America, una sfida mai vista
di DAVID THORNEA poco più di due mesi dall’Election day, giorno del voto, entra nel vivo la sfida per la Casa Bianca tra il presidente uscente e candidato repubblicano Donald Trump e il democratico Joe Biden
È la metà di un torrido agosto in America. Il Covid sta strangolando il Paese, con ripercussioni enormi sulla nostra salute, l’economia, i posti di lavoro e i piani della pubblica istruzione, mentre i genitori sono indaffarati a prepararsi per “fare scuola da casa” o per supervisionare le lezioni da scuola dei loro figli su Zoom.
La pandemia e la sua pessima gestione da parte del presidente, oltretutto, hanno alterato la politica americana in modi che sembrano aver compromesso per sempre le prospettive di vittoria per Trump: prima della convention nazionale dei democratici in corso questa settimana, per otto americani su dieci il Paese stava percorrendo una strada sbagliata: in nessuna altra fase della presidenza Trump una fetta così ampia della popolazione ha ritenuto che il Paese stesse andando nella direzione errata.
La percentuale di gradimento presso l’opinione pubblica relativa a come il presidente Trump ha gestito la pandemia…
La pandemia e la sua pessima gestione da parte del presidente, oltretutto, hanno alterato la politica americana in modi che sembrano aver compromesso per sempre le prospettive di vittoria per Trump: prima della convention nazionale dei democratici in corso questa settimana, per otto americani su dieci il Paese stava percorrendo una strada sbagliata: in nessuna altra fase della presidenza Trump una fetta così ampia della popolazione ha ritenuto che il Paese stesse andando nella direzione errata.
La percentuale di gradimento presso l’opinione pubblica relativa a come il presidente Trump ha gestito la pandemia…
È la metà di un torrido agosto in America. Il Covid sta strangolando il Paese, con ripercussioni enormi sulla nostra salute, l’economia, i posti di lavoro e i piani della pubblica istruzione, mentre i genitori sono indaffarati a prepararsi per “fare scuola da casa” o per supervisionare le lezioni da scuola dei loro figli su Zoom.
La pandemia e la sua pessima gestione da parte del presidente, oltretutto, hanno alterato la politica americana in modi che sembrano aver compromesso per sempre le prospettive di vittoria per Trump: prima della convention nazionale dei democratici in corso questa settimana, per otto americani su dieci il Paese stava percorrendo una strada sbagliata: in nessuna altra fase della presidenza Trump una fetta così ampia della popolazione ha ritenuto che il Paese stesse andando nella direzione errata.
La percentuale di gradimento presso l’opinione pubblica relativa a come il presidente Trump ha gestito la pandemia da Covid 19 è precipitata a livelli negativi record, e soltanto il 32 per cento degli americani ne approva l’operato. Negli ultimi mesi è precipitata perfino la reputazione del presidente in materia di economia – a lungo punto massimo di riferimento dei suoi risultati – dopo che nei primi mesi di quest’anno era sembrata in rialzo.
Questi venti politici contrari hanno innescato una repentina trasformazione estiva alla Casa Bianca e nella campagna elettorale di Trump. Dopo aver sottovalutato per mesi la gravità della pandemia e aver ignorato in buona parte la recrudescenza del virus in molti stati, adesso Trump mette in guardia dicendo che, prima di migliorare, assai probabilmente la situazione si aggraverà. Dopo aver dato più e più volte scarsa importanza all’uso delle mascherine, Trump una buona volta ha chiesto agli americani di indossarle.
Il brusco cambiamento di rotta di Trump sottolinea la realtà della situazione a poco più di due mesi di distanza dall’Election Day, il giorno delle elezioni. Anche se il presidente fa di tutto per incentrare la sua rivalità con Biden su questioni culturali che creano dissenso, ricorrendo spesso al messaggio intimidatorio “Legge e Ordine”, è verosimile che per Trump le prospettive di una rielezione siano inestricabilmente legate a come saprà gestire la pandemia e il conseguente crollo dell’economia, e all’eventualità che gli elettori credano davvero che con lui ai comandi il Paese ritorni a camminare nella direzione giusta.
