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La festa del Bayern Monaco  

Bayern, una squadra moderna ma antica

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Non ha vinto la Restaurazione, né il vecchiume. Ha vinto la qualità di una squadra totale, antica e moderna insieme. Il Bayern è l’eternità di una tradizione che sa rinnovarsi e si prende la Coppa dei Campioni con un gol di uno juventino, addirittura. Per gli emiri ci sarà da aspettare ancora. Un miliardo di euro in nove anni ha prodotto un meraviglioso album di figurine, ma non è ancora abbastanza. Parigi val bene un’attesa che non finisce mai, le prime volte possono anche non arrivare. I rossi hanno sconfitto i blu nel calciobalilla più logico al mondo: dovevano impedire i tocchi dei giocolieri e soprattutto le loro galoppate matte. Imprese compiute. Senza il pallone a Neymar e i colpi di vento di Mbappé, il Psg diventa un’ottima squadra normale mentre il Bayern rimane, sempre e per sempre, una straordinaria squadra speciale. Con un portiere monumento, Neuer, un ragazzo che ha molto sofferto e ha infine alzato…
Non ha vinto la Restaurazione, né il vecchiume. Ha vinto la qualità di una squadra totale, antica e moderna insieme. Il Bayern è l’eternità di una tradizione che sa rinnovarsi e si prende la Coppa dei Campioni con un gol di uno juventino, addirittura. Per gli emiri ci sarà da aspettare ancora. Un miliardo di euro in nove anni ha prodotto un meraviglioso album di figurine, ma non è ancora abbastanza. Parigi val bene un’attesa che non finisce mai, le prime volte possono anche non arrivare. I rossi hanno sconfitto i blu nel calciobalilla più logico al mondo: dovevano impedire i tocchi dei giocolieri e soprattutto le loro galoppate matte. Imprese compiute. Senza il pallone a Neymar e i colpi di vento di Mbappé, il Psg diventa un’ottima squadra normale mentre il Bayern rimane, sempre e per sempre, una straordinaria squadra speciale. Con un portiere monumento, Neuer, un ragazzo che ha molto sofferto e ha infine alzato il trofeo da capitano coraggioso. Stava sul piedistallo, il portaombrelli d’argento, e niente intorno, e nessuno sullo sfondo, soltanto seggiole vuote. Possiamo sperare una cosa sola: mai più.

Il calcio corre verso il futuro, e magari non riesce nemmeno a giocare una finalissima con tutti i palloni gonfi: la prossima volta, magari, usare una pompa di bicicletta e una valvola con l’ago. È stata una Champions di necessità, ricca di stramba bellezza elettrica in un mese assurdo, agosto, che per colpa del mondo ammalato ha visto sfrecciare le bici della Sanremo e del Lombardia. Un torneo divertente, molto televisivo, sincopato e non privo di sorprese (il Barcellona che ne prende otto, l’Atalanta che per un pelo non manda a casa Neymar prima del tempo), ma definirlo una vera Champions non si può: le partite di andata e ritorno hanno una rotondità diversa, sono più ricche di opportunità, non procedono a scatti come questa serie di finaline senza pubblico. Però non poteva essere che così. L’estate dello sport al contrario consegna comunque la coppa più bella alla squadra più forte, il Bayern che dalla prima all’ultima le ha vinte tutte, e qualcuna l’ha pure stravinta. Il progetto promozionale e mondializzato del Qatar non si ferma ovviamente qui, ma patisce una regola antica: nel calcio esiste un’eredità immateriale che è fatta di storia, di abitudine all’aria rarefatta, di stagioni che si susseguono e in cui tutto sembra cambiare ma la sostanza invece no. È qualcosa di indefinibile, una somma di tante verità che consegna alla tradizione di uno sport meraviglioso un mazzo di poche carte, quasi sempre quelle, e il Bayern di questo mazzo è il re.