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Coronavirus, il pericoloso brusio sulle elezioni

Rimandare per la seconda volta le consultazioni, a causa dell'inasprirsi del Covid 19, non è una decisione che può essere affidata a un organismo tecnico. Si tratterebbe, nel caso, di un passo di estrema gravità da assumere al più alto livello politico e da discutere in Parlamento
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Non è la prima volta che i sussurri di agosto sfiorano il tema delle elezioni, nel senso di adombrare un possibile rinvio delle scadenze del 20-21 settembre - referendum compreso - a causa dell'inasprirsi del virus. Ne ha accennato in modo esplicito Walter Ricciardi e le sue parole hanno provocato comprensibile sconcerto, tanto da indurre il consulente del ministero della Salute a una mezza smentita che per la verità non è apparsa del tutto convincente ("mi riferivo ad altri Paesi").

Il punto è che rimandare per la seconda volta le elezioni non è una decisione che può essere affidata a un organismo tecnico, nemmeno per farne oggetto di un ballon d'essai alquanto goffo. Si tratterebbe, nel caso, di un passo di estrema gravità da assumere al più alto livello politico e da discutere in Parlamento sulla base di precisi elementi di fatto. È vero che lo stato di emergenza prorogato dal governo fino al 31 ottob…
Non è la prima volta che i sussurri di agosto sfiorano il tema delle elezioni, nel senso di adombrare un possibile rinvio delle scadenze del 20-21 settembre - referendum compreso - a causa dell'inasprirsi del virus. Ne ha accennato in modo esplicito Walter Ricciardi e le sue parole hanno provocato comprensibile sconcerto, tanto da indurre il consulente del ministero della Salute a una mezza smentita che per la verità non è apparsa del tutto convincente ("mi riferivo ad altri Paesi").

Il punto è che rimandare per la seconda volta le elezioni non è una decisione che può essere affidata a un organismo tecnico, nemmeno per farne oggetto di un ballon d'essai alquanto goffo. Si tratterebbe, nel caso, di un passo di estrema gravità da assumere al più alto livello politico e da discutere in Parlamento sulla base di precisi elementi di fatto. È vero che lo stato di emergenza prorogato dal governo fino al 31 ottobre costituisce la cornice idonea per giustificare una simile scelta, ma è abbastanza chiaro che l'impatto sarebbe clamoroso. Cadrebbe in un Paese già frastornato dall'incertezza, dai mesi del blocco in casa (il lockdown) e poi dalla doccia scozzese dell'estate, con i contagi in risalita e il timore della fatidica seconda ondata. Ora si discute anche di una possibile riapertura a singhiozzo delle scuole e comunque l'opinione pubblica è inquieta di fronte a un governo e a un ministero dell'Istruzione che sembrano impreparati e certo non proprio in pieno controllo della situazione.

Il tema delle elezioni diventa a questo punto un passaggio cruciale che non può essere minimizzato ovvero affrontato in maniera casuale da un consulente sanitario. Forse sarebbe il caso che l'esecutivo facesse chiarezza al riguardo, al di là dell'irritazione del Viminale, anche solo per definire se la questione delle elezioni è stata già affrontata e se esiste un'ipotesi sia pur vaga di rinvio collegata a una recrudescenza del Covid. E anche per spazzare via il sospetto, il semplice sospetto accreditato dalla propaganda della destra, di una tentazione di rimandare le urne per ragioni politiche. Peraltro, quali che siano gli strumenti offerti dallo stato d'emergenza, è ragionevole che un passo di questa portata debba essere prima discusso di concerto dalle forze di maggioranza e di opposizione. Un annuncio improvviso da parte del governo avrebbe invece l'effetto di un fiammifero gettato nella polveriera: aprirebbe cioè un'altra frattura nel Paese già lacerato, con conseguenze oggi non prevedibili.

Non c'è dubbio, del resto, che il voto nelle Regioni genera tensione. Benché Conte neghi ripercussioni sul governo, è evidente che solo un risultato di equilibrio può garantirgli una certa stabilità. Viceversa, il rischio dell'effetto domino sarebbe piuttosto alto e partirebbe con ogni probabilità dalla Puglia. La vittoria o la sconfitta di Emiliano si presenta oggi come il vero punto di svolta in grado di confermare oppure travolgere l'avvocato del popolo (come fu il Lazio nel 2000 rispetto al governo D'Alema). Le Marche infatti sono una Regione troppo piccola per innescare reazioni fatali; mentre Toscana e Campania si prevede restino nel campo del centrosinistra, nonostante che la prima sia contendibile forse per la prima volta nella sua storia. Prepariamoci a settimane incandescenti e non per ragioni atmosferiche.