Naturalmente, Trump non è l’unico personaggio politico le cui azioni sono scombussolate dalla pandemia. Joe Biden – ormai il candidato ufficiale dei democratici per la presidenza – ha dovuto adeguare la stagione estiva alle realtà di una campagna elettorale da condurre in una situazione dinamica plasmata più di ogni altra cosa dall’epidemia, dalle pressioni per la giustizia razziale e dal desiderio degli americani di ritornare a una leadership stabile.
Il vicepresidente Biden dirige con efficienza la sua campagna elettorale dal suo seminterrato di Wilmington, nel Delaware, lontano dai suoi collaboratori e da chi lavora per la sua elezione. Veterano disinvolto di molte campagne elettorali, non può condurla di persona, ingaggiando veri corpo a corpo.
Questa settimana, Joe Biden è diventato il candidato ufficiale del partito democratico grazie a un’assemblea virtuale di partito. Niente festeggiamenti, niente stadio traboccante di gente, niente folle entusiaste: soltanto un’assemblea su Zoom di ben quattro giorni in tutti i nostri salotti. E, fino a questo momento, gli effetti sono positivi.
Le assemblee di partito assomigliano un po’ a un iceberg: se le osservi da fuori, è probabile che tu non riesca a percepire che l’80 per cento di ciò che vi accade accade sotto la superficie.
Joe Biden si è presentato all’assemblea in una posizione di forza nettamente superiore rispetto a qualsiasi altro candidato da decenni a questa parte, in termini di sondaggi e di cartina geografica elettorale. Non mi viene in mente un altro candidato alla nomination dei democratici che si sia presentato all’assemblea in testa in Arizona e in Florida, al di là di ogni possibile margine di errore.
Biden, perdipiù, è arrivato all’assemblea di questa settimana sulle ali di un annuncio di grande successo riguardante il nome del vicepresidente che si è scelto. Uno dei fattori più importanti che avrebbero potuto andare storti, infatti, era la scelta da parte di Biden del suo running mate, ma il partito ha avallato la sua decisione. Quella di Biden non è stata una scelta facile: ha dovuto destreggiarsi tra Scilla e Cariddi e prendere una decisione rivoluzionaria, che non gli si rivoltasse contro e a uno stesso tempo non lo facesse deragliare dalla traiettoria positiva lungo la quale si è incamminato.
La senatrice Kamala Harris rappresenta la nuova America. Donna forte, figlia sia di una minoranza etnica sia dell’immigrazione, è sentitamente impegnata contro l’ingiustizia razziale e per l’equità economica. È anche una politica carismatica, una procuratrice provetta, una senatrice che sa porre domande scomode. Tenuto conto della sua esperienza come procuratrice generale della California, Trump andrebbe incontro a qualche difficoltà qualora volesse etichettarla come liberal. Dal canto suo, Kamala Harris ha subito dichiarato il suo importante ruolo di grande sostenitrice del suo capo. Non si discute: il partito democratico è unito ed entusiasta come non si ricordava dai tempi del ticket Obama/Biden del 2008.
In passato, sono stato coinvolto già una volta nella difficile decisione di scegliere un candidato ufficiale per la vicepresidenza, e ricordo bene il criterio che il mio amico John Kerry, allora senatore, mi disse di ritenere indispensabile adottare. Secondo Kerry, ci sono molte scelte possibili per un vicepresidente: si può optare per un “Mister Agosto” che sia in grado di spianare la strada con grande clamore; un “Mister Ottobre” che nella campagna elettorale sappia difendere il ticket di cui fa parte e vincere il dibattito tra i candidati dei due partiti alla vicepresidenza; o un “Mister Gennaio” che sappia essere un buon partner quando si va al governo. Trovare tutte e tre queste caratteristiche è difficile. Joe Biden le ha assicurate a Barack Obama, tutte e tre in un’unica persona. Finora, Kamala Harris si è rivelata una grande “Miss Agosto” e si preparerà presto al dibattito con il vicepresidente Pence e ad affrontare il test di “Miss Ottobre”. Se c’è per il momento un grande interrogativo in attesa di risposta, è il seguente: nella campagna elettorale Kamala Harris saprà trovare il giusto equilibrio nelle sue ambizioni a lungo termine per la presidenza ed essere la “Miss Gennaio” che serve a Biden e su cui lui più conta?
