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Animalia. Quella pulce è una star. Parola di premio Nobel

A occhio nudo appaiono come semplici puntini neri ma, come racconta il famoso biologo austriaco Karl von Frisch nel suo Dodici piccoli coinquilini, il corpo di questi insetti è molto complesso. A partire dalle zampe, che permettono ai piccoli parassiti di fare salti giganteschi rispetto alla loro dimensione. Questi esseri hanno affascinato autori come Primo Levi e Balzac che ne hanno raccontato caratteristiche e "sentimenti". Senza dimenticare il loro passato da protagonisti del circo. In miniatura, ovviamente
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Uno dei più bei libri sui parassiti domestici l’ha scritto Karl von Frisch ed è stato pubblicato in Germania nel 1976 quando l’autore aveva già novant’anni, essendo nato nel 1886 a Vienna. S’intitola Dodici piccoli coinquilini e con ogni probabilità fa il verso al famoso romanzo di Agatha Christie, Dieci piccoli indiani, uscito in volume nel 1939. Lo zoologo austriaco, vissuto gran parte della sua vita a Monaco, nel 1973 aveva vinto il Premio Nobel per le sue scoperte sul linguaggio delle api, e per questo è ricordato ancora oggi nei libri scolastici. Non è stato solo uno specialista di questo particolare insetto così amato per la produzione di miele e di cera. Nel 1923, quando aveva trentasette anni, von Frisch s’era applicato allo studio dei pesci e aveva dimostrato che, non solo possiedono l’udito, ma emettono anche suoni. Aveva addestrato in un acquario un pesce gatto cieco a uscire dal suo rifugi…
Uno dei più bei libri sui parassiti domestici l’ha scritto Karl von Frisch ed è stato pubblicato in Germania nel 1976 quando l’autore aveva già novant’anni, essendo nato nel 1886 a Vienna. S’intitola Dodici piccoli coinquilini e con ogni probabilità fa il verso al famoso romanzo di Agatha Christie, Dieci piccoli indiani, uscito in volume nel 1939. Lo zoologo austriaco, vissuto gran parte della sua vita a Monaco, nel 1973 aveva vinto il Premio Nobel per le sue scoperte sul linguaggio delle api, e per questo è ricordato ancora oggi nei libri scolastici. Non è stato solo uno specialista di questo particolare insetto così amato per la produzione di miele e di cera. Nel 1923, quando aveva trentasette anni, von Frisch s’era applicato allo studio dei pesci e aveva dimostrato che, non solo possiedono l’udito, ma emettono anche suoni. Aveva addestrato in un acquario un pesce gatto cieco a uscire dal suo rifugio e a correre in superficie appena sentiva un preciso fischio. Il saggio fu pubblicato su una rivista scientifica con un titolo ben poco accademico: Di un pesce gatto che accorre quando si fischia.

Il libro sui “coinquilini” è stato tradotto in italiano nel 1981 da Mondadori (traduzione italiana di Patrizia d’Alessio) e da allora mai più ristampato, nonostante sia uno dei libri più chiari, spiritosi e profondi dedicati agli insetti (ragni compresi, che però insetti non sono). Von Frisch sa scrivere, come ricorda nella sua prefazione Leo Pardi, professore di etologia a Firenze, la prima cattedra istituita in Italia quando l’etologia cominciava a essere conosciuta attraverso la traduzione delle opere di Konrad Lorenz, vincitore con von Frisch del Nobel per la Biologia. Il terzo vincitore di quell’anno, il 1973, fu l'olandese Nikolaas Tinbergen per i suoi studi sull’istinto animale; collaboratore di Konrad Lorenz, Tinbergen passò due anni in un campo di concentramento tedesco, cosa che lo portò a rompere per diverso tempo con il suo maestro, che invece aveva aderito al nazismo divenendo membro del partito.

