Cara Europa, la Bielorussia è vicina
di GIAMPIERO MASSOLOLa crisi di Minsk rappresenta un banco di prova ideale per saggiare la capacità di influenza di Bruxelles ai suoi confini
La Bielorussia è vicina all'Europa: geograficamente e, come dimostra la piazza di Minsk, idealmente. L'Unione europea non riconosce l'esito delle elezioni del 9 agosto: stenta tuttavia ad andare oltre alle parole di sostegno ai manifestanti e alle sanzioni contro i responsabili dei soprusi più gravi. Manca finora un'azione concreta e decisa. Vedremo se al Consiglio europeo straordinario qualcosa cambierà.
La crisi bielorussa rappresenta un banco di prova ideale per saggiare la capacità d'influenza europea ai suoi confini. Vi sarebbe interesse a farlo. Anzitutto per riscattarsi di una certa, tradizionale apatia europea nelle relazioni bilaterali, per cui l'Unione non è mai stata troppo incisiva nel chiedere un mutamento di linea al regime. Poi, per evitare sul piano geopolitico di trovarsi a confinare direttamente con un potenziale protettorato diretto di Mosca. Infine perché, pur rivolte prevalentemente contro Lukashen…
La crisi bielorussa rappresenta un banco di prova ideale per saggiare la capacità d'influenza europea ai suoi confini. Vi sarebbe interesse a farlo. Anzitutto per riscattarsi di una certa, tradizionale apatia europea nelle relazioni bilaterali, per cui l'Unione non è mai stata troppo incisiva nel chiedere un mutamento di linea al regime. Poi, per evitare sul piano geopolitico di trovarsi a confinare direttamente con un potenziale protettorato diretto di Mosca. Infine perché, pur rivolte prevalentemente contro Lukashen…
La Bielorussia è vicina all'Europa: geograficamente e, come dimostra la piazza di Minsk, idealmente. L'Unione europea non riconosce l'esito delle elezioni del 9 agosto: stenta tuttavia ad andare oltre alle parole di sostegno ai manifestanti e alle sanzioni contro i responsabili dei soprusi più gravi. Manca finora un'azione concreta e decisa. Vedremo se al Consiglio europeo straordinario qualcosa cambierà.
La crisi bielorussa rappresenta un banco di prova ideale per saggiare la capacità d'influenza europea ai suoi confini. Vi sarebbe interesse a farlo. Anzitutto per riscattarsi di una certa, tradizionale apatia europea nelle relazioni bilaterali, per cui l'Unione non è mai stata troppo incisiva nel chiedere un mutamento di linea al regime. Poi, per evitare sul piano geopolitico di trovarsi a confinare direttamente con un potenziale protettorato diretto di Mosca. Infine perché, pur rivolte prevalentemente contro Lukashenko, le proteste bielorusse si richiamano a istanze condivise di onestà e buon governo, che non ci possono lasciare insensibili.
Se l'Unione rinunciasse in Bielorussia a fare politica estera, sprecherebbe dunque un'occasione. Non ne sarebbero tuttavia incomprensibili le ragioni, riconducibili - oltre che a un appetito tutto sommato scarso dell'Europa e delle sue opinioni pubbliche per la grande politica globale - a due ordini di problematiche. La mancanza intanto di una compiuta identità politica, che complica la ricerca di una sintesi tra le differenti priorità degli Stati membri, senza ancora una convinta leadership tedesca che possa compensare le continue fughe in avanti francesi e le inerzie degli altri. La difficoltà, poi, per una potenza valoriale e regolamentare come l'Unione europea, di fare degli strumenti militari e di intelligence, oltre che politico-diplomatici, un uso analogo a quello di potenze più spregiudicate con le quali pure ci confrontiamo.
E, a proposito di queste ultime, manca tuttora, sul piano europeo, la risposta ad una questione di fondo, che la crisi bielorussa - di qui anche la sua importanza - ripropone con rinnovata urgenza: la Russia è una potenza nemica o soltanto un antagonista temibile? Il senso di minaccia in seno all'Unione varia naturalmente a seconda delle diverse latitudini, della maggiore o minore prossimità geografica, dei differenti retaggi storici e ideologici. Non facilita il compito il presidente Trump, assai più possibilista e ondivago nei confronti di Mosca della sua Amministrazione e dello stesso Congresso (il che non fa prevedere maggiore flessibilità in caso di una vittoria di Joe Biden).
Arrivare a un consenso generalizzato tra gli Stati membri farebbe fare un passo avanti significativo in direzione di una più compiuta politica estera e di sicurezza europea. In assenza, non resta che procedere pragmaticamente, nell'auspicio che almeno i Paesi maggiori - Germania, Francia, Italia - possano definire una linea comune, nella quale anche gli altri finiscano per riconoscersi. Coinvolgere e ingaggiare la Russia, intanto: proprio gli eventi bielorussi dimostrano, infatti, che non vi è soluzione alla crisi senza un esito in qualche modo negoziato con Mosca. E lo stesso discorso vale, solo per limitarci al nostro vicinato, per il Donbass ucraino, i Balcani, il Mediterraneo. Fare, poi, squadra con gli Stati Uniti per rendere più categorica e credibile la pretesa dell'Occidente di non essere più messo dai russi di fronte a avventurismi e fatti compiuti: questi devono essere sanzionati, di ogni altra istanza rispettiva, realisticamente, si può sempre parlare. Non spingere, infine, la Russia verso la Cina, nella prospettiva di una nuova guerra fredda con gli Usa, che è interesse dell'Ue evitare.
