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Giovani, perché serve una canzone

Dopo il discorso di Draghi per capire i sentimenti dei ragazzi ascoltiamo la loro musica
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Ti dicono niente i nomi di Izi, Rkomi, Ketama126, Tedua? Sono fra i cantanti trap italiani più in voga, e ogni discorso sui giovani dovrebbe cominciare proprio da lì, da ciò che corre su Spotify. È un po’ un dovere morale, dopo che Mario Draghi ha lanciato il suo allarme sul futuro negato, quasi con le stesse parole di Greta Thunberg, se non fosse che in poco più di un anno la proiezione del domani ha sommato la catastrofe ecologica a quella economica del post Covid.

Insomma, quando Greta tuonava «ci avete tolto i sogni», ancora non immaginava che il 2020 avrebbe rincarato la dose aggiungendo al furto la materializzazione di un incubo: per i suoi coetanei il virus è stato (e sarà) una mattanza di proporzioni inaudite, iniziata nel mese di marzo con un contagio che colpiva “solo gli anziani” e dunque relegava in secondo piano la catastrofe dell’istruzione semi-sospesa, della socialità negata, d…
Ti dicono niente i nomi di Izi, Rkomi, Ketama126, Tedua? Sono fra i cantanti trap italiani più in voga, e ogni discorso sui giovani dovrebbe cominciare proprio da lì, da ciò che corre su Spotify. È un po’ un dovere morale, dopo che Mario Draghi ha lanciato il suo allarme sul futuro negato, quasi con le stesse parole di Greta Thunberg, se non fosse che in poco più di un anno la proiezione del domani ha sommato la catastrofe ecologica a quella economica del post Covid.

Insomma, quando Greta tuonava «ci avete tolto i sogni», ancora non immaginava che il 2020 avrebbe rincarato la dose aggiungendo al furto la materializzazione di un incubo: per i suoi coetanei il virus è stato (e sarà) una mattanza di proporzioni inaudite, iniziata nel mese di marzo con un contagio che colpiva “solo gli anziani” e dunque relegava in secondo piano la catastrofe dell’istruzione semi-sospesa, della socialità negata, di ogni progetto abortito. Poi si è passati al divieto del contatto fisico (sacrosanto, ma inconcepibile per un ragazzo) e alla tortura cinese delle discoteche riaperte col diktat del “ballare a distanza” che è come dire “puoi mangiare ma non usare la bocca”. Se ci aggiungiamo la suprema incertezza sul rientro a scuola, la miscela esplosiva è pronta all’innesco.

Ma prima di tutto questo, i giovani come lo raccontavano il futuro? Sentiamo da loro, una buona volta. Izi ha venticinque anni, è uno dei trapper più amati, e non si può non cominciare dalla sua “Distrutto” (2017) in cui — fra le altre cose in un panorama di macerie — si dice esplicitamente «in ogni posto che scruto non vedo sviluppo». Di questi versi mi hanno colpito i verbi, entrambi relativi al senso della vista, perché è un dato di fatto che le età della vita implicano uno sguardo diverso sul tempo. La giovinezza è il momento in cui si guarda necessariamente avanti, senza consuntivi e senza nostalgie, ma cosa accade se questa capacità visiva perde decine di diottrie?

Rkomi dedica un intero brano a “Dove gli occhi non arrivano”, e potremmo definirlo un piccolo manifesto di questa miopia precoce, sottovalutata e gravissima (canta Sfera Ebbasta «il cielo nel blocco resta sempre buio/non filtrano i raggi da questi palazzi/e non vedono il sole»). Si dice che il 2020 sia l’anno in cui l’incertezza è divenuta per tutti un mantra, ma la sensazione è che essa già da anni fosse una nebbia costante per chi scarica musica.

Se ne fa portatore a chiare lettere Capo Plaza in “Giovane fuoriclasse” (titolo emblematico): «Viviamo oggi/Ma già domani io no, non lo so», mentre il capofila Guè Pequeno arriva a scrivere «I giorni passano e io li vivo come fossero gli ultimi». È una frase che non colpirebbe in bocca a chi supera i 90 anni, ma Pequeno non ne ha neppure un terzo. Certo, mi si dirà che anche da noi la trap rielabora gli stereotipi del filone originario americano, popolato di aedi maledetti, ma al di là dell’inevitabile maniera, non può non far pensare il fatto che le maggiori hit siano stracolme di un livido presagio di morte. Achille Lauro non esita a cantare «essere qui o essere in cielo è uguale», e gli fa eco Tedua «in giro solo avvoltoi, stanno aspettando che cedi».

E dire che l’avanzata irresistibile della tecnologia sembrava dispiegare ai millennials un avvenire ben più florido dei loro progenitori. Viceversa, fra i “demoni che bussano alla porta” (copyright della Dark Polo Gang), c’è un continuo ricorrere alla metafora del binario morto. È un vicolo cieco, da cui qualcuno dovrà pur tirarli fuori, dedicando ogni energia e sforzo politico a un obiettivo assolutamente prioritario, non più differibile e ahimè complicato da una legittima diffidenza (canta Ketama126 «non voglio aiuti dallo Stato/la droga la compro coi soldi che faccio»).

C’è da sperare che le parole di Draghi valgano a imporre all’agenda politica l’urgenza di una vera politica giovanile, finalmente incentrata sull’ingresso nel mondo del lavoro, sul ricambio generazionale, sugli incentivi alla formazione e su tutto quello che possa servire, diamine, a contrastare questo senso di sconfitta esistenziale. Altrimenti «Noi game over, game over, game over» come si dice in una canzone di Guè Pequeno. Fate in fretta, facciamo in fretta.