Nba, la protesta dei giocatori: quella palestra dei diritti
Emanuela Audisio , di EMANUELA AUDISIOPer la prima volta i giganti del basket americano hanno deciso di non scendere in campo, non per questioni salariali, ma perché vogliono una giustizia meno razzista, perché prendere rimbalzi non è tutto. Così lo sport è uscito dal campo per guidare la politica
Doveva essere una bolla, lontana da tutto e da tutti. Non a caso a Disney World, a Orlando, nel regno di Minnie e Topolino. Divertitevi, dimenticate gli spari là fuori, dateci canestri per sognare un mondo migliore. Invece la bolla è scoppiata, si è fatta contaminare dalla voglia di giustizia, è diventata il laboratorio dei diritti civili, della protesta sociale, non solo delle T-shirt di moda con la scritta Black Lives Matter. Doc Rivers, coach dei Los Angeles Clippers, figlio non di un sovversivo, ma di un agente della polizia, ha detto con le lacrime agli occhi (e una mascherina che invitava a votare): "È incredibile il modo in cui continuiamo ad amare questo Paese, che non ci ricambia. Trump parla di paura, ma siamo noi che veniamo uccisi".
Per la prima volta lo sport americano ha boicottato i suoi giochi. Per la prima volta i giganti del basket hanno deciso di non scendere in campo, non per questioni salariali o di contratto, ma perch…
Per la prima volta lo sport americano ha boicottato i suoi giochi. Per la prima volta i giganti del basket hanno deciso di non scendere in campo, non per questioni salariali o di contratto, ma perch…
Doveva essere una bolla, lontana da tutto e da tutti. Non a caso a Disney World, a Orlando, nel regno di Minnie e Topolino. Divertitevi, dimenticate gli spari là fuori, dateci canestri per sognare un mondo migliore. Invece la bolla è scoppiata, si è fatta contaminare dalla voglia di giustizia, è diventata il laboratorio dei diritti civili, della protesta sociale, non solo delle T-shirt di moda con la scritta Black Lives Matter. Doc Rivers, coach dei Los Angeles Clippers, figlio non di un sovversivo, ma di un agente della polizia, ha detto con le lacrime agli occhi (e una mascherina che invitava a votare): "È incredibile il modo in cui continuiamo ad amare questo Paese, che non ci ricambia. Trump parla di paura, ma siamo noi che veniamo uccisi".
Per la prima volta lo sport americano ha boicottato i suoi giochi. Per la prima volta i giganti del basket hanno deciso di non scendere in campo, non per questioni salariali o di contratto, ma perché vogliono una polizia e una giustizia meno razzista, perché prendere rimbalzi non è tutto. Per la prima volta gli altri atleti, ma anche le altre non hanno detto: fatti loro, ma anche nostri, perché sparare sette colpi alla schiena di una persona è osceno. E così anche il basket femminile (Wnba), il tennis (Naomi Osaka), il calcio (Mls), il baseball (Mlb) hanno boicottato i loro tornei.
Per la prima volta le star dell'Nba hanno mostrato sostanza e non solo apparenza, e anche davanti alle possibili implicazioni finanziarie hanno deciso di andare avanti. Non solo, ma LeBron, Chris Paul, Wade e altri hanno creato un fondo per coinvolgere i giovani a lavorare nei seggi e per far votare più neri nonostante le lunghe file causa Covid. Per la prima volta un uomo che ha governato l'America, l'ex presidente Obama, ha twittato la sua solidarietà al boicottaggio dello sport, che in America è una religione. Per la prima volta a cancellare le partite, a scioperare, non contro il datore di lavoro (Nba), ma contro i modi di fare di un'America violenta e ingiusta, sono atleti che si sostengono a vicenda, appoggiati dalle loro società e organizzazioni, che poi ieri hanno deciso di tornare in campo.
