memorie contrapposte per favorire la costruzione di un terreno comune, quello della storia e dei suoi tornanti, anche quelli più dolorosi e difficili.

Persino la discussione su un improbabile museo dedicato al ventennio non può schiacciarsi su una dimensione esclusivamente interna, figlia di divisioni e incomprensioni, lontana dall'apertura internazionale di un confronto sulle culture e le identità del secolo XX. Un impianto così profondo e ambizioso deve considerare nelle sue premesse costitutive la dialettica tra fascismi e antifascismi: il peso di una contrapposizione che ha attraversato parte del secolo, segnato percorsi e costituzioni, innervato Resistenze di varia natura. Se si dovesse rompere tale connessione (lo scontro fascismo-antifascismo e il quadro della guerra patriottica, civile e di classe) il museo o la sua rappresentazione immaginaria rischierebbero di diventare un luogo di frequentazioni per nostalgici o aspiranti tali in cerca di nuova militanza.

Nelle pieghe del confronto romano di queste ore, i riferimenti alle esperienze di altri Paesi vengono usati con una buona dose di casualità e di mal celata ignoranza. Gli spazi museali a Berlino, Norimberga, Amsterdam, Parigi, Londra o Budapest in un elenco che potrebbe essere molto più lungo sono progetti di lunga lena che hanno messo in relazione competenze e saperi, fonti e linguaggi: storici, architetti, urbanisti, informatici, storici dell'arte al fine di costruire percorsi didattici sui luoghi delle grandi tragedie del '900. Il museo diventa così una rete di relazioni, ricerche e memorie. Un luogo per studiare il passato, conservare, conoscere e trasmettere un patrimonio comune.