Senza perdere neppure un minuto, dopo avere perso un lungo anno, la Juventus ha deciso il big reset: addio Maurizio Sarri, senza rimpianti, e squadra ad Andrea Pirlo, debuttante assoluto, “il Guardiola bianconero” almeno nelle speranze, zero minuti di professione in panchina. Il futuro di un club come la Juve non poteva attendere.
E per ogni architettura finanziaria, compreso l'edificio che sorregge il contratto di Cristiano Ronaldo. Senza la Champions potrebbe esserci sofferenza economica, e questo non è ammesso. La Juve del mercato globale e mondiale, del nuovo marchio, dello Stadium e naturalmente di CR7 non può non entrare nemmeno tra le otto grandi d'Europa. Non può essere cacciata in questo modo dal Lione.
La scelta di Pirlo è un atto di grande coraggio. Anche il matrimonio con Sarri lo era stato, coraggio poi diventato azzardo e infine errore. Come il trapianto di due organi incompatibili. L'idea che lo aveva promosso …
E per ogni architettura finanziaria, compreso l'edificio che sorregge il contratto di Cristiano Ronaldo. Senza la Champions potrebbe esserci sofferenza economica, e questo non è ammesso. La Juve del mercato globale e mondiale, del nuovo marchio, dello Stadium e naturalmente di CR7 non può non entrare nemmeno tra le otto grandi d'Europa. Non può essere cacciata in questo modo dal Lione.
La scelta di Pirlo è un atto di grande coraggio. Anche il matrimonio con Sarri lo era stato, coraggio poi diventato azzardo e infine errore. Come il trapianto di due organi incompatibili. L'idea che lo aveva promosso …
Senza perdere neppure un minuto, dopo avere perso un lungo anno, la Juventus ha deciso il big reset: addio Maurizio Sarri, senza rimpianti, e squadra ad Andrea Pirlo, debuttante assoluto, “il Guardiola bianconero” almeno nelle speranze, zero minuti di professione in panchina. Il futuro di un club come la Juve non poteva attendere.
E per ogni architettura finanziaria, compreso l'edificio che sorregge il contratto di Cristiano Ronaldo. Senza la Champions potrebbe esserci sofferenza economica, e questo non è ammesso. La Juve del mercato globale e mondiale, del nuovo marchio, dello Stadium e naturalmente di CR7 non può non entrare nemmeno tra le otto grandi d'Europa. Non può essere cacciata in questo modo dal Lione.
La scelta di Pirlo è un atto di grande coraggio. Anche il matrimonio con Sarri lo era stato, coraggio poi diventato azzardo e infine errore. Come il trapianto di due organi incompatibili. L'idea che lo aveva promosso era giusta: cercare una nuova strada, più moderna, per coniugare risultati e spettacolo, non limitandosi soltanto a un altro scudetto ma affermando un'ipotesi di dominio internazionale che iniziasse proprio da un calcio d'attacco. Non c'è stato tempo, e neppure modo.
Maurizio Sarri è un integralista, un rivoluzionario che ha bisogno di tempo ma alla Juventus esiste un tempo soltanto, quello della vittoria. Non è un laboratorio, è un dovere. La Juve è la fabbrica degli scudetti e possibilmente delle Coppe: non c'è posto per l'astrattismo né per un'estetica solo teorica. Da sempre, qui si deve vincere: lo hanno fatto Trapattoni, Lippi, Conte e Allegri più di tutti, gente pragmatica, uomini di sostanza. Le identiche caratteristiche che dovrà possedere Pirlo, al quale dovrà essere consegnata una squadra rinnovata e più giovane, ma soprattutto di maggiore qualità attorno al totem Ronaldo, da cui si riparte.
Nelle ultime due stagioni, la Juventus ha messo alla porta l'allenatore campione d'Italia, a suo modo un altro record ma anche un segno: se vincere è sempre stata l'unica cosa che conta, vincere soltanto qualcosa e senza un vero progetto non basta più. Il matrimonio con Sarri è sembrato una di quelle cerimonie in cui, già dalla prima fotografia, gli sposi non sorridono o lo fanno a denti stretti. All'eccentrico figlio dell'operaio dell'Italsider di Bagnoli servivano uomini adatti al suo gioco e un sostegno che però, senza risultati convincenti, non poteva arrivare. Alla fine si è ritrovato solo, ma questo è il destino che tocca a chi governa un impero: in pochi sono in grado di sostenerne il peso.