È una rivolta che parte dal basso, non imposta. Quando LeBron scrive: "We demand change" non chiama uno schema di gioco per i Lakers, ma un cambiamento della società americana sempre fast a sparare a chi non ha la pelle bianca. Quasi mai nello sport le date sono un caso: il 26 agosto 2016 un quarterback dei San Francisco 49ers si inginocchiò per la prima volta durante l'inno nazionale per protestare contro l'oppressione della gente di colore. Era Colin Kaepernick. Quattro anni dopo quel gesto nello sport è diventato universale. Il 26 gennaio di quest'anno è morto Kobe Bryant che si è sempre espresso pubblicamente sull'importanza di educare i figli contro ogni discriminazione.
Si dirà: nulla è cambiato, anche nel '68 i pugni neri di Smith e Carlos chiedevano pari opportunità. Lo fecero dal podio olimpico e in un altro Paese (Messico). Ma ottennero solo sacchi di merda a casa, rifiuti a trovare lavoro, indagini Fbi, lettere feroci ("Tornate in Africa"). Erano soli, senza soldi, con poca comunità alle spalle. Ma quel gesto fu visto in tv da tutto il mondo. Cinquantadue anni fa la politica entrò negli stadi, oggi invece lo sport esce dal suo campo per guidare la politica. È un nuovo e bellissimo gioco.
Per la prima volta lo sport americano ha boicottato i suoi giochi. Per la prima volta i giganti del basket hanno deciso di non scendere in campo, non per questioni salariali o di contratto, ma perché vogliono una polizia e una giustizia meno razzista, perché prendere rimbalzi non è tutto. Per la prima volta gli altri atleti, ma anche le altre non hanno detto: fatti loro, ma anche nostri, perché sparare sette colpi alla schiena di una persona è osceno. E così anche il basket femminile (Wnba), il tennis (Naomi Osaka), il calcio (Mls), il baseball (Mlb) hanno boicottato i loro tornei.
Per la prima volta le star dell'Nba hanno mostrato sostanza e non solo apparenza, e anche davanti alle possibili implicazioni finanziarie hanno deciso di andare avanti. Non solo, ma LeBron, Chris Paul, Wade e altri hanno creato un fondo per coinvolgere i giovani a lavorare nei seggi e per far votare più neri nonostante le lunghe file causa Covid. Per la prima volta un uomo che ha governato l'America, l'ex presidente Obama, ha twittato la sua solidarietà al boicottaggio dello sport, che in America è una religione. Per la prima volta a cancellare le partite, a scioperare, non contro il datore di lavoro (Nba), ma contro i modi di fare di un'America violenta e ingiusta, sono atleti che si sostengono a vicenda, appoggiati dalle loro società e organizzazioni, che poi ieri hanno deciso di tornare in campo.
È una rivolta che parte dal basso, non imposta. Quando LeBron scrive: "We demand change" non chiama uno schema di gioco per i Lakers, ma un cambiamento della società americana sempre fast a sparare a chi non ha la pelle bianca. Quasi mai nello sport le date sono un caso: il 26 agosto 2016 un quarterback dei San Francisco 49ers si inginocchiò per la prima volta durante l'inno nazionale per protestare contro l'oppressione della gente di colore. Era Colin Kaepernick. Quattro anni dopo quel gesto nello sport è diventato universale. Il 26 gennaio di quest'anno è morto Kobe Bryant che si è sempre espresso pubblicamente sull'importanza di educare i figli contro ogni discriminazione.
Si dirà: nulla è cambiato, anche nel '68 i pugni neri di Smith e Carlos chiedevano pari opportunità. Lo fecero dal podio olimpico e in un altro Paese (Messico). Ma ottennero solo sacchi di merda a casa, rifiuti a trovare lavoro, indagini Fbi, lettere feroci ("Tornate in Africa"). Erano soli, senza soldi, con poca comunità alle spalle. Ma quel gesto fu visto in tv da tutto il mondo. Cinquantadue anni fa la politica entrò negli stadi, oggi invece lo sport esce dal suo campo per guidare la politica. È un nuovo e bellissimo gioco.