Convention democratica, Biden va a caccia dei repubblicani
di MARIO PLATEROLa sfida è storica perché ci sono pochi precedenti di spostamenti permanenti di coalizioni centriste
Qui si entra nella storia. E non per il palasport vuoto di Milwaukee, per la prima convention digitale o per le dirette via Zoom del partito democratico alla ricerca della presidenza. In questi giorni si farà storia in America se una sfida politica chiave che si pone Joe Biden avrà successo: guardare oltre la Casa Bianca e cementare in modo permanente nel partito una nuova coalizione centrista formata dai cosiddetti "Biden Republicans", quei repubblicani che non sopportano Trump e che per protesta voteranno contro il candidato del loro partito.
La sfida è storica perché ci sono pochi precedenti di spostamenti permanenti di coalizioni centriste. Prima del tentativo di Biden la sfida la vinse Ronald Reagan, quando nel 1980 riuscì ad attrarre e tenere in una coalizione permanente i "Reagan democrats" che votarono contro Jimmy Carter. La manovra poi non riuscì a Bill Clinton, conquistò un doppio mandato alla Casa Bianca…
La sfida è storica perché ci sono pochi precedenti di spostamenti permanenti di coalizioni centriste. Prima del tentativo di Biden la sfida la vinse Ronald Reagan, quando nel 1980 riuscì ad attrarre e tenere in una coalizione permanente i "Reagan democrats" che votarono contro Jimmy Carter. La manovra poi non riuscì a Bill Clinton, conquistò un doppio mandato alla Casa Bianca…
Qui si entra nella storia. E non per il palasport vuoto di Milwaukee, per la prima convention digitale o per le dirette via Zoom del partito democratico alla ricerca della presidenza. In questi giorni si farà storia in America se una sfida politica chiave che si pone Joe Biden avrà successo: guardare oltre la Casa Bianca e cementare in modo permanente nel partito una nuova coalizione centrista formata dai cosiddetti "Biden Republicans", quei repubblicani che non sopportano Trump e che per protesta voteranno contro il candidato del loro partito.
La sfida è storica perché ci sono pochi precedenti di spostamenti permanenti di coalizioni centriste. Prima del tentativo di Biden la sfida la vinse Ronald Reagan, quando nel 1980 riuscì ad attrarre e tenere in una coalizione permanente i "Reagan democrats" che votarono contro Jimmy Carter. La manovra poi non riuscì a Bill Clinton, conquistò un doppio mandato alla Casa Bianca, ma la sua coalizione centrista si frantumò.
L'obiettivo di Biden ha una sua radice teorica consolidata. A partire da Sam Lubell, lo scienziato politico che negli anni Cinquanta costruì la teoria del partito "Sole", dominante sul piano ideologico (i democratici con Roosevelt) e del partito "Luna" che può vincere la Casa Bianca pur operando nel contesto ideologico prevalente del partito Sole. Su questa piattaforma lo storico Arthur Schlesinger costruì la sua tesi sui cicli politici trentennali per gli schieramenti elettorali americani. Fu proprio con Ronald Reagan, con la chiusura del "New Deal" e il ritorno al mercato che il partito repubblicano divenne il "Partito Sole". La sfida di Biden è credibile su più livelli.
Intanto sono molti i repubblicani decisi a non turarsi il naso alle presidenziali del 3 novembre. John Kasich amatissimo ex governatore repubblicano dell'Ohio, stato chiave, ha fatto da contrappeso all'intervento del "socialista" Bernie Sanders. Obiettivo? Rassicurare i "Biden Republicans". Come lui, altri repubblicani Doc - l'ex presidente George W. Bush, Mitt Romney, o Colin Powell, sono schierati contro Trump, con il loro seguito. C'è anche un movimento più allargato, il Lincoln Project lanciato il 17 dicembre del 2019 da quattro importanti repubblicani, George Conway (sì proprio il marito di Kellyanne Conway, consigliera di Trump!), Steve Schmidt, John Weaver e Rick Wilson. È un Political Action Committee (comitati politici indipendenti) che attacca con spot gustosissimi Donald Trump.