I coinquilini del libro di von Frisch sono dei parassiti domestici: mosca domestica, zanzara, pulce, cimice dei letti, pidocchio, tignola dei panni, blatta comune, pidocchio delle piante, formica lepisma, ragno, zecca. Lo zoologo viennese possiede una prerogativa che gli deriva dell’essere stato uno dei padri fondatori della fisiologia comparata: mette continuamente a confronto questi insetti con gli esseri umani, non in astratto, bensì confrontando i vari aspetti fisici (similitudini e differenze): sistema olfattivo, cuore e sistema cardiocircolatorio, dimensioni, funzioni alimentari, eccetera.

Oggi il tema dell’ibrido è di gran moda; si parla di ibridazione tra l’uomo e gli animali e anche tra l’uomo e le piante. Primo Levi ne ha scritto in modo esemplare sia nei suoi racconti sia negli articoli pubblicati su giornali e riviste. Ma basta rileggere i grandi scienziati dell’Ottocento e del Novecento per trovare che proprio dalla fisiologia comparata vengono molte indicazioni per comprendere come e perché gli esseri umani siano degli ibridi biologici. Von Frisch ci aiuta a guardare il mondo degli insetti con occhio differente, meno antropocentrico. Dei suoi insetti ne ho scelti due, che mi paiono particolarmente interessanti e su cui lo zoologo viennese ci dà interessanti informazioni: la pulce e la zecca (di cui parlerò nel prossimo appuntamento con questa rubrica). Comincerò quindi con la pulce.

L’uomo, scrive lo zoologo, ha posto i vertebrati in cima al sistema dei viventi e continua a considerarsi il coronamento della creazione e pensa, più o meno consapevolmente, che gli insetti non siano riusciti ad andare oltre. Sulla Terra ci sono circa 7.000 specie di vertebrati e 1.000.000 di differenti specie d’insetti (i dati citati da von Frisch risalgono alla metà degli anni Settanta). Inoltre, tre quarti delle specie animali conosciute sono insetti. Tutto questo qualcosa vorrà pur dire. La natura nel manifestare la sua fantasia creativa ha dato loro la preferenza, e li ha dotati di un numero senza paragoni. Scrive lo zoologo: “Cosa è mai una metropoli, cosa sono i giganteschi banchi di aringhe in confronto agli insetti che affollano un bosco! Formicaio dopo formicaio, vi si allineano i nidi a monticello della formica rossa, ognuno con centinaia di migliaia di abitanti; nelle corone degli alberi questi spiritelli indaffarati ronzano e brulicano, s’industriano sotto il muschio e a ogni passo l’occhio attento s’imbatte in essi o nelle loro tracce. Ma i più passano distrattamente senza accorgersi di nulla”.

La pulce è un insetto strano, a partire dal punto di vista classificatorio. Se la classe dei ditteri possiede un solo paio di ali, come si può classificare la pulce che non ne possiede? Gli studiosi non sono molto concordi nel classificare questo insetto. Von Frisch parla dell’ordine degli Afanitteri, mentre il naturalista inglese Michael Chinery, nel suo vasto catalogo degli insetti europei, la
include nell’ordine Siphonaptera, proprio sulla base della loro assenza di ali. In verità in origine, 60 milioni di anni fa, gli antenati della pulce, o Siphonaptera, le ali le avevano, ma la capacità di saltare raggiunta in seguito ha finito per cancellate l’apparato alare. Anche sull’origine della pulce c’è una discussione in corso: vengono dai coleotteri o dall’ordine dei Rincoti, come la cimice? Ora sembra si sia raggiunto un accordo tra gli studiosi nel farla derivare dalla mosca.

Le pulci difficilmente si vedono a occhio nudo. Se le si individua, la loro immagine è prima di tutto quella di un punto nero. Solo con il microscopio le si scorge bene. Vivono per lo più dentro il pelo degli animali – cani, gatti, topi e altri mammiferi – o tra le piume degli uccelli, così che quelle che ci troviamo addosso noi umani, ad esempio la Pulex irritans, sono una minoranza tutto sommato trascurabile. Ci sarebbero 1.800 specie diverse, di cui solo un centinaio si trova in Europa. Il loro corpo è evoluto in modo da potersi spostare in modo agevole dentro un fitto bosco di peli e piume: appiattite lateralmente possiedono una testa che è come la chiglia d’una nave che fende le onde; hanno una proboscide perforante retrattile e non possiedono protuberanze che le possano far impigliare nel pelo delle loro vittime.

