✕

La nave dei pirati fiscali

2 minuti di lettura
Nell'anodino linguaggio dei tecnici della Commissione di Bruxelles si parla di "pianificazione fiscale aggressiva". È una definizione anestetizzante perché il fenomeno dovrebbe più apertamente chiamarsi "pirateria fiscale". Si tratta, infatti, di quel non poi così nascosto insieme di pratiche che consente ad alcuni Paesi dell'Unione di comportarsi da predatori attirando a vantaggio del proprio bilancio consistenti porzioni di tributi che spetterebbero ad altri soci Ue. Il bottino è ingente: le più prudenti fra le numerose stime di istituti di ricerca in materia indicano cifre prossime ai trenta miliardi di euro anno dopo anno.

I sistemi di abbordaggio escogitati in questa guerra corsara sono i più vari: si va dai forfait concordati sottobanco con le grandi multinazionali americane del web ai prelievi minimali sui dividendi elargiti dalle società europee che hanno avuto l'accortezza di stabilire la…
Nell'anodino linguaggio dei tecnici della Commissione di Bruxelles si parla di "pianificazione fiscale aggressiva". È una definizione anestetizzante perché il fenomeno dovrebbe più apertamente chiamarsi "pirateria fiscale". Si tratta, infatti, di quel non poi così nascosto insieme di pratiche che consente ad alcuni Paesi dell'Unione di comportarsi da predatori attirando a vantaggio del proprio bilancio consistenti porzioni di tributi che spetterebbero ad altri soci Ue. Il bottino è ingente: le più prudenti fra le numerose stime di istituti di ricerca in materia indicano cifre prossime ai trenta miliardi di euro anno dopo anno.

I sistemi di abbordaggio escogitati in questa guerra corsara sono i più vari: si va dai forfait concordati sottobanco con le grandi multinazionali americane del web ai prelievi minimali sui dividendi elargiti dalle società europee che hanno avuto l'accortezza di stabilire la propria residenza in qualcuna di queste isole del tesoro. Il comitato speciale per i crimini finanziari del Parlamento di Strasburgo ha stilato in proposito un preciso elenco dei Paesi che "presentano caratteristiche di paradisi fiscali" interni all'Ue. Sono sette: Belgio, Cipro, Irlanda, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi e Ungheria. Non si tratta delle maggiori economie dell'Unione ma il danno anche politico che provocano sulla tenuta del mercato unico è rilevante. In una loro presa di posizione comune del febbraio scorso i ministri dell'economia di Francia, Germania, Italia e Spagna (i quattro maggiori Pil della Ue) sono stati lapidari: "Questa situazione è inaccettabile, controproducente e - ancora più importante - insostenibile".

Negli oltre cinque mesi trascorsi da questa dura dichiarazione di guerra ai corsari del Fisco non può proprio dirsi che vi siano stati progressi. Anzi. I robusti aiuti europei stanziati per favorire un rilancio dopo il tracollo da Covid 19 potevano offrire una occasione eccellente per discriminare le imprese collocate nei vari paradisi fiscali. Qualche governo lo ha anche deciso. Ma, attenzione, la lista dei Paesi considerati tali dal Consiglio europeo elenca Isole Cayman, Samoa, Virgin, Seychelles e via così: non uno solo dei Paesi europei. Anche perché a Bruxelles è stato fatto notare che, escludendo dagli aiuti ancorché in base a una residenza fiscale palesemente fittizia si violerebbe la sacralità di un caposaldo su cui regge il mercato comune, la libera circolazione dei capitali. Storia vecchia: articolo quinto - diceva Enrico Cuccia - chi ha i soldi ha vinto.

Aggrava questa impressione di incapacità europea ad affrontare la pirateria fiscale una recente sentenza della Corte Ue che ha bocciato un'importante iniziativa in materia assunta dalla precedente Commissione di Bruxelles. Poiché il governo irlandese aveva concesso all'americana Apple un regalo fiscale di 13 miliardi sui suoi affari in Europa, la commissaria Vestager aveva qualificato questo trattamento come aiuto di Stato e quindi imposto il reintegro della somma. La Corte Ue ha cassato questa decisione giudicando, fra l'altro, carenti e di scarsa efficacia le ragioni addotte da Bruxelles a sostegno della propria scelta.

Sentenza che mette il dito sul nodo cruciale della questione: nei trattati europei nulla di serio è stabilito per contrastare la pirateria fiscale dei soci più spregiudicati. Lacuna giuridica che ora sta alla politica colmare. Altro che "insostenibile ", lo spettacolo delle quattro maggiori economie della Ue sottomesse agli abusi di un manipolo di filibustieri fiscali è grottesco.