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Lavoro, la tregua fragile

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La mediazione trovata dal governo sui licenziamenti evita il rischio che settembre si presenti già come il mese in cui si rischia un'esplosione sociale, ma non risolve certo la questione dei rapporti tra Stato, imprese e lavoratori, in una fase di crisi economica che non ha precedenti. Si limita infatti a rimandare di qualche mese il momento in cui le imprese, fatti i conti con la loro situazione sul mercato, prenderanno le decisioni che ritengono necessarie sul fronte dell'occupazione.

Guardiamo al bicchiere mezzo pieno del compromesso: nel governo c'è l'acquisita coscienza del rischio che le difficoltà del mondo produttivo si scarichino senza filtri sull'occupazione. Non solo per il prospettarsi di tensioni sociali e dell'ennesimo "autunno caldo", con l'avanzare della crisi, come ha spiegato su questo giornale il segretario generale della Cgil Maurizio Landini, ma anche perché la necessità di spingere il pi&ug…
La mediazione trovata dal governo sui licenziamenti evita il rischio che settembre si presenti già come il mese in cui si rischia un'esplosione sociale, ma non risolve certo la questione dei rapporti tra Stato, imprese e lavoratori, in una fase di crisi economica che non ha precedenti. Si limita infatti a rimandare di qualche mese il momento in cui le imprese, fatti i conti con la loro situazione sul mercato, prenderanno le decisioni che ritengono necessarie sul fronte dell'occupazione.

Guardiamo al bicchiere mezzo pieno del compromesso: nel governo c'è l'acquisita coscienza del rischio che le difficoltà del mondo produttivo si scarichino senza filtri sull'occupazione. Non solo per il prospettarsi di tensioni sociali e dell'ennesimo "autunno caldo", con l'avanzare della crisi, come ha spiegato su questo giornale il segretario generale della Cgil Maurizio Landini, ma anche perché la necessità di spingere il più possibile la domanda interna non si concilia con una possibile ondata di licenziamenti o comunque con una percezione di incertezza sul futuro prossimo che influisce necessariamente sulle scelte e i comportamenti di spesa delle famiglie. Dunque dare una prospettiva di qualche stabilità ai lavoratori dipendenti, anche quelli dei settori più in crisi, può disinnescare tensioni sociali e aiutare l'economia nel suo complesso.

Come ogni compromesso, però, delle scelte fatte si può vedere anche la parte che manca, il bicchiere mezzo vuoto. Bloccare almeno fino a metà novembre, ma in molti casi probabilmente anche dopo quella data i licenziamenti, e obbligare a farlo tutte le imprese e non solo quelle che usufruiranno davvero della Cassa integrazione per Covid 19 è in fondo un modo per buttare la palla in avanti. Ma in attesa di che cosa? In primo luogo, con ogni probabilità, dei fondi europei. Se le aziende si troveranno in condizioni di licenziare nei primi mesi del prossimo anno, quella potrebbe e dovrebbe essere proprio la fase in cui il Recovery Fund assumerà una concretezza.

Per molte imprese potrebbe diventare difficile, o si spera addirittura inutile, licenziare quando ci saranno ampli progetti di investimento in cui molte di esse saranno coinvolte. Probabile che in questa strategia della dilazione abbia un peso la speranza che con il passare dei mesi, e magari con la scoperta del vaccino contro il virus, la condizione si normalizzi. Di sicuro pesano anche le prossime scadenze elettorali - le Regionali a settembre e poi in primavera una tornata di Amministrative in molte città. Di fronte ai Cinque Stelle che si ergono a difensori del lavoro dipendente, il Pd non può permettersi di fare un passo indietro. Si ricrea in qualche modo, quell'alleanza che era contraria all'abrogazione dell'articolo 18, con tutti i corollari ideologici che il dibattito su quella norma ha avuto.

Ciò che non si vede, invece, è uno scatto o uno scarto di comportamenti rispetto alla situazione eccezionale. La "rete" di protezione sociale italiana, che in questi mesi ha funzionato in modo abbastanza soddisfacente, specie se paragonata al modello statunitense, dimostra l'ambiguità del suo significato: una rete può servire a parare improvvise cadute, ad ammortizzare i colpi per i più deboli. Ma se si fa troppo estesa e pervasiva - è questa l'accusa degli imprenditori - diventa una rete che si avvolge attorno al corpo della società e ne limita i movimenti.

A questo riguardo la maggioranza dovrà fare i conti anche con il fatto che dare più risorse alla Cassa integrazione significa darne meno a lavoratori precari, autonomi, partite Iva. Il prezzo politico di questa scelta, con categorie che potrebbero spostare il loro voto a destra, è evidente.

Un capitolo a parte è quello della nuova politica per il Sud che verrà varata oggi dal governo, con gli sgravi fiscali per i dipendenti delle imprese meridionali. È una misura condivisibile per spingere l'occupazione e l'emersione dell'occupazione al Sud e per cercare di colmare il divario che persiste tra due Italie. Anche qui, come è naturale, il programma di governo non può fermarsi a questo: fare impresa al Sud è più difficile per una serie di fattori tanto noti quanto apparentemente immodificabili, dalla presenza della criminalità organizzata all'assenza di infrastrutture. Per questo, oltre ai benvenuti sgravi sul costo del lavoro, bisogna ridurre una serie di costi non strettamente monetari che le aziende del Mezzogiorno pagano sempre e comunque. Anche qui un programma strutturale che ha bisogno di uno scatto.