Biden sta raccogliendo fondi, e ne raccoglie davvero molti. Ne raccoglierà tanti più di Trump in questo mese di agosto, tenuto conto dello slancio alla raccolta fondi ricevuto dalla scelta di Harris e che in appena 24 ore ha portato nelle sue casse la cifra record di 26 milioni di dollari. I due candidati ufficiali alla presidenza sono molto vicini in fatto di soldi, al punto che a novembre non saranno questi la discriminante tra loro.
L’assemblea ambiva a compattare al resto del partito democratico l’ala di sinistra di Sanders e Warren, a mobilitare la base democratica, in particolare le minoranze, e a rivolgersi al ceto medio, ciò che il discorso di accettazione della candidatura ufficiale da parte di Joe Biden ha fatto l’altra sera, in particolare quando ha dato prova della sua empatia e dei suoi rapporti con le fasce della popolazione che stanno soffrendo di più.
Il discorso e il video di Joe Biden miravano a presentare una persona profondamente umana e con la quale ci si può relazionare e a rendere ancora più umano il messaggio diretto agli elettori della scontenta e alienata classe dei lavoratori negli stati in bilico ai quali i Biden offrono una normalità con la quale gli americani possano tornare a relazionarsi.
Da tutti i punti di vista, la convention è stata un successo. Sanders e Warren hanno offerto a Joe Biden il loro appoggio sentito e completo. Gli Obama sono stati particolarmente duri nei confronti del presidente uscente che si ricandida. I filmati biografici in stile documentario prodotto da Hollywood hanno dato dell’empatia e del carattere di Biden un coinvolgente ritratto personale, mentre i pesi massimi della sicurezza nazionale come gli ex segretari Kerry e Powell hanno confermato che Biden sarebbe un energico Comandante in capo. La convention ha presentato un fronte compatto, in modo straordinario e insolito per un partito politicamente disarmonico alle prese con cambiamenti tettonici di natura generazionale e demografica.
Più di ogni altra cosa, ricordate: il presidente Trump vinse la presidenza perché prevalse in tre stati nei quali i repubblicani non vincevano da anni. I repubblicani non vincevano in Pennsylvania e in Michigan dal 1988, mentre per una vittoria dei repubblicani nel Wisconsin bisogna risalire indietro nel tempo a Reagan nel 1984. Degli oltre 120 milioni di schede votate nel 2016, a decidere le sorti dell’elezione sono stati soltanto i 107mila voti messi nelle urne di quei tre stati, rappresentanti lo 0,09 per cento appena dell’elettorato. Trump ha ottenuto meno voti in Michigan di quanti ne abbia avuti George W. Bush nel 2004, quando perse a favore del senatore Kerry. Hillary Clinton ha ricevuto 43mila voti a favore in meno da parte degli afroamericani di Detroit rispetto a quanti ne ebbe Obama nel 2012 in tutto il Michigan.
Pennsylvania, Michigan e Wisconsin: Trump oggi è dietro a Biden in questi tre stati decisivi ma – cosa quanto mai di cattivo auspicio per Trump – è distaccato anche negli altri stati in cui ha vinto nel 2016. Trump sta perdendo in Arizona (stato nel quale un candidato democratico non vince dal 1996), in Florida (Biden è in testa rispetto a lui per 53 a 47 in uno stato che si è rivelato decisivo nelle ultime sei elezioni per la presidenza), e anche in Carolina del Nord, mentre in Georgia e in Texas – stati nei quali i democratici non vincono rispettivamente dal 1992 e dal 1976 – i punti che separano i due candidati sono pochissimi.