L’aspetto davvero interessante è quello dell’ultimo paio di zampe, preposte al salto: una pulce salta in alto fino a 10 centimetri e in lungo 30 centimetri; su scala umana equivalgono a 100 metri in alto e 300 metri in lungo. Proprio su questo aspetto, che è poi quello che definisce la pulce, si è soffermato Primo Levi in un suo articolo, Il salto della pulce. Levi nota che la potenza per un simile balzo non può essere fornita da nessun muscolo, e tanto meno dal muscolo d’un insetto. La pulce deve saltate “a freddo” e compiere la sua muta in ambienti spesso non riscaldati, come sono i pavimenti delle nostre case; inoltre, appena emerge dallo stato larvale, le occorre il nutrimento del sangue. Per questa ragione l’evoluzione ha escogitato, attraverso prove ed errori nel corso di milioni di anni, un sistema perfetto: ha riconvertito la potente muscolatura dei suoi antenati volanti e l’ha connessa a un “sistema di accumulo elastico di energia meccanica”: “sostanzialmente, un meccanismo di tensione, sgancio e scatto simile a quello della balestra di un tempo, o del fucile a molla usato oggi dai subacquei. L’organo deformabile elasticamente, analogo alla molla del fucile e all’arco della balestra, è costituito da una proteina pressoché unica nel regno animale, simile alla gomma ma dalle prestazioni molto migliori. In questo modo, l’energia necessaria per il salto istantaneo e prodigioso viene accumulata durante una fase preparatoria più lenta: tra un salto e l’altro, la pulce deve 'raccogliersi', riaccumulare energia nelle sue molle; ma anche per queste pause le bastano pochi decimi di secondo. È questo il segreto che permette all’insetto di saltare anche in ambienti freddi, e di saltare così alto e così lontano”, scrive Primo Levi.

Von Frisch aggiunge che la pulce possiede un particolare tendine costituito da una proteina, la resilina, che possiede un'elasticità superiore a quella di qualsiasi tessuto elastico. In compenso ha una capacità di visione molto limitata e percepisce i nostri movimenti probabilmente dal gioco delle ombre. Al contrario, l’olfatto è assai sviluppato. Si trova posizionato, come in molti altri insetti, nelle antenne e deve essere assai sensibile, se è vero che, come racconta Levi nel suo articolo, a Mosca esiste nel museo del Cremlino un aggeggio indossato dalle dame della corte dello zar che conteneva dei cerchi muniti di tubetti di porcellana, dove venivano messi dei cucchiaini di miele. Passando di panno in panno, le pulci erano attirate dall’odore e finivano invischiate nel miele. Queste microscopiche creature sono attirate anche dall’odore dei corpi umani, tanto da manifestare una predilezione per uno o per un altro. Lo zoologo viennese lo racconta parlando di un “esperimento” notturno che lui e un amico compivano per eliminare le pulci della loro camera nel corso della permanenza a Napoli presso la Stazione Zoologica della città negli anni Venti del Novecento: l’amico attirava molte più pulci nella sua camicia da notte rispetto a Karl von Frisch.

Un altro aspetto interessante è quello del concerto d’amore delle pulci. Come fanno a incontrarsi le pulci per figliare? Non è facile dentro il folto pelo di un cane, per non parlare del pavimento d’una casa. E allora? Emettono un suono, come i grilli o le cavallette. Possiedono infatti un minuscolo apparato stridulatorio: alla radice delle zampe posteriori ci sono file di minuscoli aculei che, attraverso determinati movimenti, vanno a percuotere sottili anelli trasversali posti sull’addome, proprio come le dita umane pizzicano le corde di un’arpa. Sembra che l’orecchio umano non riesca a sentirli come invece succede con il concerto dei grilli d’estate. Forse per farlo ci vuole un orecchio da pulce, tuttavia sino a ora non sembra stato ancora individuato un orecchio nell’insetto.

