I partiti e la libertà di impresa
Alessandro De Nicola , di ALESSANDRO DE NICOLACresce la voglia di molti governi di intromettersi nella vita privata dei cittadini e nell'economia: un libro racconta in cosa consiste il sovranismo economico
La più terrificante frase che esiste nella nostra lingua è «sono del governo e sono qui per aiutare». L’efficace aforisma di Ronald Reagan è oggi più valido che mai, vista la crescente voglia di molti governi di intromettersi nella vita privata dei cittadini e nell’economia. Insomma, esiste e in cosa consiste il cosiddetto “sovranismo economico”? È la domanda cui rispondono Alberto Saravalle e Carlo Stagnaro nel loro recentissimo libro “Contro il sovranismo economico”.
L’analisi dei due autori si dipana su tutti gli aspetti del fenomeno, sezionati come in un’analisi di laboratorio. Si va dallo statalismo nella sua versione più basilare, cioè l’impresa pubblica, al nazionalismo, vale a dire la diffidenza con cui i governi guardano agli investitori esteri, passando per dirigismo, protezionismo, unilateralismo (la competizione al ribasso tra Stati), antiglobalismo ed infine…
L’analisi dei due autori si dipana su tutti gli aspetti del fenomeno, sezionati come in un’analisi di laboratorio. Si va dallo statalismo nella sua versione più basilare, cioè l’impresa pubblica, al nazionalismo, vale a dire la diffidenza con cui i governi guardano agli investitori esteri, passando per dirigismo, protezionismo, unilateralismo (la competizione al ribasso tra Stati), antiglobalismo ed infine…
La più terrificante frase che esiste nella nostra lingua è «sono del governo e sono qui per aiutare». L’efficace aforisma di Ronald Reagan è oggi più valido che mai, vista la crescente voglia di molti governi di intromettersi nella vita privata dei cittadini e nell’economia. Insomma, esiste e in cosa consiste il cosiddetto “sovranismo economico”? È la domanda cui rispondono Alberto Saravalle e Carlo Stagnaro nel loro recentissimo libro “Contro il sovranismo economico”.
L’analisi dei due autori si dipana su tutti gli aspetti del fenomeno, sezionati come in un’analisi di laboratorio. Si va dallo statalismo nella sua versione più basilare, cioè l’impresa pubblica, al nazionalismo, vale a dire la diffidenza con cui i governi guardano agli investitori esteri, passando per dirigismo, protezionismo, unilateralismo (la competizione al ribasso tra Stati), antiglobalismo ed infine il sovranismo anti-europeo.
Particolarmente interessante rispetto alla cronaca di questi giorni, è la storia del golden power all’italiana, il potere del governo di intromettersi a vario titolo nelle scelte aziendali.
La ricostruzione parte dal 1994, con l’introduzione di una golden share, una clausola statutaria che dava certi poteri di veto al governo. Tuttavia, per 18 anni Commissione e Corte di Giustizia Europea hanno sanzionato tutti i provvedimenti italiani emanati in merito in quanto lasciavano un potere discrezionale troppo ampio all’esecutivo, impedivano la libertà di circolazione dei capitali, alteravano la concorrenza. Finalmente nel 2012 il governo Monti introdusse i poteri speciali (diritto di veto, obbligo di modifiche ad operazioni societarie) che riguardavano tutti i settori protetti, anche quando l’acquisizione era promossa da soggetti italiani, con lo scopo di tutelare le attività strategiche nel settore della sicurezza nazionale e della difesa.
Da quel momento non ci si è più fermati. Nel 2017 sono andate sotto scrutinio le acquisizioni da paesi extra Ue in settori come energia, telecomunicazioni, robotica, intelligenza artificiale. Tra luglio e settembre 2019 la rete 5G entra nei cosiddetti asset strategici e i poteri speciali possono essere esercitati se un’operazione societaria comporta rischi di vulnerabilità per la rete. In aprile di quest’anno, complice il coronavirus, qualsiasi acquisizione, anche proveniente da paesi Ue, può essere bloccata o modificata se riguarda banche, assicurazioni, acqua, sanità, comparto agroalimentare e persino Pmi “strategiche”.