Non penso che Joe Biden vincerà in Texas o in Georgia. Eppure, il semplice fatto che la campagna elettorale di Trump sia costretta a spendere risorse in quegli stati, proprio quando il presidente arranca e fatica a tirare avanti nei tre stati che all’ultima elezione gli hanno garantito la vittoria, la dice lunga su quanti siano i guai del presidente uscente che si è ricandidato.
Perché questo è importante? Perché significa che il vicepresidente Biden ha spianate davanti a sé molte più strade elettorali di quante ne abbia il presidente Trump, fattore critico mentre ci avviciniamo all’autunno, quando le macchine elettorali dei due candidati dovranno decidere in quali terreni di battaglia investire risorse per sferrare l’attacco finale.
E dunque, preparatevi alle staffilate di Trump all’assemblea di settimana prossima, quando farà l’impossibile per screditare Biden. Preparatevi ai dibattiti in autunno, che si trasformeranno in altrettante opportunità per Trump di fare la stessa cosa più volte. Preparatevi a vedere il presidente uscente che si ricandida diventare molto negativo sia per esaltare e recuperare la sua base politica sia per cercare di indebolire Biden. Sarà una corsa folle.
In futuro, molte cose ancora potranno andare per il verso sbagliato.
A cominciare dalle frodi durante lo svolgimento delle elezioni. Sembra proprio che il presidente repubblicano si sia convinto insieme al suo partito che l’unico modo per avere una possibilità di vittoria alle prossime elezioni sia interferire con il processo di voto con molteplici tattiche. Ha nominato ministro delle Poste un politico suo amico che, bloccando i fondi speciali destinati al servizio postale, dovrà ostacolare il voto per posta. I segretari di stato repubblicani stanno arbitrariamente estromettendo dalle liste elettorali di chi si è registrato alcuni elettori, in particolare gli immigrati e le minoranze. Cosa ancora più problematica, il presidente Trump ha messo apertamente in discussione la legittimità del voto con scuse senza fondamento, secondo le quali il voto per posta è fraudolento. Ha anche lasciato intendere più volte che “potrebbe” non accettare i risultati elettorali.
Quando alla fine del mese entrambe le assemblee di partito si saranno concluse, rimarranno poco più di 60 giorni alle elezioni. E, a quel punto, scatterà una corsa adrenalinica finale verso il traguardo, diversa da qualsiasi elezioni che si ricordi.
Se gli americani rimarranno sull’attuale traiettoria e decideranno che per loro è indispensabile un cambiamento, come avvenne in buona parte nel 2008, e se i democratici vinceranno con un margine di voti sufficiente a mettere a tacere qualsiasi cavillo al quale Trump dovesse appigliarsi per contestare l’iter elettorale, l’Amministrazione Biden erediterà sfide di gran lunga più grandi – e concomitanti – rispetto a qualsiasi altra dai tempi della presidenza Roosevelt nel 1932. Ne riparleremo più avanti.
David Thorne, diplomatico Usa, è stato ambasciatore in Italia durante l’amministrazione Obama
(Traduzione di Anna Bissanti)
La pandemia e la sua pessima gestione da parte del presidente, oltretutto, hanno alterato la politica americana in modi che sembrano aver compromesso per sempre le prospettive di vittoria per Trump: prima della convention nazionale dei democratici in corso questa settimana, per otto americani su dieci il Paese stava percorrendo una strada sbagliata: in nessuna altra fase della presidenza Trump una fetta così ampia della popolazione ha ritenuto che il Paese stesse andando nella direzione errata.
La percentuale di gradimento presso l’opinione pubblica relativa a come il presidente Trump ha gestito la pandemia da Covid 19 è precipitata a livelli negativi record, e soltanto il 32 per cento degli americani ne approva l’operato. Negli ultimi mesi è precipitata perfino la reputazione del presidente in materia di economia – a lungo punto massimo di riferimento dei suoi risultati – dopo che nei primi mesi di quest’anno era sembrata in rialzo.
