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(ansa)

L’alleanza Pd-M5S: La fragilità della fase due

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l voto con cui i 5 stelle hanno sancito la possibilità di fare accordi elettorali con il Pd è di certo un passo avanti, nel faticoso cammino della maggioranza di governo. Fornisce un orizzonte strategico che finora non si era intravisto in nessuna delle due forze politiche. Disegna un campo di gioco preciso per le prossime elezioni regionali e amministrative: da una parte il centrosinistra di Nicola Zingaretti e Luigi Di Maio (per quanto strano possa sembrare), dall’altra il centrodestra di Silvio Berlusconi, Matteo Salvini, Giorgia Meloni.

È il primo livello, quello di un fronte che spera così di fare meglio di quanto abbiano attestato finora i sondaggi delle prossime Regionali. Cominciando col siglare una nuova intesa nelle Marche, spingendo su alleanze “laboratorio” negli 85 comuni dove i 5 stelle presentano una loro lista, a partire dalla piccola Pomigliano d’Arco, terra natia del ministro degli Esteri.

Il secondo obiettivo, pa…
l voto con cui i 5 stelle hanno sancito la possibilità di fare accordi elettorali con il Pd è di certo un passo avanti, nel faticoso cammino della maggioranza di governo. Fornisce un orizzonte strategico che finora non si era intravisto in nessuna delle due forze politiche. Disegna un campo di gioco preciso per le prossime elezioni regionali e amministrative: da una parte il centrosinistra di Nicola Zingaretti e Luigi Di Maio (per quanto strano possa sembrare), dall’altra il centrodestra di Silvio Berlusconi, Matteo Salvini, Giorgia Meloni.

È il primo livello, quello di un fronte che spera così di fare meglio di quanto abbiano attestato finora i sondaggi delle prossime Regionali. Cominciando col siglare una nuova intesa nelle Marche, spingendo su alleanze “laboratorio” negli 85 comuni dove i 5 stelle presentano una loro lista, a partire dalla piccola Pomigliano d’Arco, terra natia del ministro degli Esteri.

Il secondo obiettivo, pare però quello di mettere sotto pressione la leadership di Giuseppe Conte, tanto che il Pd prepara per il 2 settembre un Recovery day in cui presentare le sue proposte per la ripartenza del Paese.

La risposta a quegli Stati generali dell’Economia convocati dal premier senza neanche avvertire gli alleati. Un modo per dire che i partiti di riferimento del governo vorranno — d’ora in poi — essere protagonisti, se non promotori, di ogni decisione. Di ogni scelta. Magari cambiando l’assetto che regge Palazzo Chigi (la voglia di rimpasto c’entra, in questa storia, più di quanto i suoi stessi protagonisti siano disposti ad ammettere).

I limiti di quella che può considerarsi la fase due del governo giallo-rosso sono però evidenti nel suo atto fondativo. Può davvero un nuovo campo politico nascere da un voto di metà agosto sulla piattaforma digitale gestita da Davide Casaleggio, il cui unico interesse è mantenerla centrale nella vita del Movimento? La risposta è no perché la fragilità del metodo, e i malumori emersi nelle ultime ore ne sono la prova, indebolisce il senso della proposta. Gli iscritti a Rousseau hanno votato un quesito per cui, d’ora in poi, i 5 stelle potranno allearsi con i partiti tradizionali. E uno che cancella la loro regola aurea, quella contro il tanto vituperato “professionismo della politica”: il vincolo dei due mandati, almeno per chi ha fatto il primo in un Comune (il resto seguirà). Non c’è nulla, in tutto questo, che preveda ideali, scelte identitarie, la definizione di un perimetro politico.

Sia chiaro, continuare a rimproverare ai 5 stelle le giravolte intrinseche in questo percorso ha senso solo se si decide di assumere il punto di vista grillino: se si considerano le istituzioni scatolette di tonno da aprire mettendoci dentro chiunque, purché si faccia a turno, si può rinfacciare loro di essersi rimangiati l’impegno sui mandati. Così come se si ritiene che la politica non sia dialogo, mediazione, compromesso, li si può attaccare per il sì alle alleanze. Non sono questi tradimenti, per quanto estremi e dettati dalla convenienza del momento, il limite dell’accordo nascente col Pd. Quello che manca, e che manca drammaticamente, è una discussione vera sull’identità del partito nato da un Vaffa e finito al governo del Paese. Con una classe politica cresciuta mentre contemporaneamente spariva l’attivismo sul territorio. Con dirigenti come il presidente della Camera Fico o il ministro dello Sviluppo Patuanelli che non esitano a dire la parola sinistra, ma gli altri? Gli altri, a partire da Di Maio, si nascondono dietro a una fantomatica idea di “ago della bilancia” pronto, in un battibaleno, a tornare con la Lega se servisse per restare al potere. Il paradosso di Roma è la prova di questo vulnus. Di Maio e Zingaretti siglano un’alleanza mentre nella capitale Pd e M5S affilano le armi l’uno contro l’altro. Ma se non si tracciano valori comuni, è impossibile trovare candidati che li incarnino. E senza quelli, il presunto nuovo centrosinistra rischia di apparire agli elettori come un triste matrimonio d’interesse. Pronto a naufragare, se alle prossime Regionali i firmatari del patto d’agosto perderanno la partita.