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Le navi della Marina ellenica durante una esercitazione nel Mediterraneo orientale (afp)

L’Europa persa nel Mediterraneo

L’assenza della Ue nel confronto con la Turchia
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Nel Mediterraneo Orientale sta accadendo qualcosa senza precedenti. Il mare viene “territorializzato”: tutte le nazioni tracciano nuovi confini sulle acque, definendo spesso in maniera arbitraria frontiere tanto virtuali quanto contestate. L’obiettivo principale di questa spartizione delle onde è mettere le mani sui colossali giacimenti di idrocarburi scoperti negli abissi: migliaia di miliardi di metri cubi di gas sepolti nei fondali. È un’occasione di sviluppo eccezionale. Una miniera d’energia che potrebbe cambiare i destini di Europa, Maghreb e vicino Oriente offrendo risorse a basso costo per la crescita. Ma che invece ha innescato un focolaio di tensioni ad altissimo rischio.

La zona delle contese infatti è la stessa dove si gioca la partita tra potenze consolidate ed emergenti. I russi, tornati con forza a pattugliare il Mediterraneo grazie alla base siriana di Tartus. Gli Stati Uniti, che nonostante il disimpegno di Trump non…

Nel Mediterraneo Orientale sta accadendo qualcosa senza precedenti. Il mare viene “territorializzato”: tutte le nazioni tracciano nuovi confini sulle acque, definendo spesso in maniera arbitraria frontiere tanto virtuali quanto contestate. L’obiettivo principale di questa spartizione delle onde è mettere le mani sui colossali giacimenti di idrocarburi scoperti negli abissi: migliaia di miliardi di metri cubi di gas sepolti nei fondali. È un’occasione di sviluppo eccezionale. Una miniera d’energia che potrebbe cambiare i destini di Europa, Maghreb e vicino Oriente offrendo risorse a basso costo per la crescita. Ma che invece ha innescato un focolaio di tensioni ad altissimo rischio.

La zona delle contese infatti è la stessa dove si gioca la partita tra potenze consolidate ed emergenti. I russi, tornati con forza a pattugliare il Mediterraneo grazie alla base siriana di Tartus. Gli Stati Uniti, che nonostante il disimpegno di Trump non vogliono rinunciare al controllo del bacino. La Cina, decisa a mostrare la bandiera nelle autostrade navali dove viaggia un quarto del commercio mondiale. L’Egitto di Al Sisi, che conta sul gas per risollevare l’economia nazionale. Israele, che nelle acque in prossimità del Libano punta a sfruttare un altro giacimento. E infine la Turchia di Erdogan, determinata a prendersi una fetta degli idrocarburi di fronte a Cipro e al Dodecaneso greco. Tanti interessi in rotta di collisione, che stanno spaccando alleanze antiche come la Nato — a cui appartengono Turchia e Grecia — e ridefiniscono in maniera brutale la geopolitica di una regione da sempre turbolenta.

In questa sfida di proclami e cannoniere, con duelli troppo ravvicinati di jet e fregate, c’è un grande assente: l’Unione Europea. Non solo si sta mostrando incapace di assumere un ruolo da protagonista in politica estera ma non riesce neppure a tutelare i Paesi membri, lasciando greci e ciprioti soli davanti alle mire del nuovo Sultano. Tutti i difetti dell’Unione si stanno materializzando nel Mediterraneo Orientale. Non ci sono né iniziative diplomatiche di peso per spingere i contendenti a sedersi a un tavolo e definire un accordo per gestire l’Eldorado del gas. Né azioni concrete per fermare l’arrembaggio di Erdogan, che incardina le rivendicazioni petrolifere sulla base degli accordi sottoscritti con Tripoli, diventata un protettorato turco grazie proprio a un’Europa velleitaria.

All’interno della Ue ogni Paese fa di testa sua. La Francia insegue una grandeur effimera, alzando i toni contro Erdogan e schierando navi, mentre la Germania cerca una mediazione con Ankara. C’è chi ritiene che in realtà Merkel e Macron agiscano in maniera coordinata, assumendo la parte di poliziotto buono e cattivo per meglio gestire il confronto con la Turchia. Di sicuro, però, finora questo tandem non ha prodotto risultati. Anzi, sembra ripetersi lo stesso copione andato in scena in Libia e che alla fine ha reso irrilevanti le capitali europee. Paradossale la posizione italiana, che tenta di barcamenarsi in maniera levantina tra i rivali. Dialoghiamo con Ankara e allo stesso tempo spediamo la Marina a fare manovre con greci, francesi e ciprioti per tutelare confini e giacimenti. La scoperta del tesoro nei fondali si deve infatti soprattutto all’Eni, leader nella campagna di esplorazioni dello scorso decennio e titolare di molte delle licenze di sfruttamento minacciate dalle pretese di Ankara.

C’è un grande déjà vu in quello che sta accadendo. Come quando l’espansione ottomana venne agevolata e spesso incentivata dai dissidi tra i regni europei, che invece a Lepanto dimostrarono di potere vincere uniti. Quella fu un’eccezione. Ma corsi e ricorsi storici oggi ci mettono davanti alla stessa aggressività turca, evocata fino nei simboli con la conversione di Santa Sofia in moschea, e alla stessa indecisione del vecchio Continente, incapace di adeguarsi alle nuove dinamiche del potere.