Questi venti politici contrari hanno innescato una repentina trasformazione estiva alla Casa Bianca e nella campagna elettorale di Trump. Dopo aver sottovalutato per mesi la gravità della pandemia e aver ignorato in buona parte la recrudescenza del virus in molti stati, adesso Trump mette in guardia dicendo che, prima di migliorare, assai probabilmente la situazione si aggraverà. Dopo aver dato più e più volte scarsa importanza all’uso delle mascherine, Trump una buona volta ha chiesto agli americani di indossarle.
Il brusco cambiamento di rotta di Trump sottolinea la realtà della situazione a poco più di due mesi di distanza dall’Election Day, il giorno delle elezioni. Anche se il presidente fa di tutto per incentrare la sua rivalità con Biden su questioni culturali che creano dissenso, ricorrendo spesso al messaggio intimidatorio “Legge e Ordine”, è verosimile che per Trump le prospettive di una rielezione siano inestricabilmente legate a come saprà gestire la pandemia e il conseguente crollo dell’economia, e all’eventualità che gli elettori credano davvero che con lui ai comandi il Paese ritorni a camminare nella direzione giusta.
Naturalmente, Trump non è l’unico personaggio politico le cui azioni sono scombussolate dalla pandemia. Joe Biden – ormai il candidato ufficiale dei democratici per la presidenza – ha dovuto adeguare la stagione estiva alle realtà di una campagna elettorale da condurre in una situazione dinamica plasmata più di ogni altra cosa dall’epidemia, dalle pressioni per la giustizia razziale e dal desiderio degli americani di ritornare a una leadership stabile.
Il vicepresidente Biden dirige con efficienza la sua campagna elettorale dal suo seminterrato di Wilmington, nel Delaware, lontano dai suoi collaboratori e da chi lavora per la sua elezione. Veterano disinvolto di molte campagne elettorali, non può condurla di persona, ingaggiando veri corpo a corpo.
Questa settimana, Joe Biden è diventato il candidato ufficiale del partito democratico grazie a un’assemblea virtuale di partito. Niente festeggiamenti, niente stadio traboccante di gente, niente folle entusiaste: soltanto un’assemblea su Zoom di ben quattro giorni in tutti i nostri salotti. E, fino a questo momento, gli effetti sono positivi.
Le assemblee di partito assomigliano un po’ a un iceberg: se le osservi da fuori, è probabile che tu non riesca a percepire che l’80 per cento di ciò che vi accade accade sotto la superficie.
Joe Biden si è presentato all’assemblea in una posizione di forza nettamente superiore rispetto a qualsiasi altro candidato da decenni a questa parte, in termini di sondaggi e di cartina geografica elettorale. Non mi viene in mente un altro candidato alla nomination dei democratici che si sia presentato all’assemblea in testa in Arizona e in Florida, al di là di ogni possibile margine di errore.
Biden, perdipiù, è arrivato all’assemblea di questa settimana sulle ali di un annuncio di grande successo riguardante il nome del vicepresidente che si è scelto. Uno dei fattori più importanti che avrebbero potuto andare storti, infatti, era la scelta da parte di Biden del suo running mate, ma il partito ha avallato la sua decisione. Quella di Biden non è stata una scelta facile: ha dovuto destreggiarsi tra Scilla e Cariddi e prendere una decisione rivoluzionaria, che non gli si rivoltasse contro e a uno stesso tempo non lo facesse deragliare dalla traiettoria positiva lungo la quale si è incamminato.
La senatrice Kamala Harris rappresenta la nuova America. Donna forte, figlia sia di una minoranza etnica sia dell’immigrazione, è sentitamente impegnata contro l’ingiustizia razziale e per l’equità economica. È anche una politica carismatica, una procuratrice provetta, una senatrice che sa porre domande scomode. Tenuto conto della sua esperienza come procuratrice generale della California, Trump andrebbe incontro a qualche difficoltà qualora volesse etichettarla come liberal. Dal canto suo, Kamala Harris ha subito dichiarato il suo importante ruolo di grande sostenitrice del suo capo. Non si discute: il partito democratico è unito ed entusiasta come non si ricordava dai tempi del ticket Obama/Biden del 2008.
