La convivenza costituzionale: possiamo essere migliori
di ANNA FINOCCHIAROApriamo cantieri dove ciò che si costruisce non sia solo una scuola o un ponte, ma il senso della potenza di appartenere ad una "comunità" che si assume una "comune" responsabilità
Percepiamo come straordinario il tempo che stiamo vivendo, e certo inaspettata e assai seria è la congiuntura che affrontiamo. Ci siamo chiesti se essa ci troverà domani migliori o peggiori, ma è come se ci guardassimo da fuori, nell'attesa di ciò che saremo. Nel frattempo qualche mutamento è avvenuto, e dovremmo riconoscerlo ed accorgercene, perché se c'è del buono - e ce n'è - avremmo già un principio da cui partire.
Qualche tempo fa, Massimo Luciani ha individuato "il sentimento del nostro stare insieme" come un fatto che si è mostrato con evidenza durante i lunghi mesi delle restrizioni imposte dalla pandemia, e lo ha riconosciuto come costitutivo dell'unità nazionale, anche oltre, direi io, ogni previsione costituzionale. L'attenzione e la prudenza che ha tenuto in casa gli italiani certo nascevano innanzitutto dal timore per la propria salute e per quella dei familiari, ma…
Qualche tempo fa, Massimo Luciani ha individuato "il sentimento del nostro stare insieme" come un fatto che si è mostrato con evidenza durante i lunghi mesi delle restrizioni imposte dalla pandemia, e lo ha riconosciuto come costitutivo dell'unità nazionale, anche oltre, direi io, ogni previsione costituzionale. L'attenzione e la prudenza che ha tenuto in casa gli italiani certo nascevano innanzitutto dal timore per la propria salute e per quella dei familiari, ma…
Percepiamo come straordinario il tempo che stiamo vivendo, e certo inaspettata e assai seria è la congiuntura che affrontiamo. Ci siamo chiesti se essa ci troverà domani migliori o peggiori, ma è come se ci guardassimo da fuori, nell'attesa di ciò che saremo. Nel frattempo qualche mutamento è avvenuto, e dovremmo riconoscerlo ed accorgercene, perché se c'è del buono - e ce n'è - avremmo già un principio da cui partire.
Qualche tempo fa, Massimo Luciani ha individuato "il sentimento del nostro stare insieme" come un fatto che si è mostrato con evidenza durante i lunghi mesi delle restrizioni imposte dalla pandemia, e lo ha riconosciuto come costitutivo dell'unità nazionale, anche oltre, direi io, ogni previsione costituzionale. L'attenzione e la prudenza che ha tenuto in casa gli italiani certo nascevano innanzitutto dal timore per la propria salute e per quella dei familiari, ma saremmo ciechi se non cogliessimo che, comunque, osservare restrizioni assai severe alle proprie libertà è stato assunto come un dovere comunitario, come l'assunzione di una responsabilità condivisa. Unità nazionale, doveri inderogabili di solidarietà, responsabilità comune sono parole costituzionali.
Dovremmo riflettere che mentre tra Stato e Regioni si sviluppava un conflitto aspro e continuo sui rispettivi poteri e competenze, milioni di cittadini avvertivano chiaramente di essere comunità e orientavano costituzionalmente la propria vita, adottando con semplicità quel senso del limite che è il sofisticato principio intorno a cui la Costituzione organizza i rapporti tra i poteri e quelli tra i diritti e i doveri.
Mi ha colpito che le proteste, rare, che si sono manifestate nei confronti del governo o dei presidenti di Regione sono apparse quando le restrizioni imposte apparivano irragionevolmente sproporzionate. Mi ha colpito perché questo atteggiamento consapevole, non passivo, corrisponde al sapere giuridico della giurisprudenza costituzionale, che adopera il criterio di ragionevolezza per decidere se una norma che limita una libertà sia legittima.
Probabilmente tutto questo è poco per dire che la Costituzione sia "senso comune", ma gli somiglia, e varrebbe la pena di lavorarci. "Nessuno ne esce da solo" abbiamo detto tante volte. Bene, ma allora perché non chiedere, ad esempio, ai professionisti italiani, che rappresentano un importante bacino di competenze e sapere innovativo, di mettere a disposizione una piccola parte del loro tempo per sostenere e massimizzare lo sforzo del rilancio, per cogarantirne la qualità, per contribuire al raggiungimento di fini comuni? È già accaduto con i protocolli tra ordini professionali e istituzioni territoriali dopo eventi sismici.
Ci ha colpito lo slancio di Renzo Piano, che ha regalato il progetto del nuovo ponte di Genova. Abbiamo chiesto agli insegnanti un impegno straordinario in questi mesi, e hanno risposto, sia pure tra mille difficoltà. Lo abbiamo chiesto a medici e personale sanitario, e li abbiamo visti all'opera. Dunque, c'è filo da tessere. Dovremo fare lo sforzo, però, di abbandonare i nostri antichi e radicati vizi, a cominciare da quello dell'autodenigrazione: riusciamo ad essere migliori di quello che diciamo di noi stessi, e si è visto.
Iniettiamo una cospicua dose di fiducia nelle relazioni tra il privato e il pubblico. Dobbiamo costruirla, senza velleitarismi e ingenuità, ma anche senza paura.