Sulla passione amorosa delle pulci c’è un testo di Balzac contenuto in Les Contes Drolatiques (Le sollazzevoli storie), di cui riferisce Levi: “Le suore del gaio monastero di Poissy spiegano a una candida novizia come si deve operare per distinguere se la pulce catturata sia maschio, femmina o vergine, ma trovare una pulce vergine è rarissimo, poiché queste bestie sono scostumate, sono tutte sgualdrine assai lascive, che si danno al primo venuto”. Un aspetto che non ci si aspetterebbe da questo insetto in apparenza così solitario. Giovanni Berlinguer, fratello del più noto uomo politico Enrico, ha descritto l’attività sessuale di questo insetto in un suo libro, Le mie pulci (Utet), opera che forse avrebbe interessato le suore di Balzac. Per prima cosa l’attività sessuale della pulce si svolge in sintonia con quella dell’animale su cui alloggia; il maschio e la femmina si uniscono solo quando lo fanno gli animali ospitanti, ad esempio i conigli. Berlinguer scrive che il pene maschile misura oltre un terzo del corpo, e l’accoppiamento dura dalle tre alle nove ore. Quando il maschio afferra la femmina, più grande di dimensioni, immette in lei lo sperma, che viene conservato nella spermateca, la banca dello sperma della femmina, consentendo così a uno spermatozoo alla volta di fecondare centinaia di uova.

Un altro aspetto del nostro rapporto con questo insetto è l’esistenza di suoi collezionisti, come Nathaniel Charles Rothschild, specializzato nello studio delle pulci all’inizio dell’Ottocento. Rothschild era andato a raccoglierle fino in Egitto nella Valle del Nilo, e ha fondato un museo dedicato a loro con un lascito annuo in denaro che dura ancora. Nathaniel Charles, come dice il suo cognome, era l’erede della celebre famiglia di banchieri. Sia dal libro di von Frisch, sia da quello di Berlinguer, come dalle opere di Danilo Mainardi (Lo zoo aperto I e II, Rizzoli), apprendiamo dell’esistenza nell’Ottocento e nel Novecento di vari circhi delle pulci. Che questo spettacolo sia stato non raro ne testimonia Charlie Chaplin in Luci della città (1931) e il film La morte del direttore del circo delle pulci del regista svizzero Thomas Koerfer del 1973. Nel web c’è ancora oggi un filmato molto esplicativo: si scorgono gli esercizi compiuti dalle pulci e i sistemi per la loro cattura e l’addestramento. Von Frisch li descrive a parole e attraverso un disegno del libro. Si tratta di esempi tratti dal circo di Carl Hagenbeck, un commerciante tedesco di animali selvaggi, che riforniva gli zoo europei tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, specialista anche nell’addestrare le pulci, e del Circo Sarrasani, fondato nel 1901, che ha avuto sede a Dresda, dotato anche questo di un numero delle pulci.

Il vero artista, dice von Frisch, non è la pulce, ma il suo padrone-addestratore, che è riuscito a cingere il torace dell’insetto con un sottilissimo filo di rame o d’argento. Grazie a questo collare-catena nei circhi i minuscoli animali trascinavano carrozze, vorticavano su giostre, o danzavano in tutù. Alla fine il domatore compensava la sua pulce facendola ristorare sul proprio braccio dove prelevava una porzione del suo sangue.

Chissà cosa direbbero oggi gli animalisti di questi spettacoli? Gli strumenti per tenerle lontane dagli animali domestici, e dall’uomo, sono oggi di tipo ecologico, ma la lotta alle pulci è sempre stata molto importante. Non dobbiamo dimenticarci infatti che è tramite le pulci dei ratti che in Europa si è diffusa la peste, tra cui la terribile peste nera del Trecento, che decimò gran parte della popolazione del Continente. Affascinante e temibile insieme, la pulce è quello che si definisce un parassita. Ma prima di gettarle il crucifige e di metterla al bando, consiglio di leggere la lode dei parassiti pronunciata da Primo Levi nel suo scritto ora raccolto in L’altrui mestiere (Einaudi). Fa molto riflettere.