In passato, sono stato coinvolto già una volta nella difficile decisione di scegliere un candidato ufficiale per la vicepresidenza, e ricordo bene il criterio che il mio amico John Kerry, allora senatore, mi disse di ritenere indispensabile adottare. Secondo Kerry, ci sono molte scelte possibili per un vicepresidente: si può optare per un “Mister Agosto” che sia in grado di spianare la strada con grande clamore; un “Mister Ottobre” che nella campagna elettorale sappia difendere il ticket di cui fa parte e vincere il dibattito tra i candidati dei due partiti alla vicepresidenza; o un “Mister Gennaio” che sappia essere un buon partner quando si va al governo. Trovare tutte e tre queste caratteristiche è difficile. Joe Biden le ha assicurate a Barack Obama, tutte e tre in un’unica persona. Finora, Kamala Harris si è rivelata una grande “Miss Agosto” e si preparerà presto al dibattito con il vicepresidente Pence e ad affrontare il test di “Miss Ottobre”. Se c’è per il momento un grande interrogativo in attesa di risposta, è il seguente: nella campagna elettorale Kamala Harris saprà trovare il giusto equilibrio nelle sue ambizioni a lungo termine per la presidenza ed essere la “Miss Gennaio” che serve a Biden e su cui lui più conta?
Biden sta raccogliendo fondi, e ne raccoglie davvero molti. Ne raccoglierà tanti più di Trump in questo mese di agosto, tenuto conto dello slancio alla raccolta fondi ricevuto dalla scelta di Harris e che in appena 24 ore ha portato nelle sue casse la cifra record di 26 milioni di dollari. I due candidati ufficiali alla presidenza sono molto vicini in fatto di soldi, al punto che a novembre non saranno questi la discriminante tra loro.
L’assemblea ambiva a compattare al resto del partito democratico l’ala di sinistra di Sanders e Warren, a mobilitare la base democratica, in particolare le minoranze, e a rivolgersi al ceto medio, ciò che il discorso di accettazione della candidatura ufficiale da parte di Joe Biden ha fatto l’altra sera, in particolare quando ha dato prova della sua empatia e dei suoi rapporti con le fasce della popolazione che stanno soffrendo di più.
Il discorso e il video di Joe Biden miravano a presentare una persona profondamente umana e con la quale ci si può relazionare e a rendere ancora più umano il messaggio diretto agli elettori della scontenta e alienata classe dei lavoratori negli stati in bilico ai quali i Biden offrono una normalità con la quale gli americani possano tornare a relazionarsi.
Da tutti i punti di vista, la convention è stata un successo. Sanders e Warren hanno offerto a Joe Biden il loro appoggio sentito e completo. Gli Obama sono stati particolarmente duri nei confronti del presidente uscente che si ricandida. I filmati biografici in stile documentario prodotto da Hollywood hanno dato dell’empatia e del carattere di Biden un coinvolgente ritratto personale, mentre i pesi massimi della sicurezza nazionale come gli ex segretari Kerry e Powell hanno confermato che Biden sarebbe un energico Comandante in capo. La convention ha presentato un fronte compatto, in modo straordinario e insolito per un partito politicamente disarmonico alle prese con cambiamenti tettonici di natura generazionale e demografica.
Più di ogni altra cosa, ricordate: il presidente Trump vinse la presidenza perché prevalse in tre stati nei quali i repubblicani non vincevano da anni. I repubblicani non vincevano in Pennsylvania e in Michigan dal 1988, mentre per una vittoria dei repubblicani nel Wisconsin bisogna risalire indietro nel tempo a Reagan nel 1984. Degli oltre 120 milioni di schede votate nel 2016, a decidere le sorti dell’elezione sono stati soltanto i 107mila voti messi nelle urne di quei tre stati, rappresentanti lo 0,09 per cento appena dell’elettorato. Trump ha ottenuto meno voti in Michigan di quanti ne abbia avuti George W. Bush nel 2004, quando perse a favore del senatore Kerry. Hillary Clinton ha ricevuto 43mila voti a favore in meno da parte degli afroamericani di Detroit rispetto a quanti ne ebbe Obama nel 2012 in tutto il Michigan.
