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(ansa)

Gioco d'azzardo sulle Istituzioni

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L’ultimo scontro nella maggioranza si consuma sul terreno più delicato, quello dei Servizi segreti
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A venti giorni dalle urne la maggioranza offre al Paese un'immagine lacerata, palazzo Chigi sembra trasformato nel castello di Dunsinane del Macbeth, dove Shakespeare mette in scena tutti i possibili intrighi del potere. L'ultimo si consuma sul terreno più delicato, quello dei Servizi segreti. Una materia che di norma dovrebbe essere sottratta allo scontro politico e, in stagioni anche drammatiche della storia italiana, è stata spesso oggetto di accordi bipartisan. Ogni regola invece sembra saltata. Un gruppo consistente di Cinque stelle, nel primo giorno di riapertura di Montecitorio dopo la pausa estiva, non ha trovato di meglio che contarsi su un emendamento che cancellava la norma del governo Conte sulla proroga dei vertici dell'Intelligence. Un fatto politicamente dirompente, sia per il tema scelto, sia per il fatto che l'articolo in questione, contenuto nel decreto legge sull'emergenza Covid, era stato espressamente voluto dal presidente del Con…
A venti giorni dalle urne la maggioranza offre al Paese un'immagine lacerata, palazzo Chigi sembra trasformato nel castello di Dunsinane del Macbeth, dove Shakespeare mette in scena tutti i possibili intrighi del potere. L'ultimo si consuma sul terreno più delicato, quello dei Servizi segreti. Una materia che di norma dovrebbe essere sottratta allo scontro politico e, in stagioni anche drammatiche della storia italiana, è stata spesso oggetto di accordi bipartisan. Ogni regola invece sembra saltata. Un gruppo consistente di Cinque stelle, nel primo giorno di riapertura di Montecitorio dopo la pausa estiva, non ha trovato di meglio che contarsi su un emendamento che cancellava la norma del governo Conte sulla proroga dei vertici dell'Intelligence. Un fatto politicamente dirompente, sia per il tema scelto, sia per il fatto che l'articolo in questione, contenuto nel decreto legge sull'emergenza Covid, era stato espressamente voluto dal presidente del Consiglio, che ha mantenuto su di sé la delega ai Servizi.

Lo strappo, malamente rattoppato nell'unico modo possibile, ossia con la richiesta di un voto di fiducia, ha esacerbato il clima con l'opposizione. Che per una volta non ha torto nel denunciare la fiducia come non necessaria se non per tacitare i dissensi interni, visto che sul decreto erano stati presentati a malapena una quarantina di emendamenti. Nel governo è già partita la caccia ai mandanti dell'imboscata a Conte. Le tracce porterebbero al ministro degli Esteri Di Maio, il quale naturalmente giura di non saperne nulla. Viene chiamato in causa il reggente Crimi, che con Conte ha duellato sulle regionali, si tirano in ballo i sottosegretari Sibilia e Tofalo. Che siano veri o meno questi sospetti, a questo punto è poco rilevante. Resta l'impressione di uno slabbramento progressivo e inarrestabile dei rapporti dentro il Movimento Cinque Stelle che sta trascinando a fondo anche l'esecutivo. Con una crisi interna, di identità e di prospettiva, che si specchia con quella del governo.

L'appuntamento degli Stati generali sta facendo salire la pressione interna in quello che di fatto si è trasformato in un congresso di partito giocato sulla pelle delle Istituzioni. Con colpi bassi, agguati a sorpresa, uno stiletto veneziano sempre pronto a pugnalare nell'ombra. Nemmeno l'ombrello unificante del referendum sul taglio dei parlamentari riesce più a mascherare queste lotte intestine.

Ma anche sul versante democratico le notizie che sgocciolano giù dal vertice non sono migliori. La lettera del segretario Nicola Zingaretti pubblicata ieri da Repubblica, sia per il contenuto sia per i toni ultimativi - in un leader che preferisce di solito suonare in bemolle sul suo spartito - segnala infatti un salto di fase. Evidenza una drammatizzazione dovuta all'appuntamento cruciale delle elezioni regionali. Un passaggio strettissimo che potrebbe terremotare tutto il quadro politico. Soprattutto se dovessero cadere di schianto i bastioni di Puglia, Toscana e Marche. Il segretario del Pd segnala ai naviganti che, se anche dovessero andare male le urne, sarebbe velleitario coltivare progetti alternativi a Conte. Sia nella ipotesi di un Conte ter, con un ruolo più importante per Luigi Di Maio. Sia nell'ipotesi di un governo di emergenza nazionale affidato a Mario Draghi. I voti del Pd per questi progetti non ci saranno. Quando Zingaretti denuncia "furbizie", "bizantinismi", "ipocrisie" dentro il suo campo e avverte che una sconfitta alle regionali avrebbe "riflessi sulla tenuta del governo e sulla vita della legislatura", sta dicendo esattamente questo. Ce l'ha con i Cinque stelle, con Renzi, ma anche con i suoi avversari interni al partito. A tutti manda a dire che dopo questo governo ci sono le elezioni. E dopo le elezioni anticipate, visti i sondaggi, la parola passerà al centrodestra. Addio sogni di gloria per tutti. Conte, invece, continua a mostrarsi distaccato dalle vicende che strappano la tela della sua maggioranza. Come Macbeth, è convinto che "finché il bosco di Birnam non venga a Dunsinane" potrà dormire tranquillo. Ma i baroni stanno già tramando contro di lui.