L’improbabile fuga nel voto anticipato
di STEFANO FOLLI
Sul Manifesto di ieri Goffredo Bettini, consigliere e ispiratore di Zingaretti, aggiungeva qualcosa alla lettera, peraltro esplicita, del segretario pubblicata da Repubblica. L'attacco è a Renzi, il "guascone", il sabotatore dell'intesa strategica tra Pd e Cinque Stelle: Renzi che a differenza di Calenda, ricorda Bettini, è a pieno titolo nel governo ma non rinuncia a indebolirlo insieme alla coalizione. Anche e soprattutto in vista delle elezioni regionali.
L'esempio più volte evocato della candidatura di Scalfarotto in Puglia è emblematico: i sondaggi accreditano il renziano sottosegretario agli Esteri di una percentuale modesta eppure coincidente, più o meno, con la distanza che separa Fitto (centrodestra) da Emiliano, il presidente uscente del centrosinistra costretto alla rincorsa.
Si avverte un senso di ansia crescente nel Pd e le parole di Bettini lo confermano. Ma non tutta la diagnosi è convincente. Lo è…
L'esempio più volte evocato della candidatura di Scalfarotto in Puglia è emblematico: i sondaggi accreditano il renziano sottosegretario agli Esteri di una percentuale modesta eppure coincidente, più o meno, con la distanza che separa Fitto (centrodestra) da Emiliano, il presidente uscente del centrosinistra costretto alla rincorsa.
Si avverte un senso di ansia crescente nel Pd e le parole di Bettini lo confermano. Ma non tutta la diagnosi è convincente. Lo è…
Sul Manifesto di ieri Goffredo Bettini, consigliere e ispiratore di Zingaretti, aggiungeva qualcosa alla lettera, peraltro esplicita, del segretario pubblicata da Repubblica. L'attacco è a Renzi, il "guascone", il sabotatore dell'intesa strategica tra Pd e Cinque Stelle: Renzi che a differenza di Calenda, ricorda Bettini, è a pieno titolo nel governo ma non rinuncia a indebolirlo insieme alla coalizione. Anche e soprattutto in vista delle elezioni regionali.
L'esempio più volte evocato della candidatura di Scalfarotto in Puglia è emblematico: i sondaggi accreditano il renziano sottosegretario agli Esteri di una percentuale modesta eppure coincidente, più o meno, con la distanza che separa Fitto (centrodestra) da Emiliano, il presidente uscente del centrosinistra costretto alla rincorsa.
Si avverte un senso di ansia crescente nel Pd e le parole di Bettini lo confermano. Ma non tutta la diagnosi è convincente. Lo è la descrizione di un partito e di un gruppo dirigente che combattono una solitaria battaglia per la sopravvivenza. Un Pd e un gruppo di vertice che si son fatti carico delle maggiori responsabilità nell'ultimo anno e che adesso rischiano di pagare il prezzo più amaro all'eventuale sconfitta. I 5S nelle Regioni hanno meno da perdere - a parte vedere come si volatilizzano i loro consensi - e inoltre sono pronti a intestarsi tutti i "Sì" del referendum costituzionale.
Il Pd invece è il partito del governo locale e nazionale: una sconfitta nelle Regioni (cioè in Puglia e non parliamo della Toscana, ipotesi tuttora poco verosimile) non potrà non rispecchiarsi sul governo centrale. Ma prima ancora sarà il detonatore di una crisi interna.
Tutti conoscono la verità di questa fotografia. Eppure l'errore, indice dello smarrimento crescente, consiste nello scaricare tutte le colpe su Renzi, il grande mestatore. Il senatore di Scandicci, è palese, si agita per tornare a contare qualcosa, ma il vero problema di Zingaretti è l'ambiguità dell'alleanza con i Cinque Stelle. Questa ambiguità, e non l'abilità manovriera di Renzi, è il vero tallone d'Achille del centrosinistra. Il quale non a caso l'estate scorsa, dopo la caduta del Conte 1, era guardingo all'inizio sull'opportunità di stringere un patto di ferro con i grillini. Alla fine si è imboccata questa strada, rinunciando a sfidare la destra nelle urne, ma il bilancio politico è tutt'altro che positivo per il gruppo del Nazareno. Le Regioni sono in bilico e il referendum, che di sicuro non sarà un plebiscito a favore del "Sì", lacera la sinistra. Un tempo si sarebbe detto che tutte le contraddizioni si scaricano dentro il Pd. Un'espressione che rende l'idea.