Pennsylvania, Michigan e Wisconsin: Trump oggi è dietro a Biden in questi tre stati decisivi ma – cosa quanto mai di cattivo auspicio per Trump – è distaccato anche negli altri stati in cui ha vinto nel 2016. Trump sta perdendo in Arizona (stato nel quale un candidato democratico non vince dal 1996), in Florida (Biden è in testa rispetto a lui per 53 a 47 in uno stato che si è rivelato decisivo nelle ultime sei elezioni per la presidenza), e anche in Carolina del Nord, mentre in Georgia e in Texas – stati nei quali i democratici non vincono rispettivamente dal 1992 e dal 1976 – i punti che separano i due candidati sono pochissimi.
Non penso che Joe Biden vincerà in Texas o in Georgia. Eppure, il semplice fatto che la campagna elettorale di Trump sia costretta a spendere risorse in quegli stati, proprio quando il presidente arranca e fatica a tirare avanti nei tre stati che all’ultima elezione gli hanno garantito la vittoria, la dice lunga su quanti siano i guai del presidente uscente che si è ricandidato.
Perché questo è importante? Perché significa che il vicepresidente Biden ha spianate davanti a sé molte più strade elettorali di quante ne abbia il presidente Trump, fattore critico mentre ci avviciniamo all’autunno, quando le macchine elettorali dei due candidati dovranno decidere in quali terreni di battaglia investire risorse per sferrare l’attacco finale.
E dunque, preparatevi alle staffilate di Trump all’assemblea di settimana prossima, quando farà l’impossibile per screditare Biden. Preparatevi ai dibattiti in autunno, che si trasformeranno in altrettante opportunità per Trump di fare la stessa cosa più volte. Preparatevi a vedere il presidente uscente che si ricandida diventare molto negativo sia per esaltare e recuperare la sua base politica sia per cercare di indebolire Biden. Sarà una corsa folle.
In futuro, molte cose ancora potranno andare per il verso sbagliato.
A cominciare dalle frodi durante lo svolgimento delle elezioni. Sembra proprio che il presidente repubblicano si sia convinto insieme al suo partito che l’unico modo per avere una possibilità di vittoria alle prossime elezioni sia interferire con il processo di voto con molteplici tattiche. Ha nominato ministro delle Poste un politico suo amico che, bloccando i fondi speciali destinati al servizio postale, dovrà ostacolare il voto per posta. I segretari di stato repubblicani stanno arbitrariamente estromettendo dalle liste elettorali di chi si è registrato alcuni elettori, in particolare gli immigrati e le minoranze. Cosa ancora più problematica, il presidente Trump ha messo apertamente in discussione la legittimità del voto con scuse senza fondamento, secondo le quali il voto per posta è fraudolento. Ha anche lasciato intendere più volte che “potrebbe” non accettare i risultati elettorali.
Quando alla fine del mese entrambe le assemblee di partito si saranno concluse, rimarranno poco più di 60 giorni alle elezioni. E, a quel punto, scatterà una corsa adrenalinica finale verso il traguardo, diversa da qualsiasi elezioni che si ricordi.
Se gli americani rimarranno sull’attuale traiettoria e decideranno che per loro è indispensabile un cambiamento, come avvenne in buona parte nel 2008, e se i democratici vinceranno con un margine di voti sufficiente a mettere a tacere qualsiasi cavillo al quale Trump dovesse appigliarsi per contestare l’iter elettorale, l’Amministrazione Biden erediterà sfide di gran lunga più grandi – e concomitanti – rispetto a qualsiasi altra dai tempi della presidenza Roosevelt nel 1932. Ne riparleremo più avanti.
David Thorne, diplomatico Usa, è stato ambasciatore in Italia durante l’amministrazione Obama
(Traduzione di Anna Bissanti)