Non è detto che tutto questo si traduca in una emigrazione massiccia di repubblicani disillusi da Trump. Ed è proprio questa la sfida che ha lanciato la campagna Biden: passare a un secondo livello, allargare l'abbraccio politico, restituire anche ai repubblicani moderati la sicurezza della "normalità" quando tutto sembra incerto: la vittoria contro il Covid 19, il lavoro, l'economia e soprattutto i valori su cui è stata fondata questa Repubblica poco meno di tre secoli fa. Biden ha già vinto la sua prima sfida, fra i democratici, lo scorso marzo, al voto del Supertuesday. Il partito affermò allora che la tranquilla normalità di Biden fosse l'auspicio migliore per conquistare la Casa Bianca nel caos degli estremismi politici del nostro tempo (anche interni ai democratici), delle provocazioni, delle promesse campate per aria, delle volgarità, degli eccessi. Se a novembre - e dopo novembre - Biden consoliderà il suo abbraccio a una coalizione delusa da Trump, Biden avrà fatto storia in America. E sarà punto di riferimento per altre democrazie afflitte dagli estremismi e dalle intolleranze del nazionalismo.
La sfida è storica perché ci sono pochi precedenti di spostamenti permanenti di coalizioni centriste. Prima del tentativo di Biden la sfida la vinse Ronald Reagan, quando nel 1980 riuscì ad attrarre e tenere in una coalizione permanente i "Reagan democrats" che votarono contro Jimmy Carter. La manovra poi non riuscì a Bill Clinton, conquistò un doppio mandato alla Casa Bianca, ma la sua coalizione centrista si frantumò.
L'obiettivo di Biden ha una sua radice teorica consolidata. A partire da Sam Lubell, lo scienziato politico che negli anni Cinquanta costruì la teoria del partito "Sole", dominante sul piano ideologico (i democratici con Roosevelt) e del partito "Luna" che può vincere la Casa Bianca pur operando nel contesto ideologico prevalente del partito Sole. Su questa piattaforma lo storico Arthur Schlesinger costruì la sua tesi sui cicli politici trentennali per gli schieramenti elettorali americani. Fu proprio con Ronald Reagan, con la chiusura del "New Deal" e il ritorno al mercato che il partito repubblicano divenne il "Partito Sole". La sfida di Biden è credibile su più livelli.
Intanto sono molti i repubblicani decisi a non turarsi il naso alle presidenziali del 3 novembre. John Kasich amatissimo ex governatore repubblicano dell'Ohio, stato chiave, ha fatto da contrappeso all'intervento del "socialista" Bernie Sanders. Obiettivo? Rassicurare i "Biden Republicans". Come lui, altri repubblicani Doc - l'ex presidente George W. Bush, Mitt Romney, o Colin Powell, sono schierati contro Trump, con il loro seguito. C'è anche un movimento più allargato, il Lincoln Project lanciato il 17 dicembre del 2019 da quattro importanti repubblicani, George Conway (sì proprio il marito di Kellyanne Conway, consigliera di Trump!), Steve Schmidt, John Weaver e Rick Wilson. È un Political Action Committee (comitati politici indipendenti) che attacca con spot gustosissimi Donald Trump.
Non è detto che tutto questo si traduca in una emigrazione massiccia di repubblicani disillusi da Trump. Ed è proprio questa la sfida che ha lanciato la campagna Biden: passare a un secondo livello, allargare l'abbraccio politico, restituire anche ai repubblicani moderati la sicurezza della "normalità" quando tutto sembra incerto: la vittoria contro il Covid 19, il lavoro, l'economia e soprattutto i valori su cui è stata fondata questa Repubblica poco meno di tre secoli fa. Biden ha già vinto la sua prima sfida, fra i democratici, lo scorso marzo, al voto del Supertuesday. Il partito affermò allora che la tranquilla normalità di Biden fosse l'auspicio migliore per conquistare la Casa Bianca nel caos degli estremismi politici del nostro tempo (anche interni ai democratici), delle provocazioni, delle promesse campate per aria, delle volgarità, degli eccessi. Se a novembre - e dopo novembre - Biden consoliderà il suo abbraccio a una coalizione delusa da Trump, Biden avrà fatto storia in America. E sarà punto di riferimento per altre democrazie afflitte dagli estremismi e dalle intolleranze del nazionalismo.