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Il segretario della Lega Matteo Salvini (agf)

Coronavirus, se Salvini è fuori dal tempo

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Il Matteo che non porta la mascherina non appare come un audace consapevole, bensì come un bullo. L'umore collettivo è segnato da una persistente preoccupazione per la propria incolumità. Ciò sembra sfuggire al leader della Lega, incapace di comprendere che a rischio non c'è solo la sorte di un goliarda, ma quella di un partito nazionale
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E se Matteo Salvini si rivelasse, alla resa dei conti, un mollaccione? E se il più scellerato degli slogan politici degli ultimi decenni, il "celodurismo" della Lega delle origini si confermasse nulla più che l'espressione di una puerile ribalderia? E se, infine, la crisi del partito di Salvini si rispecchiasse nella debolezza caratteriale del leader: cioè nel suo non essere all'altezza del tempo - lacrime e sangue - della pandemia? E il discorso, si badi bene, non rimanda a un manuale di psicologia in dispense, ma è tutto politico.

Insomma, il Matteo-Salvini-che-non-porta-la-mascherina non appare come un audace consapevole, bensì come un bullo sborone. Infatti, il confine tra coraggio responsabile e spacconata da bambino malcresciuto è sottile, ma nitidamente percepibile. Qui si può ricorrere a un concetto la cui traduzione dal latino all'italiano è semplicissima. Puer aeternus è colui che vive in u…
E se Matteo Salvini si rivelasse, alla resa dei conti, un mollaccione? E se il più scellerato degli slogan politici degli ultimi decenni, il "celodurismo" della Lega delle origini si confermasse nulla più che l'espressione di una puerile ribalderia? E se, infine, la crisi del partito di Salvini si rispecchiasse nella debolezza caratteriale del leader: cioè nel suo non essere all'altezza del tempo - lacrime e sangue - della pandemia? E il discorso, si badi bene, non rimanda a un manuale di psicologia in dispense, ma è tutto politico.

Insomma, il Matteo-Salvini-che-non-porta-la-mascherina non appare come un audace consapevole, bensì come un bullo sborone. Infatti, il confine tra coraggio responsabile e spacconata da bambino malcresciuto è sottile, ma nitidamente percepibile. Qui si può ricorrere a un concetto la cui traduzione dal latino all'italiano è semplicissima. Puer aeternus è colui che vive in una condizione perennemente infantile e, in un senso più ampio, di adolescenza prolungata. E questo, nelle discipline della psiche, viene ricondotto a uno stato di vitalità, entusiasmo e gioiosa irresponsabilità. Ma, nell'universo della politica, puer aeternus è colui che si rivela incapace di assumersi le responsabilità, anche tragiche, volute dalla fase storica. Ovvero chi è in grado di gestire efficacemente le opportunità dell'oggi, ma non le sfide del futuro; chi ha notevole capacità di manovrare la tattica, ma non dispone di una prospettiva generale; chi si mostra esperto della dimensione domestica, ma si smarrisce una volta superati i confini del proprio territorio. Chi, in sintesi, risulta abile nel governare un apparato locale - amministrativo e anche ideologico - e sprovveduto rispetto a ogni evento e a ogni strategia che si misurino sulla lunga gittata.

L'ideologia di questa incapacità è il sovranismo, in quanto totalmente concentrato sul qui e ora. Ciò che è accaduto nel corso di questi mesi evidenzia tutta la miseria delle categorie sovraniste di spazio e tempo, in quanto costringe a pensare, e a operare, in una dimensione necessariamente sovranazionale e globale. Obbliga, cioè, a porsi in una prospettiva temporale che va oltre le scadenze della prossima legge di bilancio e, ancor più, oltre i vincoli di un modello di sviluppo rivelatosi fragile non per la sola imperizia di un governo, ma a seguito di un evento che ha la potenza di un trauma.

Salvini sembra non aver colto la portata di questa frattura, convinto che si tratti solo di una diversa fase, certo estremamente pesante e tuttavia gestibile con strumenti convenzionali e attraverso un semplice cambio di governo. Non è così. Accade nella storia che avvengano rotture acute e la pandemia ne ha prodotta una. Che ha sollevato, nell'inconscio collettivo, ma anche nei comportamenti sociali, una grande questione che possiamo definire "di vita e di morte". Succede quando in gioco c'è la stessa sopravvivenza umana e quel principio fondativo dello Stato moderno che è la tutela dell'incolumità fisica dei cittadini. Avvenne alcuni decenni fa, in occasione dello stragismo e del terrorismo. Avvenne negli anni '40 del secolo scorso, all'epoca della guerra mondiale e della guerra civile. È nel corso di simili congiunture che si misura lo spessore politico e umano dei leader. È allora che il capo politico viene chiamato a interpretare uno spirito pubblico, che trascenda non solo le appartenenze politiche, ma anche le credenze culturali e le opzioni religiose. La citazione gramsciana a proposito della "connessione sentimentale con il popolo-nazione" della quale spesso si abusa, qui mi sembra pertinente. Il togliersi la mascherina non ha rappresentato per il "sentimento nazionale" una scelta di coraggio, o un messaggio di rassicurazione, piuttosto una vacua smargiassata. L'umore collettivo, al di là di tante e micidiali imprudenze, è tutt'ora segnato da un diffuso allarme e da una persistente preoccupazione per la propria incolumità.

Ciò sembra sfuggire a Salvini, incapace di comprendere che a rischio non c'è solo la sorte di un goliarda fuori corso e fuori tempo, ma quella di un partito nazionale. In realtà, il leader leghista oggi è solo, blandito da un pugno sempre più esiguo di cortigiani, dai "liberali per Salvini" e da un giro ilare di negazionisti e di fighetti televisivi. Sia chiaro: resta elettoralmente molto forte, ma la sua statura politica e morale risulta, forse irreparabilmente, rimpicciolita.