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Vigili del fuoco e volontari al lavoro per liberare Beirut dai segni dell'esplosione (ansa)

Il grande gioco di Macron

Mano tesa al "Paese dei cedri" e sfida alla Turchia con l’aiuto di Grecia e Egitto
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Una tragedia, avvolta in un disastro, dentro una polveriera. Parafrasando la nota massima di Churchill sulla Russia ("un rebus, avvolto in un mistero, dentro un enigma"), l'apocalittica esplosione che ha causato al momento 137 morti e 5 mila feriti a Beirut, devastandola con una potenza paragonata a un decimo della prima bomba atomica, riannoda tutti i fili della crisi che da quasi mezzo secolo investe il Libano, ponendo le basi per una resa dei conti. Quattro ex primi ministri locali chiedono una commissione d'inchiesta internazionale affidata all'Onu o alla Lega Araba sulle ragioni della sciagura, ma fra loro c'è Saad Hariri, il premier che ha dato le dimissioni sei mesi fa sull'onda della protesta popolare per un crollo economico che ha portato il Paese alla bancarotta. Domanda giustizia pure il presidente cristiano maronita Michel Aoun, ma l'alleanza di ferro da lui stretta con i militanti islamici sciti di Hezbollah, manovrati dall'Ira…
Una tragedia, avvolta in un disastro, dentro una polveriera. Parafrasando la nota massima di Churchill sulla Russia ("un rebus, avvolto in un mistero, dentro un enigma"), l'apocalittica esplosione che ha causato al momento 137 morti e 5 mila feriti a Beirut, devastandola con una potenza paragonata a un decimo della prima bomba atomica, riannoda tutti i fili della crisi che da quasi mezzo secolo investe il Libano, ponendo le basi per una resa dei conti. Quattro ex primi ministri locali chiedono una commissione d'inchiesta internazionale affidata all'Onu o alla Lega Araba sulle ragioni della sciagura, ma fra loro c'è Saad Hariri, il premier che ha dato le dimissioni sei mesi fa sull'onda della protesta popolare per un crollo economico che ha portato il Paese alla bancarotta. Domanda giustizia pure il presidente cristiano maronita Michel Aoun, ma l'alleanza di ferro da lui stretta con i militanti islamici sciti di Hezbollah, manovrati dall'Iran, fa dubitare della sua imparzialità. La zona del porto epicentro della deflagrazione è proprio sotto il controllo di Hezbollah, che potrebbe anche decidere di collaborare con le indagini, ma certamente con l'obiettivo di assicurarsi che non colpisca i suoi interessi. Molti sapevano che 2750 tonnellate di nitrato d'ammonio depositate da anni in un magazzino erano una bomba a orologeria. Pensare che gli arresti domiciliari imposti dal governo ai funzionari portuali servano a punire i responsabili è come svuotare il mare con un secchiello. I responsabili sono ben altri. Fra i libanesi infatti cresce la rabbia.

"L'Hiroshima di Beirut", come viene soprannominata, riflette lo storico malgoverno che ha condotto il Libano al collasso. La guerra civile del 1975-1990 e una lunga scia di attentati terroristici lo hanno consegnato a fazioni religiose militarizzate e dinastie politiche che, dietro un'apparenza di democrazia, spartiscono il potere tra un clientelismo dilagante. Il Fondo Monetario Internazionale stava negoziando un aiuto da 10 miliardi di dollari a sostegno di una spaventosa crisi economica a cui si è aggiunta la pandemia, ma anch'esso è in dubbio di fronte alle drammatiche negligenze rese più macroscopiche dall'esplosione di questa settimana, vista dagli stessi libanesi come un nuovo, gigantesco j'accuse nei confronti della classe dirigente. Adesso, privato del suo porto principale, il Libano è ancora più in ginocchio. Sebbene tutto il mondo gli offra giustamente assistenza per questa catastrofe senza precedenti, la solidarietà non basta, come ha detto il presidente francese Macron arrivando ieri a Beirut: "Sono qui anche per proporre un nuovo patto politico per attuare riforme, cambiare il sistema, fermare le divisioni, combattere la corruzione".

 La missione del capo dell'Eliseo coincide con l'annuncio di un accordo marittimo, energetico ed economico fra Grecia ed Egitto in contrapposizione con quello firmato lo scorso anno fra Turchia e governo libico di Tripoli. Coincidenza probabilmente non casuale: dietro le quinte si intravede anche qui la mano della Francia, umiliata dalla Turchia in Libia e decisa a rispondere ad Ankara in quel Libano che una volta era un suo cortile mediorientale. Un "grande gioco" nel Mediterraneo, con Parigi in cabina di regia.

Il Libano è un puzzle complicatissimo che mescola bancarotta, estremismo, corruzione, coronavirus e infine una "città perduta" sotto l'effetto di una scossa analoga a un terremoto. Eppure non mancano strumenti per cercare di risolverlo. Uno è internazionale: la risoluzione 1701 dell'Onu del 2006, approvata all'unanimità dal Consiglio di Sicurezza, che chiedeva tra l'altro il disarmo di Hezbollah e la smilitarizzazione della zona di confine con Israele, recentemente teatro di nuovi scontri; così come la sentenza del Tribunale Speciale in Olanda contro quattro membri di Hezbollah per l'assassinio del primo ministro Rafiq Hariri (padre di Saad), attesa per stamane ma rinviata al 18 agosto per il lutto libanese, L'altro dipende dai libanesi: quindici anni or sono la "rivoluzione dei cedri" ottenne il ritiro delle forze armate siriane con una pacifica rivolta di popolo che anticipò la forza dirompente della "primavera araba". È possibile che la "bomba" di Beirut produca una ribellione simile. Con una capitale un tempo chiamata "la Parigi del Medio Oriente", una società multiconfessionale (per metà cristiana), grandi tradizioni commerciali, un formidabile potenziale turistico, una leggendaria gioia di vivere a dispetto di decennali conflitti e famosi espatriati che gli danno lustro, dall'avvocatessa dei diritti umani Amal Clooney al politologo Nassim Nicholas Taleb autore del best-seller Il cigno nero, il Libano dovrebbe essere un modello per l'intero mondo arabo. L'Occidente deve fare tutto ciò che può affinché possa diventarlo. L'iniziativa di Macron potrebbe essere la prima mossa.