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(reuters)

I peccati di Berlino

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Il semestre a guida tedesca dell'Unione si incrocia con quello che Le Monde ha chiamato "il lento risveglio geopolitico" della Germania e Lucio Caracciolo ha più esplicitamente definito come ambizione al ruolo di potenza internazionale.

Servirà questa concomitanza anche a dare finalmente più corpo alla tuttora latitante politica estera dell'Unione? In realtà, alto è il rischio che le mosse e gli interessi di Berlino possano avere effetti contraddittori e divergenti nella gestione delle questioni più calde oggi sul tavolo: dal dossier Bielorussia ai venti di guerra che il sultano di Ankara fa soffiare nel Mediterraneo orientale. In entrambi i casi, infatti, la Germania non arriva vergine alla prova ma zavorrata da scelte pregresse non poco imbarazzanti.

Nella vicenda bielorussa il vero interlocutore non è il dittatore di Minsk, Alexander Lukashenko, ma il suo lord protettore, Vladimir Putin. Quello stesso ras del Crem…
Il semestre a guida tedesca dell'Unione si incrocia con quello che Le Monde ha chiamato "il lento risveglio geopolitico" della Germania e Lucio Caracciolo ha più esplicitamente definito come ambizione al ruolo di potenza internazionale.

Servirà questa concomitanza anche a dare finalmente più corpo alla tuttora latitante politica estera dell'Unione? In realtà, alto è il rischio che le mosse e gli interessi di Berlino possano avere effetti contraddittori e divergenti nella gestione delle questioni più calde oggi sul tavolo: dal dossier Bielorussia ai venti di guerra che il sultano di Ankara fa soffiare nel Mediterraneo orientale. In entrambi i casi, infatti, la Germania non arriva vergine alla prova ma zavorrata da scelte pregresse non poco imbarazzanti.

Nella vicenda bielorussa il vero interlocutore non è il dittatore di Minsk, Alexander Lukashenko, ma il suo lord protettore, Vladimir Putin. Quello stesso ras del Cremlino con il quale Angela Merkel si è legata energeticamente mani e piedi con il raddoppio del gasdotto Nord Stream. Quanto alle scorrerie di Erdogan nelle acque di confine con l'Unione europea va ricordato che è pur sempre stata l'attuale "kanzlerin" a sottoscrivere un accordo sui migranti che ha regalato al Mussolini di Ankara una potente arma di ricatto verso l'Europa. C'è, in verità, qualche non piccola differenza nella ricerca di soluzioni per i due casi. In Bielorussia l'Europa non può immaginare di dare una doverosa risposta alle richieste di sostegno che vengono da una popolazione estenuata dalla tirannia aiutando l'insediarsi a Minsk di un governo ostile a Mosca. Coltivare un simile sproposito non solo sarebbe contro la storia di quella regione ma anche contro la realtà degli attuali rapporti di forza. Oltre tutto, spingerebbe Putin a sostenere Lukashenko indefinitamente anziché provvedere alla sua sostituzione con una figura meno impresentabile.

Qui, paradossalmente, il vincolo energetico che lega Berlino a Mosca potrebbe agire in senso positivo orientando la diplomazia tedesca verso la ricerca della meno sfavorevole fra le soluzioni possibili. Non così, viceversa, per il contenzioso con la Turchia. Le mani che Erdogan sta allungando sul Mediterraneo sono particolarmente minacciose perché appartengono a un personaggio che ha esautorato all'interno del suo Paese ogni opposizione civile e politica, che perseguita sistematicamente il dissenso, che predica il fanatismo religioso, che eccita le folle dei sostenitori indicando esplicitamente la volontà di ricorrere alla forza militare per raggiungere i suoi obiettivi in casa altrui. Un personaggio, insomma, di totale inaffidabilità politica che lancia ormai una provocazione al giorno contro l'Europa per saggiarne il livello di resistenza.

Emmanuel Macron è stato il primo (per diversi giorni l'unico) in Europa a reagire con l'invio di un paio di fregate a sostegno della marina greca quando le navi turche si sono mosse in acque contestate. Un messaggio chiaro: attenzione Erdogan, qui è in campo una potenza che ha il diritto di veto all'Onu e che possiede l'arma nucleare. A Berlino la coda di paglia dell'intesa sui migranti ha subito tremato e così al vertice dei ministri degli Esteri la montagna europea ha partorito il consueto topolino: il dossier Turchia è rinviato al Consiglio dei governi del 24/25 settembre. "Vogliamo dare una chance al dialogo" si è giustificato l'alto commissario Borrell. Dopo più di ottant'anni il virus Monaco 38 continua a contagiare le democrazie europee.