Ferrari, un disastro che nasce da lontano
Marco Mensurati , di MARCO MENSURATIIl 13° e il 17° posto sulla griglia di Monza sono l'effetto a lungo termine di un errore commesso dal Cavallino negli anni dal 2008 al 2014, quelli del dopo Schumacher, quando la F1 imboccò la strada del motore ibrido
Gli inglesi amano ripetere che la Formula 1 è uno sport per appassionati e non per tifosi, termine che infatti la stampa anglosassone usa spesso, non senza un po' di alterigia, come sinonimo di "ferrarista". Ecco, nel giorno peggiore degli ultimi anni, uno dei più oscuri nell'intera storia del Cavallino, sarebbe utile ripartire da questo concetto, mettere da parte la pur comprensibile frustrazione del tifoso e analizzare i fatti con la freddezza, la lucidità e l'onestà intellettuale dell'appassionato. Così facendo si potrebbe liquidare la tentazione grossolanamente calcistica di pretendere le dimissioni di Mattia Binotto e riconoscere che il disastro a cui stiamo assistendo - e a cui verosimilmente assisteremo nei prossimi mesi - arriva da lontano e ha cause più profonde che non quelle relative a una macchina progettata male e costruita peggio. Il 13° e il 17° posto sulla griglia di Monza sono l'effetto a …
Gli inglesi amano ripetere che la Formula 1 è uno sport per appassionati e non per tifosi, termine che infatti la stampa anglosassone usa spesso, non senza un po' di alterigia, come sinonimo di "ferrarista". Ecco, nel giorno peggiore degli ultimi anni, uno dei più oscuri nell'intera storia del Cavallino, sarebbe utile ripartire da questo concetto, mettere da parte la pur comprensibile frustrazione del tifoso e analizzare i fatti con la freddezza, la lucidità e l'onestà intellettuale dell'appassionato. Così facendo si potrebbe liquidare la tentazione grossolanamente calcistica di pretendere le dimissioni di Mattia Binotto e riconoscere che il disastro a cui stiamo assistendo - e a cui verosimilmente assisteremo nei prossimi mesi - arriva da lontano e ha cause più profonde che non quelle relative a una macchina progettata male e costruita peggio. Il 13° e il 17° posto sulla griglia di Monza sono l'effetto a lungo termine di un errore commesso dalla Ferrari negli anni dal 2008 al 2014, quelli del dopo Schumacher, quando la F1 imboccò la strada del motore ibrido.
La Mercedes in quei sei anni convertì l'intera produzione verso quella nuova tecnologia, anzi, quella nuova filosofia. Il Cavallino, invece, rifiutò l'idea. Non capì che il mondo stava andando da quella parte. E si rifiutò di saltare l'ostacolo. Lasciando alla concorrenza sei anni di vantaggio, sei anni di studi, di progetti, di investimenti, in un settore - quello dell'automotive - che non consente alcun tipo di ritardo. Tutto quello che abbiamo visto dal 2014 - primo anno dell'epoca ibrida - ad oggi è stato solo lo spettacolo feroce della lotta impari tra chi aveva capito per tempo e chi non aveva capito. L'inseguimento della Ferrari è stato disperato, e sempre vano. L'equilibrio che di tanto in tanto ci sembrava di intravedere era solo l'effetto di una sorta di impostura, in soldoni: era la Mercedes che giocava al gatto col topo. Lo è stato anche lo scorso anno, quando nel tentativo di colmare il gap, Binotto e i suoi progettisti hanno spinto l'innovazione motoristica forse al di là dei regolamenti, e sono stati sanzionati dalla Fia la cui punizione - sotto forma di accordo - ha finito di soffocare ogni residua ambizione di Maranello. È partendo da questa ricostruzione che bisogna analizzare il momento drammatico della Ferrari. Limitarsi a incolpare Binotto o qualunque altro capro espiatorio avrebbe il valore paradossale di una sottostima e sarebbe l'anticamera di un'ennesima incomprensione. Meglio accettare la realtà e ammettere che il gap con la concorrenza arriva da lontano. E non ha un solo padre.
La Mercedes in quei sei anni convertì l'intera produzione verso quella nuova tecnologia, anzi, quella nuova filosofia. Il Cavallino, invece, rifiutò l'idea. Non capì che il mondo stava andando da quella parte. E si rifiutò di saltare l'ostacolo. Lasciando alla concorrenza sei anni di vantaggio, sei anni di studi, di progetti, di investimenti, in un settore - quello dell'automotive - che non consente alcun tipo di ritardo. Tutto quello che abbiamo visto dal 2014 - primo anno dell'epoca ibrida - ad oggi è stato solo lo spettacolo feroce della lotta impari tra chi aveva capito per tempo e chi non aveva capito. L'inseguimento della Ferrari è stato disperato, e sempre vano. L'equilibrio che di tanto in tanto ci sembrava di intravedere era solo l'effetto di una sorta di impostura, in soldoni: era la Mercedes che giocava al gatto col topo. Lo è stato anche lo scorso anno, quando nel tentativo di colmare il gap, Binotto e i suoi progettisti hanno spinto l'innovazione motoristica forse al di là dei regolamenti, e sono stati sanzionati dalla Fia la cui punizione - sotto forma di accordo - ha finito di soffocare ogni residua ambizione di Maranello. È partendo da questa ricostruzione che bisogna analizzare il momento drammatico della Ferrari. Limitarsi a incolpare Binotto o qualunque altro capro espiatorio avrebbe il valore paradossale di una sottostima e sarebbe l'anticamera di un'ennesima incomprensione. Meglio accettare la realtà e ammettere che il gap con la concorrenza arriva da lontano. E non ha un solo padre.