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Il Pd nel labirinto di Palazzo Chigi

Se si vuole un tema che indichi la precarietà dei rapporti politici, la legge elettorale è il primo. L'altro riguarda i migranti, la loro gestione, e investe la relazione tra il vertice dem e il presidente del Consiglio
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La campagna d'agosto del Pd sulla legge elettorale continua. È una corsa un po' disperata contro il tempo, nella speranza di ottenere un qualche accordo (qualsiasi, "con chi ci sta") prima del referendum di settembre. È passato quasi un anno dalle intese con i 5S su cui era nato il Conte 2 e siamo qui, al punto di partenza, senza un'idea precisa.

Se si vuole un tema che indichi la precarietà dei rapporti politici, questo è il primo. L'altro riguarda i migranti, la loro gestione, e investe la relazione tra il vertice del Pd e il presidente del Consiglio. Quando Zingaretti si stupisce che Conte voglia "inseguire Salvini sul suo terreno", lascia capire che sono ormai molti i punti da chiarire con l'uomo che fino a poco tempo fa era "il punto di riferimento dei progressisti".

Del resto, il premier non è tipo da parlare a caso. Conte ha colto che nel Pd cresce un malessere insidioso, avendo a che fare co…
La campagna d'agosto del Pd sulla legge elettorale continua. È una corsa un po' disperata contro il tempo, nella speranza di ottenere un qualche accordo (qualsiasi, "con chi ci sta") prima del referendum di settembre. È passato quasi un anno dalle intese con i 5S su cui era nato il Conte 2 e siamo qui, al punto di partenza, senza un'idea precisa.

Se si vuole un tema che indichi la precarietà dei rapporti politici, questo è il primo. L'altro riguarda i migranti, la loro gestione, e investe la relazione tra il vertice del Pd e il presidente del Consiglio. Quando Zingaretti si stupisce che Conte voglia "inseguire Salvini sul suo terreno", lascia capire che sono ormai molti i punti da chiarire con l'uomo che fino a poco tempo fa era "il punto di riferimento dei progressisti".

Del resto, il premier non è tipo da parlare a caso. Conte ha colto che nel Pd cresce un malessere insidioso, avendo a che fare con il senso dell'alleanza di governo. A lungo si è difesa la scelta strategica del patto con i 5S costruito intorno a un premier di legislatura. Oggi si comprende che il vero e forse unico beneficiario del patto è proprio Giuseppe Conte, astuto navigatore tra i limiti e le insicurezze della sua maggioranza.
Giorno dopo giorno, l'avvocato del popolo mette a punto un meccanismo di potere che gli ruota intorno come i pianeti orbitano intorno al Sole.

La gestione del Recovery Fund si annuncia solitaria e questo piace molto poco al Pd. Il controllo dei servizi segreti è saldamente a Palazzo Chigi. Sulle telecomunicazioni e la fibra veloce si gioca in penombra una partita destinata a cambiare gli equilibri di comando. E adesso persino l'arcobaleno sul ponte.

Si potrebbe continuare.

Al Pd resta la fatica di rincorrere l'accordo in extremis sulla legge elettorale senza il quale il referendum sul taglio dei parlamentari - bandiera dei Cinque Stelle - si risolverebbe in un "pericolo per la democrazia".

Non c'è fotografia più realistica dello stato di frustrazione di un Pd che sa di essere oggi più forte del partner di governo (circa il 20-21 per cento contro il 16-17) e tuttavia si sente intrappolato in uno schema che non evolve secondo le previsioni e di cui soprattutto non possiede le chiavi.

Conte è abile a scavalcare il socio di maggioranza ora a destra - come sui migranti - ora a sinistra. Lo fa anche con i 5S, appoggiandosi quando è il caso all'ala intransigente contro i "governisti", al solo scopo di tenere in mano il bandolo della matassa.

Con il Pd usa una sorta di tattica del bastone e della carota. È chiaro che il suo obiettivo è restare a Palazzo Chigi fino al gennaio 2022, quando si eleggerà il capo dello Stato. Ma per riuscirci non intende blandire più di tanto il partito di Zingaretti, di cui coglie il disagio ma anche la debolezza. Se il segretario volesse entrare nel governo con un rimpasto, sarebbe lieto di accoglierlo magari come ministro dell'Interno; e tuttavia gli ha già fatto capire in questi giorni che dovrebbe gestire la questione immigrazione su basi poco idonee a un partito di sinistra e più adatte per un tecnico. Come è oggi.

In altre parole: se l'alleanza è strategica, l'avvocato se ne considera davvero il capo. Se invece il Pd, non reggendo più la situazione, volesse imboccare la via delle elezioni anticipate, deve sapere che lui, Conte, intende giocare le sue carte. Convinto com'è di essere amato dagli italiani ben più di Zingaretti e Di Maio, i suoi sfidanti.