In queste ore, la Juventus è stata chiamata alla scelta più difficile e sorprendente, una rapidissima scelta doppia. Ha saputo azzerare con realismo, ora deve costruire con lucidità. I nomi dei papabili, all'inizio del Conclave bianconero erano quelli di grandi cardinali: Simone Inzaghi, porporato della Roma laziale, assai vincente; Maurizio Pochettino, suggestione argentina (come papa Bergoglio!); Zizou Zidane, juventino nel midollo e specialista di Champions proprio come Ronaldo; Massimiliano Allegri, rimasto sempre nel cuore della squadra. Ma l'ha spuntata a sorpresa Andrea Pirlo, appena promosso tecnico dell'Under 23 che non guiderà mai, maestro concertatore in campo ma senza neppure un minuto d'esperienza in panchina: che il dio del calcio lo aiuti, dopo averlo messo al mondo. Il nuovo pontefice stavolta dovrà regnare a lungo e saldamente, senza chimere, con coraggio e fermezza, perché la Juventus è molto più di una squadra di calcio, è una parte di storia italiana, è un simbolo identitario amatissimo e odiatissimo, è un'anomalia virtuosa nel vetusto sistema sportivo nazionale ma è anche una magnifica, pesantissima ossessione. Quella di vincere, e poi ancora, e poi ancora. E a volte nemmeno basta.
E per ogni architettura finanziaria, compreso l'edificio che sorregge il contratto di Cristiano Ronaldo. Senza la Champions potrebbe esserci sofferenza economica, e questo non è ammesso. La Juve del mercato globale e mondiale, del nuovo marchio, dello Stadium e naturalmente di CR7 non può non entrare nemmeno tra le otto grandi d'Europa. Non può essere cacciata in questo modo dal Lione.
La scelta di Pirlo è un atto di grande coraggio. Anche il matrimonio con Sarri lo era stato, coraggio poi diventato azzardo e infine errore. Come il trapianto di due organi incompatibili. L'idea che lo aveva promosso era giusta: cercare una nuova strada, più moderna, per coniugare risultati e spettacolo, non limitandosi soltanto a un altro scudetto ma affermando un'ipotesi di dominio internazionale che iniziasse proprio da un calcio d'attacco. Non c'è stato tempo, e neppure modo.
Maurizio Sarri è un integralista, un rivoluzionario che ha bisogno di tempo ma alla Juventus esiste un tempo soltanto, quello della vittoria. Non è un laboratorio, è un dovere. La Juve è la fabbrica degli scudetti e possibilmente delle Coppe: non c'è posto per l'astrattismo né per un'estetica solo teorica. Da sempre, qui si deve vincere: lo hanno fatto Trapattoni, Lippi, Conte e Allegri più di tutti, gente pragmatica, uomini di sostanza. Le identiche caratteristiche che dovrà possedere Pirlo, al quale dovrà essere consegnata una squadra rinnovata e più giovane, ma soprattutto di maggiore qualità attorno al totem Ronaldo, da cui si riparte.
Nelle ultime due stagioni, la Juventus ha messo alla porta l'allenatore campione d'Italia, a suo modo un altro record ma anche un segno: se vincere è sempre stata l'unica cosa che conta, vincere soltanto qualcosa e senza un vero progetto non basta più. Il matrimonio con Sarri è sembrato una di quelle cerimonie in cui, già dalla prima fotografia, gli sposi non sorridono o lo fanno a denti stretti. All'eccentrico figlio dell'operaio dell'Italsider di Bagnoli servivano uomini adatti al suo gioco e un sostegno che però, senza risultati convincenti, non poteva arrivare. Alla fine si è ritrovato solo, ma questo è il destino che tocca a chi governa un impero: in pochi sono in grado di sostenerne il peso.
In queste ore, la Juventus è stata chiamata alla scelta più difficile e sorprendente, una rapidissima scelta doppia. Ha saputo azzerare con realismo, ora deve costruire con lucidità. I nomi dei papabili, all'inizio del Conclave bianconero erano quelli di grandi cardinali: Simone Inzaghi, porporato della Roma laziale, assai vincente; Maurizio Pochettino, suggestione argentina (come papa Bergoglio!); Zizou Zidane, juventino nel midollo e specialista di Champions proprio come Ronaldo; Massimiliano Allegri, rimasto sempre nel cuore della squadra. Ma l'ha spuntata a sorpresa Andrea Pirlo, appena promosso tecnico dell'Under 23 che non guiderà mai, maestro concertatore in campo ma senza neppure un minuto d'esperienza in panchina: che il dio del calcio lo aiuti, dopo averlo messo al mondo. Il nuovo pontefice stavolta dovrà regnare a lungo e saldamente, senza chimere, con coraggio e fermezza, perché la Juventus è molto più di una squadra di calcio, è una parte di storia italiana, è un simbolo identitario amatissimo e odiatissimo, è un'anomalia virtuosa nel vetusto sistema sportivo nazionale ma è anche una magnifica, pesantissima ossessione. Quella di vincere, e poi ancora, e poi ancora. E a volte nemmeno basta.