Infine, nello schema di decreto legge in discussione in Parlamento dal 18 agosto spunta una norma che riguarda Borsa italiana. Si tratta di una disposizione ad hoc perché c’è in ballo la vendita della partecipazione che il London Stock Exchange detiene nel nostro gestore del mercato finanziario. Ebbene, l’acquisizione di partecipazioni in Borsa italiana è già ora soggetta a vincoli di trasparenza e onorabilità del compratore. Inoltre, se vi è il rischio che con il passaggio di proprietà venga messa a repentaglio la gestione sana e prudente del mercato, Consob può bloccare tutto.
Non pago, il legislatore vorrebbe che la nostra autorità di controllo potesse fermare l’acquisto di quote addirittura del 10%, valutando la solidità finanziaria del progetto e la qualità del potenziale acquirente, considerandone reputazione, idoneità delle persone fisiche, possibilità di esercitare la vigilanza e così via. È una versione edulcorata rispetto ad alcune bozze precedenti, ma pur sempre eccessiva e tesa, in buona sostanza, a far sì che chiunque si faccia avanti sia ben accetto al governo.
Quando si diffonde però la sensazione che per poter operare in un determinato paese si debba essere graditi ai partiti al potere, la conseguenza è una diminuzione degli investimenti e un aumento delle collusioni, non maggior benessere.
L’analisi dei due autori si dipana su tutti gli aspetti del fenomeno, sezionati come in un’analisi di laboratorio. Si va dallo statalismo nella sua versione più basilare, cioè l’impresa pubblica, al nazionalismo, vale a dire la diffidenza con cui i governi guardano agli investitori esteri, passando per dirigismo, protezionismo, unilateralismo (la competizione al ribasso tra Stati), antiglobalismo ed infine il sovranismo anti-europeo.
Particolarmente interessante rispetto alla cronaca di questi giorni, è la storia del golden power all’italiana, il potere del governo di intromettersi a vario titolo nelle scelte aziendali.
La ricostruzione parte dal 1994, con l’introduzione di una golden share, una clausola statutaria che dava certi poteri di veto al governo. Tuttavia, per 18 anni Commissione e Corte di Giustizia Europea hanno sanzionato tutti i provvedimenti italiani emanati in merito in quanto lasciavano un potere discrezionale troppo ampio all’esecutivo, impedivano la libertà di circolazione dei capitali, alteravano la concorrenza. Finalmente nel 2012 il governo Monti introdusse i poteri speciali (diritto di veto, obbligo di modifiche ad operazioni societarie) che riguardavano tutti i settori protetti, anche quando l’acquisizione era promossa da soggetti italiani, con lo scopo di tutelare le attività strategiche nel settore della sicurezza nazionale e della difesa.
Da quel momento non ci si è più fermati. Nel 2017 sono andate sotto scrutinio le acquisizioni da paesi extra Ue in settori come energia, telecomunicazioni, robotica, intelligenza artificiale. Tra luglio e settembre 2019 la rete 5G entra nei cosiddetti asset strategici e i poteri speciali possono essere esercitati se un’operazione societaria comporta rischi di vulnerabilità per la rete. In aprile di quest’anno, complice il coronavirus, qualsiasi acquisizione, anche proveniente da paesi Ue, può essere bloccata o modificata se riguarda banche, assicurazioni, acqua, sanità, comparto agroalimentare e persino Pmi “strategiche”.
Infine, nello schema di decreto legge in discussione in Parlamento dal 18 agosto spunta una norma che riguarda Borsa italiana. Si tratta di una disposizione ad hoc perché c’è in ballo la vendita della partecipazione che il London Stock Exchange detiene nel nostro gestore del mercato finanziario. Ebbene, l’acquisizione di partecipazioni in Borsa italiana è già ora soggetta a vincoli di trasparenza e onorabilità del compratore. Inoltre, se vi è il rischio che con il passaggio di proprietà venga messa a repentaglio la gestione sana e prudente del mercato, Consob può bloccare tutto.
Non pago, il legislatore vorrebbe che la nostra autorità di controllo potesse fermare l’acquisto di quote addirittura del 10%, valutando la solidità finanziaria del progetto e la qualità del potenziale acquirente, considerandone reputazione, idoneità delle persone fisiche, possibilità di esercitare la vigilanza e così via. È una versione edulcorata rispetto ad alcune bozze precedenti, ma pur sempre eccessiva e tesa, in buona sostanza, a far sì che chiunque si faccia avanti sia ben accetto al governo.
Quando si diffonde però la sensazione che per poter operare in un determinato paese si debba essere graditi ai partiti al potere, la conseguenza è una diminuzione degli investimenti e un aumento delle collusioni, non maggior benessere.