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Il catalogo delle nuove paure

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Questa sera sarò a Ostia antica, a raccontare le emozioni umane. E mai l'ho fatto più volentieri, perché mai come adesso, ai nastri di ri-partenza di un settembre fitto di nebbie, ci sforziamo di tenere il polso ai nostri stati d'animo, ai sobbalzi degli umori, all'ottovolante del senso di sé.

Non so se i numeri del contagio tratterranno il pubblico dal venire a sentirmi, quello che so è che avrebbe molto senso trovarci insieme, proprio adesso, a cercare il giusto nome per le emozioni che ci inondano. D'altra parte non credo di essere il solo a registrare un caos nel nostro linguaggio emotivo, da molto tempo (ben prima del Covid): confondiamo la felicità con la realizzazione, la tristezza con la frustrazione, la gioia con l'adrenalina, la paura con l'ansia. Ed è un bel guaio, perché le emozioni sono il nostro modo innato di replicare agli stimoli della realtà.

Come funziona, per esempio, in fondo …
Questa sera sarò a Ostia antica, a raccontare le emozioni umane. E mai l'ho fatto più volentieri, perché mai come adesso, ai nastri di ri-partenza di un settembre fitto di nebbie, ci sforziamo di tenere il polso ai nostri stati d'animo, ai sobbalzi degli umori, all'ottovolante del senso di sé.

Non so se i numeri del contagio tratterranno il pubblico dal venire a sentirmi, quello che so è che avrebbe molto senso trovarci insieme, proprio adesso, a cercare il giusto nome per le emozioni che ci inondano. D'altra parte non credo di essere il solo a registrare un caos nel nostro linguaggio emotivo, da molto tempo (ben prima del Covid): confondiamo la felicità con la realizzazione, la tristezza con la frustrazione, la gioia con l'adrenalina, la paura con l'ansia. Ed è un bel guaio, perché le emozioni sono il nostro modo innato di replicare agli stimoli della realtà.

Come funziona, per esempio, in fondo in fondo, la paura? Semplicemente: come i radar. C'è una parte antichissima del nostro cervello che reagisce non appena una novità si inserisce nel nostro cerchio esistenziale, e se quella novità si annuncia ostile (o senza arrivare a tanto, basta che incarni un'incognita), ecco che noi scattiamo in allarme. Si innesca così, fisiologicamente, il meccanismo ancestrale di difesa che da sempre tiene gli uomini lontani dal pericolo, scatenando un immediato rilascio di sostanze chimiche che ci predispongono alla fuga e alla lotta. Ecco perché il tema della paura diventa fondamentale, in questi nostri giorni di pandemia: l'intero ingranaggio del nostro "percepire-reagire" si basa sui cinque sensi che scrutano di continuo i dintorni alla ricerca di potenziali nemici, solo che essi sono del tutto inibiti con il minuscolo, inafferrabile virus.

Finiamo così per vagare in balia della somma incertezza, con addosso uno stato di perenne sovreccitazione, alternando la paura cieca del contagio (potremmo chiamarla fase del "mio nemico è ovunque") al totale oblio del rischio (la fase opposta de "il mio nemico non lo vedo quindi non esiste").

Ma proprio questo è il nucleo del problema: mentre il negazionista sbaglia a rifiutarsi di percepire una minaccia solo perché sta al di là delle sue antenne sensoriali, anche l'atteggiamento di chi si mura nel panico è privo di logica, perché le precauzioni igieniche bastano a contenere di gran lunga i rischi di ammalarsi. È anch'essa una prova di quanto travolgenti e irrazionali siano i nostri stati d'animo, e quanto spesso si basino su una deformata lettura dell'oggettività. Creiamo mostri laddove ci sono solo ombre, e magari annacquiamo nell'abitudine ciò che davvero è una minaccia alla sopravvivenza, per cui tremiamo di terrore all'insidia del migrante ma ci lasciamo sprofondare nell'abbraccio dello stress o della nicotina o dell'alcol, del sovrappeso e della sedentarietà.

Quanto raccontano di noi, le moderne fobie? Moltissimo. Sono uno specchio della politica, dei costumi, dei valori, di quel disequilibrio cronico che sta fra l'individuo e la comunità. Ne ho censite fra le più sorprendenti, e non mi stupisce che a ogni latitudine il pubblico rida di gusto mentre le elenco. Si parte con l'allodoxafobia (paura di trovare chi non la pensa come te), per arrivare alla filofobia (paura che qualcuno ti si affezioni), senza tralasciare la ritifobia (paura di scoprirsi nuove rughe) e l'isolofobia (paura di restare isolati). Le mie preferite in assoluto? L'epistemofobia (paura di capire) e la tropofobia (paura di tutti i cambiamenti). Ci sono illustri pareri scientifici sul fatto che lo smart working abbia sviluppato moltissimi casi di cyberfobia (la paura del computer), dovuta al fatto che monitor e tastiera diventerebbero metafora dell'ansia da prestazione. Chissà se sia vero. Di fatto, la tecnologia ci spinge anche all'esatto opposto, e dunque voilà la nomophofobia (paura di leggere sullo smartphone "no-mobile-phone", ovvero assenza di segnale). Ma la lista potrebbe continuare a lungo. Io più la rileggo e più mi convinco che ci sia un legame forte fra ciò di cui tremiamo e ciò che all'apparenza rifiutiamo, scartandolo per qualsiasi motivo.

Siamo tutti sottilmente affetti da soteriofobia, cioè la paura di essere dipendenti da qualcuno, e nel rapporto con gli altri identifichiamo ormai più una gabbia che un rifugio. Abbiamo liquidato il presunto diverso in nome di una spasmodica tutela dell'identità di gruppo, ma solo adesso inizia a emergere una terrificante presunzione di poter ergere l'individuo a entità autarchica, divina, priva di nessi e vincoli con chiunque, simile o diverso che sia. In questo senso, il virus è stato provvidenziale, offrendoci a caro prezzo il sempre notevole pregio della chiarezza: ciascuno è potenzialmente untore, ciascuno è in teoria nemico e quindi minaccia. Benvenuti nel Terzo Millennio.