Chiediamo ai pubblici funzionari di esercitare la propria funzione, che è esattamente agire discrezionalmente nell'interesse generale, ma insieme riconosciamo la grande difficoltà e il grande carico di responsabilità che grava su di loro, prima di indicarli come la causa prima della lentezza e inefficienza del sistema: in uno studio recente l'Ance ha contato che tra il 1994 e il 2018 sono stati adottati, tra leggi, regolamenti, decreti ministeriali, linee guida delle Authority e via discorrendo, ben 500 provvedimenti in materia di contratti pubblici, cioè la materia che ogni giorno burocrazia e imprese si trovano a dover maneggiare. Peraltro il governo con recente decreto, nella evidente impossibilità di potere affrontare in poco tempo una seria semplificazione, ha scelto la strada di derogare al codice dei contratti pubblici, che, evidentemente, non è in grado di garantire quella efficienza, chiarezza e rapidità delle procedure di cui il Paese ha bisogno.
Chiediamo alle imprese, cui tanto è stato chiesto in questo tempo, di orientare la propria attività verso una nuova responsabilità sociale, perché questo può rendere più facile, e giusto, lo sviluppo dell'Italia.
Apriamo cantieri, insomma, dove ciò che si costruisce non sia solo una scuola o un ponte, ma il senso della potenza di appartenere ad una comunità che si assume, costituzionalmente appunto, una comune responsabilità.
Con questo articolo Anna Finocchiaro inizia la sua collaborazione con "Repubblica"
Qualche tempo fa, Massimo Luciani ha individuato "il sentimento del nostro stare insieme" come un fatto che si è mostrato con evidenza durante i lunghi mesi delle restrizioni imposte dalla pandemia, e lo ha riconosciuto come costitutivo dell'unità nazionale, anche oltre, direi io, ogni previsione costituzionale. L'attenzione e la prudenza che ha tenuto in casa gli italiani certo nascevano innanzitutto dal timore per la propria salute e per quella dei familiari, ma saremmo ciechi se non cogliessimo che, comunque, osservare restrizioni assai severe alle proprie libertà è stato assunto come un dovere comunitario, come l'assunzione di una responsabilità condivisa. Unità nazionale, doveri inderogabili di solidarietà, responsabilità comune sono parole costituzionali.
Dovremmo riflettere che mentre tra Stato e Regioni si sviluppava un conflitto aspro e continuo sui rispettivi poteri e competenze, milioni di cittadini avvertivano chiaramente di essere comunità e orientavano costituzionalmente la propria vita, adottando con semplicità quel senso del limite che è il sofisticato principio intorno a cui la Costituzione organizza i rapporti tra i poteri e quelli tra i diritti e i doveri.
Mi ha colpito che le proteste, rare, che si sono manifestate nei confronti del governo o dei presidenti di Regione sono apparse quando le restrizioni imposte apparivano irragionevolmente sproporzionate. Mi ha colpito perché questo atteggiamento consapevole, non passivo, corrisponde al sapere giuridico della giurisprudenza costituzionale, che adopera il criterio di ragionevolezza per decidere se una norma che limita una libertà sia legittima.
Probabilmente tutto questo è poco per dire che la Costituzione sia "senso comune", ma gli somiglia, e varrebbe la pena di lavorarci. "Nessuno ne esce da solo" abbiamo detto tante volte. Bene, ma allora perché non chiedere, ad esempio, ai professionisti italiani, che rappresentano un importante bacino di competenze e sapere innovativo, di mettere a disposizione una piccola parte del loro tempo per sostenere e massimizzare lo sforzo del rilancio, per cogarantirne la qualità, per contribuire al raggiungimento di fini comuni? È già accaduto con i protocolli tra ordini professionali e istituzioni territoriali dopo eventi sismici.
Ci ha colpito lo slancio di Renzo Piano, che ha regalato il progetto del nuovo ponte di Genova. Abbiamo chiesto agli insegnanti un impegno straordinario in questi mesi, e hanno risposto, sia pure tra mille difficoltà. Lo abbiamo chiesto a medici e personale sanitario, e li abbiamo visti all'opera. Dunque, c'è filo da tessere. Dovremo fare lo sforzo, però, di abbandonare i nostri antichi e radicati vizi, a cominciare da quello dell'autodenigrazione: riusciamo ad essere migliori di quello che diciamo di noi stessi, e si è visto.
Iniettiamo una cospicua dose di fiducia nelle relazioni tra il privato e il pubblico. Dobbiamo costruirla, senza velleitarismi e ingenuità, ma anche senza paura.
Chiediamo ai pubblici funzionari di esercitare la propria funzione, che è esattamente agire discrezionalmente nell'interesse generale, ma insieme riconosciamo la grande difficoltà e il grande carico di responsabilità che grava su di loro, prima di indicarli come la causa prima della lentezza e inefficienza del sistema: in uno studio recente l'Ance ha contato che tra il 1994 e il 2018 sono stati adottati, tra leggi, regolamenti, decreti ministeriali, linee guida delle Authority e via discorrendo, ben 500 provvedimenti in materia di contratti pubblici, cioè la materia che ogni giorno burocrazia e imprese si trovano a dover maneggiare. Peraltro il governo con recente decreto, nella evidente impossibilità di potere affrontare in poco tempo una seria semplificazione, ha scelto la strada di derogare al codice dei contratti pubblici, che, evidentemente, non è in grado di garantire quella efficienza, chiarezza e rapidità delle procedure di cui il Paese ha bisogno.
Chiediamo alle imprese, cui tanto è stato chiesto in questo tempo, di orientare la propria attività verso una nuova responsabilità sociale, perché questo può rendere più facile, e giusto, lo sviluppo dell'Italia.
Apriamo cantieri, insomma, dove ciò che si costruisce non sia solo una scuola o un ponte, ma il senso della potenza di appartenere ad una comunità che si assume, costituzionalmente appunto, una comune responsabilità.
Con questo articolo Anna Finocchiaro inizia la sua collaborazione con "Repubblica"