Quei leoni che aspettavano Guardiola
Gabriele Romagnoli , di GABRIELE ROMAGNOLILa pietra dello scandalo è una partita persa, in circostanze eccezionali, in una Champions League di cui la ristrettezza delle riprese televisive e della ragione ci oscura l'anomalia: si gioca in partita secca, senza pubblico, con diversi livelli di preparazione e di esperienza alle spalle, nulla aderisce al canone e non abbiamo un metodo per misurare le conseguenze. Eppur si giudica
E adesso, come bruti, dovremmo seppellire Guardiola, smettendo di lodarlo? Nella frenesia mediatica, dove ogni giorno cancella i precedenti, in questo si decreta il "tramonto di Guardiola", esattamente come si era fatto quattro anni fa per Garcia, che oggi conosce una nuova alba. La pietra dello scandalo è una partita persa, in circostanze eccezionali, in una Champions League di cui la ristrettezza delle riprese televisive e della ragione ci oscura l'anomalia: si gioca in partita secca, senza pubblico, con diversi livelli di preparazione e di esperienza alle spalle, nulla aderisce al canone e non abbiamo un metodo per misurare le conseguenze. Eppur si giudica. Condannando Guardiola. Reo di aver perso 3 a 1 con il Lione. Ma di peggio è capitato a Sarri, che con il Lione ha vinto 2 a 1.
Certo, Guardiola ha sbagliato formazione e tattica, forse fidandosi dei consigli del suo vice (ma sarebbe segno d'umiltà), forse assecondando il desiderio di non e…
Certo, Guardiola ha sbagliato formazione e tattica, forse fidandosi dei consigli del suo vice (ma sarebbe segno d'umiltà), forse assecondando il desiderio di non e…
E adesso, come bruti, dovremmo seppellire Guardiola, smettendo di lodarlo? Nella frenesia mediatica, dove ogni giorno cancella i precedenti, in questo si decreta il "tramonto di Guardiola", esattamente come si era fatto quattro anni fa per Garcia, che oggi conosce una nuova alba. La pietra dello scandalo è una partita persa, in circostanze eccezionali, in una Champions League di cui la ristrettezza delle riprese televisive e della ragione ci oscura l'anomalia: si gioca in partita secca, senza pubblico, con diversi livelli di preparazione e di esperienza alle spalle, nulla aderisce al canone e non abbiamo un metodo per misurare le conseguenze. Eppur si giudica. Condannando Guardiola. Reo di aver perso 3 a 1 con il Lione. Ma di peggio è capitato a Sarri, che con il Lione ha vinto 2 a 1.
Certo, Guardiola ha sbagliato formazione e tattica, forse fidandosi dei consigli del suo vice (ma sarebbe segno d'umiltà), forse assecondando il desiderio di non essere se stesso sempre e comunque (ma sarebbe segno d'intelligenza). E certo, dopo Barcellona non ha più rivinto la Champions, ma farlo con due squadre diverse è riuscito solo a tre allenatori (Hitzfeld con Borussia Dortmund e Bayern, Mourinho con Porto e Inter, Ancelotti con Milan e Real Madrid). L'elenco serve a chiarire quanto sia difficile con un club che non l'abbia già in bacheca, come il Manchester City. E se chi ci riesce è tanto bravo, perché le grandi d'Europa non si sono disputate Di Matteo che vinse con l'inedito Chelsea?
Esiste un'isteria di giudizio che si applica alla Champions League, agli allenatori in particolare e alla vita pubblica in generale. Ad Alex Ferguson, in 27 anni di Manchester United, fu concesso di vincerne "soltanto" 2 e diventare leggenda. A chi oggi si consentirebbe altrettanto? Pochi posti sono meno sicuri di una panchina. La miglior garanzia non è il risultato, ma l'ingaggio alto e non ha salvato, per esempio, Conte al Chelsea (e chissà se lo farà all'Inter). Il tempo di decadimento di un qualsiasi elemento sotto i riflettori si è dimezzato. Sia un politico, un artista, uno sportivo o uno qualunque degli dei contemporanei, se ne brama la caduta, per poterlo dileggiare con un meme su Twitter. Ora tocca a Guardiola.
