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(afp)

Usa-Cina, la guerra delle idee

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Uno dei tanti piaceri di questo mestiere è leggere i propri articoli quando vengono pubblicati. Non in Cina, o quanto meno, non sempre. Quando lavoravo a Hong Kong per il Financial Times all'inizio del millennio, sfogliare il giornale a Pechino o Shanghai riservava sempre una sorpresa. Spesso, certe pagine erano "scomparse", strappate, copia per copia, da censori senza volto ma con tanto potere, la lunga mano di un governo che non tollera il dissenso. Per capire la "nuova Guerra Fredda" tra la Cina e gli Usa sulle app TikTok e WeChat, bisogna esplorare le radici ideologiche del conflitto.

La battaglia tra Donald Trump e Xi Jinping non è una disputa commerciale ma un confronto tra dottrine, culture e storie completamente diverse.

Ad Est, c'è Xi, un leader che vuole proteggere il proprio Paese dal liberalismo occidentale, che non crede nella democrazia stile anglosassone, la libertà di parola o il capitalismo all'americana. A…
Uno dei tanti piaceri di questo mestiere è leggere i propri articoli quando vengono pubblicati. Non in Cina, o quanto meno, non sempre. Quando lavoravo a Hong Kong per il Financial Times all'inizio del millennio, sfogliare il giornale a Pechino o Shanghai riservava sempre una sorpresa. Spesso, certe pagine erano "scomparse", strappate, copia per copia, da censori senza volto ma con tanto potere, la lunga mano di un governo che non tollera il dissenso. Per capire la "nuova Guerra Fredda" tra la Cina e gli Usa sulle app TikTok e WeChat, bisogna esplorare le radici ideologiche del conflitto.

La battaglia tra Donald Trump e Xi Jinping non è una disputa commerciale ma un confronto tra dottrine, culture e storie completamente diverse.

Ad Est, c'è Xi, un leader che vuole proteggere il proprio Paese dal liberalismo occidentale, che non crede nella democrazia stile anglosassone, la libertà di parola o il capitalismo all'americana. Ad Ovest, c'è Trump, un presidente populista che ha paura di perdere le elezioni di novembre ed è circondato da falchi quali il ministro del Tesoro Steven Mnuchin e il consigliere speciale Peter Navarro.

In mezzo c'è una realtà innegabile: la Cina, e le aziende controllate da Pechino, utilizzano l'infrastruttura tecnologica e la proprietà intellettuale dell'Occidente per influenzare la politica, società ed economia dei loro antagonisti. Allo stesso tempo, però, la Cina è conveniente fabbrica e appetibile mercato per le imprese occidentali. È per questo che i leader di tante aziende americane questa settimana hanno pregato il Presidente di ammorbidire la sua strategia. La mossa di Trump - costringere TikTok a vendere la sua video app internazionale a Microsoft e impedire a società e cittadini Usa di trattare con WeChat, un'app utilizzata da circa 900 milioni di cinesi - ha messo a nudo la verità: sulla tecnologia, Washington e Pechino sono nemici agguerritissimi. Le critiche alla linea dura della Casa Bianca sono state di due tipi: l'operazione di Trump è illegale o un pericoloso abuso di potere.

Il primo punto è invalido: il Congresso conferisce al Presidente poteri eccezionali sul commercio internazionale quando dichiara un'emergenza nazionale, cosa che Trump ha fatto l'anno scorso nella lotta contro Huawei, il gigante cinese dell'hardware.

Trump può non piacere ma ha la legge dalla sua parte. La critica morale delle sue azioni è anch'essa invalida perché suppone che la Cina accetti le nostre regole sulla libertà di espressione, libero commercio e democrazia. È la classica miopia occidentale nei confronti della Cina: ridurre una tradizione, storia e cultura millenarie a norme consuete senza capire che l'avversario ha valori diversi. Il che non vuol dire che Pechino abbia ragione quando accusa gli Usa di interferire con gli "affari interni" del Paese. Trump, per strategia o per fortuna, sta colpendo la Cina in un settore dove le fa pi male.

Silicon Valley domina l'industria della tecnologia mondiale e Pechino ha bisogno dei suoi cervelli e delle sue parti di ricambio. Quando Trump ha attaccato Huawei l'anno scorso, l'unica risposta dell'azienda è stata comprare una montagna di hardware dall'America prima che la Casa Bianca chiudesse i cancelli. Ritorsioni occhio-per-occhio sono complicate. La Cina ha escluso i giganti della tecnologia Usa anni fa, con "La Grande Muraglia Digitale", il controllo statale di Internet. Pechino potrebbe perseguitare Apple, che produce e vende in Cina. Ma espellere una società che produce prodotti tanto amati dalle classi medie cinesi costerebbe caro a Xi.

L'altra arma di Pechino sono i miliardi di buoni del Tesoro americano nelle mani di investitori cinesi. Venderli in massa causerebbe uno shock finanziario all'America ma anche perdite considerevoli per la Cina, con ripercussioni gravi sulla classe dirigente. Non è un caso che, al di là di parole pesanti, la leadership di Pechino non abbia risposto alle bordate di Trump. Un Presidente che finora è stato un disastro sul piano internazionale per la superpotenza Usa potrebbe aver trovato il nemico giusto.  
                                                             
Francesco Guerrera è direttore di Barron's Group in Europa