Sono, tutti questi, i possibili elementi di una politica europea verso la Russia: li ha abbozzati il presidente Macron, senza tuttavia dissipare l'impressione di parlare a nome soprattutto della Francia; non li ha ancora compiutamente articolati la cancelliera Merkel, tuttora prudentissima al limite dell'ambiguità verso Mosca (anche se la sintesi tra interessi nazionali, opportunità europee e valori è, anche a Berlino, sempre più difficile da definire). L'Italia è parsa spesso contraddittoria e incerta. La portata della crisi bielorussa va dunque ben al di là dei suoi confini. Speriamo che l'Europa ne sappia fare buon uso.
La crisi bielorussa rappresenta un banco di prova ideale per saggiare la capacità d'influenza europea ai suoi confini. Vi sarebbe interesse a farlo. Anzitutto per riscattarsi di una certa, tradizionale apatia europea nelle relazioni bilaterali, per cui l'Unione non è mai stata troppo incisiva nel chiedere un mutamento di linea al regime. Poi, per evitare sul piano geopolitico di trovarsi a confinare direttamente con un potenziale protettorato diretto di Mosca. Infine perché, pur rivolte prevalentemente contro Lukashenko, le proteste bielorusse si richiamano a istanze condivise di onestà e buon governo, che non ci possono lasciare insensibili.
Se l'Unione rinunciasse in Bielorussia a fare politica estera, sprecherebbe dunque un'occasione. Non ne sarebbero tuttavia incomprensibili le ragioni, riconducibili - oltre che a un appetito tutto sommato scarso dell'Europa e delle sue opinioni pubbliche per la grande politica globale - a due ordini di problematiche. La mancanza intanto di una compiuta identità politica, che complica la ricerca di una sintesi tra le differenti priorità degli Stati membri, senza ancora una convinta leadership tedesca che possa compensare le continue fughe in avanti francesi e le inerzie degli altri. La difficoltà, poi, per una potenza valoriale e regolamentare come l'Unione europea, di fare degli strumenti militari e di intelligence, oltre che politico-diplomatici, un uso analogo a quello di potenze più spregiudicate con le quali pure ci confrontiamo.
E, a proposito di queste ultime, manca tuttora, sul piano europeo, la risposta ad una questione di fondo, che la crisi bielorussa - di qui anche la sua importanza - ripropone con rinnovata urgenza: la Russia è una potenza nemica o soltanto un antagonista temibile? Il senso di minaccia in seno all'Unione varia naturalmente a seconda delle diverse latitudini, della maggiore o minore prossimità geografica, dei differenti retaggi storici e ideologici. Non facilita il compito il presidente Trump, assai più possibilista e ondivago nei confronti di Mosca della sua Amministrazione e dello stesso Congresso (il che non fa prevedere maggiore flessibilità in caso di una vittoria di Joe Biden).
Arrivare a un consenso generalizzato tra gli Stati membri farebbe fare un passo avanti significativo in direzione di una più compiuta politica estera e di sicurezza europea. In assenza, non resta che procedere pragmaticamente, nell'auspicio che almeno i Paesi maggiori - Germania, Francia, Italia - possano definire una linea comune, nella quale anche gli altri finiscano per riconoscersi. Coinvolgere e ingaggiare la Russia, intanto: proprio gli eventi bielorussi dimostrano, infatti, che non vi è soluzione alla crisi senza un esito in qualche modo negoziato con Mosca. E lo stesso discorso vale, solo per limitarci al nostro vicinato, per il Donbass ucraino, i Balcani, il Mediterraneo. Fare, poi, squadra con gli Stati Uniti per rendere più categorica e credibile la pretesa dell'Occidente di non essere più messo dai russi di fronte a avventurismi e fatti compiuti: questi devono essere sanzionati, di ogni altra istanza rispettiva, realisticamente, si può sempre parlare. Non spingere, infine, la Russia verso la Cina, nella prospettiva di una nuova guerra fredda con gli Usa, che è interesse dell'Ue evitare.
Sono, tutti questi, i possibili elementi di una politica europea verso la Russia: li ha abbozzati il presidente Macron, senza tuttavia dissipare l'impressione di parlare a nome soprattutto della Francia; non li ha ancora compiutamente articolati la cancelliera Merkel, tuttora prudentissima al limite dell'ambiguità verso Mosca (anche se la sintesi tra interessi nazionali, opportunità europee e valori è, anche a Berlino, sempre più difficile da definire). L'Italia è parsa spesso contraddittoria e incerta. La portata della crisi bielorussa va dunque ben al di là dei suoi confini. Speriamo che l'Europa ne sappia fare buon uso.