Da tempo i leoni lo aspettavano. Non sopportavano più il tiki taka, senza accorgersi che l'aveva dismesso. Come per Sacchi con Gullit e Van Basten, tutti a dire che era scontato trionfare con Messi e Iniesta. L'ozioso indovinello del calcio: segna prima l'uovo o la gallina? Intanto lui vinceva 3 campionati al Bayern (e fin lì) e 2 (consecutivi, su 4) al City. Provava a cercare un'altra idea del gioco, a imparare la geometria non euclidea, avanzare il portiere, deviare i terzini, arretrare un mediano, liberare lo spazio, aggredire il tempo.
È successo sì qualcosa in Guardiola, ma non a Ferragosto, molto tempo prima: quando, nell'estate di otto anni fa, smise di allenare e si trasferì a New York. Abitò a Central Park West, protetto da un portiere di nome Ramon che ripeteva: "El Señor Pep non riceve nessuno, deve riposarsi". Studiò l'inglese, lesse filosofia mentre il suo vice, Tito Vilanova, guidava il Barcellona e cominciava a morire. Se alzi per un attimo lo sguardo dalla tastiera qualunque cosa tu stia scrivendo ti sembrerà inessenziale. Un anno fuori dal calcio, dentro la vita e la morte, il rimorso successivo per non aver fatto abbastanza ed essersi preso (ancora) troppo sul serio: Guardiola ha messo in discussione se stesso. Chi adesso fa altrettanto non lo anticipa e non lo ferma. Fa semplicemente un gioco già visto.
Certo, Guardiola ha sbagliato formazione e tattica, forse fidandosi dei consigli del suo vice (ma sarebbe segno d'umiltà), forse assecondando il desiderio di non essere se stesso sempre e comunque (ma sarebbe segno d'intelligenza). E certo, dopo Barcellona non ha più rivinto la Champions, ma farlo con due squadre diverse è riuscito solo a tre allenatori (Hitzfeld con Borussia Dortmund e Bayern, Mourinho con Porto e Inter, Ancelotti con Milan e Real Madrid). L'elenco serve a chiarire quanto sia difficile con un club che non l'abbia già in bacheca, come il Manchester City. E se chi ci riesce è tanto bravo, perché le grandi d'Europa non si sono disputate Di Matteo che vinse con l'inedito Chelsea?
Esiste un'isteria di giudizio che si applica alla Champions League, agli allenatori in particolare e alla vita pubblica in generale. Ad Alex Ferguson, in 27 anni di Manchester United, fu concesso di vincerne "soltanto" 2 e diventare leggenda. A chi oggi si consentirebbe altrettanto? Pochi posti sono meno sicuri di una panchina. La miglior garanzia non è il risultato, ma l'ingaggio alto e non ha salvato, per esempio, Conte al Chelsea (e chissà se lo farà all'Inter). Il tempo di decadimento di un qualsiasi elemento sotto i riflettori si è dimezzato. Sia un politico, un artista, uno sportivo o uno qualunque degli dei contemporanei, se ne brama la caduta, per poterlo dileggiare con un meme su Twitter. Ora tocca a Guardiola.
Da tempo i leoni lo aspettavano. Non sopportavano più il tiki taka, senza accorgersi che l'aveva dismesso. Come per Sacchi con Gullit e Van Basten, tutti a dire che era scontato trionfare con Messi e Iniesta. L'ozioso indovinello del calcio: segna prima l'uovo o la gallina? Intanto lui vinceva 3 campionati al Bayern (e fin lì) e 2 (consecutivi, su 4) al City. Provava a cercare un'altra idea del gioco, a imparare la geometria non euclidea, avanzare il portiere, deviare i terzini, arretrare un mediano, liberare lo spazio, aggredire il tempo.
È successo sì qualcosa in Guardiola, ma non a Ferragosto, molto tempo prima: quando, nell'estate di otto anni fa, smise di allenare e si trasferì a New York. Abitò a Central Park West, protetto da un portiere di nome Ramon che ripeteva: "El Señor Pep non riceve nessuno, deve riposarsi". Studiò l'inglese, lesse filosofia mentre il suo vice, Tito Vilanova, guidava il Barcellona e cominciava a morire. Se alzi per un attimo lo sguardo dalla tastiera qualunque cosa tu stia scrivendo ti sembrerà inessenziale. Un anno fuori dal calcio, dentro la vita e la morte, il rimorso successivo per non aver fatto abbastanza ed essersi preso (ancora) troppo sul serio: Guardiola ha messo in discussione se stesso. Chi adesso fa altrettanto non lo anticipa e non lo ferma. Fa semplicemente un gioco già visto.