Il punto è che la minaccia di elezioni anticipate è ben poco credibile. Se l'anno scorso si temeva di far vincere la destra, a maggior ragione quella paura avrebbe un fondamento oggi, se l'esito delle Regionali fosse negativo per il Pd. Del resto, se il centrosinistra avesse la forza e la determinazione per interrompere la legislatura - ipotesi che comunque non è gradita al Quirinale - ne avrebbe altrettanta per sostituire il premier Conte senza portare alle urne il Paese nel pieno della recessione economica. La verità è che ogni speculazione è prematura prima del 21 settembre. Ed è evidente che il Pd si avvicina a quella data consapevole che si tratta di un passaggio cruciale, ma senza le idee chiare sul dopo.
L'esempio più volte evocato della candidatura di Scalfarotto in Puglia è emblematico: i sondaggi accreditano il renziano sottosegretario agli Esteri di una percentuale modesta eppure coincidente, più o meno, con la distanza che separa Fitto (centrodestra) da Emiliano, il presidente uscente del centrosinistra costretto alla rincorsa.
Si avverte un senso di ansia crescente nel Pd e le parole di Bettini lo confermano. Ma non tutta la diagnosi è convincente. Lo è la descrizione di un partito e di un gruppo dirigente che combattono una solitaria battaglia per la sopravvivenza. Un Pd e un gruppo di vertice che si son fatti carico delle maggiori responsabilità nell'ultimo anno e che adesso rischiano di pagare il prezzo più amaro all'eventuale sconfitta. I 5S nelle Regioni hanno meno da perdere - a parte vedere come si volatilizzano i loro consensi - e inoltre sono pronti a intestarsi tutti i "Sì" del referendum costituzionale.
Il Pd invece è il partito del governo locale e nazionale: una sconfitta nelle Regioni (cioè in Puglia e non parliamo della Toscana, ipotesi tuttora poco verosimile) non potrà non rispecchiarsi sul governo centrale. Ma prima ancora sarà il detonatore di una crisi interna.
Tutti conoscono la verità di questa fotografia. Eppure l'errore, indice dello smarrimento crescente, consiste nello scaricare tutte le colpe su Renzi, il grande mestatore. Il senatore di Scandicci, è palese, si agita per tornare a contare qualcosa, ma il vero problema di Zingaretti è l'ambiguità dell'alleanza con i Cinque Stelle. Questa ambiguità, e non l'abilità manovriera di Renzi, è il vero tallone d'Achille del centrosinistra. Il quale non a caso l'estate scorsa, dopo la caduta del Conte 1, era guardingo all'inizio sull'opportunità di stringere un patto di ferro con i grillini. Alla fine si è imboccata questa strada, rinunciando a sfidare la destra nelle urne, ma il bilancio politico è tutt'altro che positivo per il gruppo del Nazareno. Le Regioni sono in bilico e il referendum, che di sicuro non sarà un plebiscito a favore del "Sì", lacera la sinistra. Un tempo si sarebbe detto che tutte le contraddizioni si scaricano dentro il Pd. Un'espressione che rende l'idea.
Il punto è che la minaccia di elezioni anticipate è ben poco credibile. Se l'anno scorso si temeva di far vincere la destra, a maggior ragione quella paura avrebbe un fondamento oggi, se l'esito delle Regionali fosse negativo per il Pd. Del resto, se il centrosinistra avesse la forza e la determinazione per interrompere la legislatura - ipotesi che comunque non è gradita al Quirinale - ne avrebbe altrettanta per sostituire il premier Conte senza portare alle urne il Paese nel pieno della recessione economica. La verità è che ogni speculazione è prematura prima del 21 settembre. Ed è evidente che il Pd si avvicina a quella data consapevole che si tratta di un passaggio cruciale, ma senza le idee chiare sul dopo.