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I ministri francesi della Transizione ecologica Barbara Pompili e dell'Economia Bruno Le Maire alla presentazione del piano per l'idrogeno (afp)

Idrogeno, l’Italia non può restare indietro

È una partita di importanza analoga a quella della tv a colori: non possiamo ripetere lo stesso errore compiuto cinquant’anni fa
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Cinquant'anni fa l'Italia cominciò ad affrontare il tema della tv a colori. Per un Paese che sino a quel momento, come molti altri, aveva visto spettacoli, partite di calcio, festival, sceneggiati, tribune politiche e telegiornali in bianco e nero, era una scelta epocale. E si divise, con i partiti politici e le correnti a fare da arbitro e da giocatore, in due grandi fazioni: chi propendeva per il sistema tedesco Pal, chi per quello francese Secam. Si persero anni. Ed altri ancora furono sprecati nella testarda convinzione - sempre politica - che la tv a colori non fosse poi un'innovazione così importante e che vi si potesse quindi rinunciare; o in quella - di origine sindacale e ugualmente nociva - che comunque le famiglie degli operai non se la sarebbero potuta permettere perché costava troppo, e che quindi la pratica poteva aspettare. La scelta fu industrialmente perdente, perché mise in ginocchio l'elettronica italiana, spazzata via da …
Cinquant'anni fa l'Italia cominciò ad affrontare il tema della tv a colori. Per un Paese che sino a quel momento, come molti altri, aveva visto spettacoli, partite di calcio, festival, sceneggiati, tribune politiche e telegiornali in bianco e nero, era una scelta epocale. E si divise, con i partiti politici e le correnti a fare da arbitro e da giocatore, in due grandi fazioni: chi propendeva per il sistema tedesco Pal, chi per quello francese Secam. Si persero anni. Ed altri ancora furono sprecati nella testarda convinzione - sempre politica - che la tv a colori non fosse poi un'innovazione così importante e che vi si potesse quindi rinunciare; o in quella - di origine sindacale e ugualmente nociva - che comunque le famiglie degli operai non se la sarebbero potuta permettere perché costava troppo, e che quindi la pratica poteva aspettare. La scelta fu industrialmente perdente, perché mise in ginocchio l'elettronica italiana, spazzata via da quella tedesca. E politicamente più che miope, come dimostra il fatto che anni dopo sia arrivato sulla scena un imprenditore invece convinto della forza della tv: è grazie ad uno schermo che Silvio Berlusconi ha fondato un partito ed è stato per tre volte presidente del Consiglio.

Oggi una partita di importanza analoga la si inizia ad intravvedere sull'idrogeno. In Europa è nato un asse tra Francia e Germania per lo sviluppo dell'energia pulita, che ha proprio l'idrogeno come protagonista. Lo Stato francese mette sul tavolo 7 miliardi come base per gli investimenti, la Germania risponde con 9 miliardi. La leva finanziaria garantita dai due governi sviluppa un potenziale enorme in termini di iniziative pubbliche e private e può mettere i due paesi in posizione di vantaggio strategico, a conferma della centralità di Parigi e Berlino in termini di leadership europea su tutti i fronti. Alimentando le proprie industrie con un'energia pulita e nel medio termine più economica di quella attuale, Berlino e Parigi renderebbero ancora più competitivo il proprio sistema produttivo e quello laterale della ricerca.

L'Italia non può e non deve restare fuori da una partita troppo importante per il clima e per l'economia.

In primo luogo perché il nostro Paese è stato il primo a credere nell'idrogeno come fonte di energia pulita e ha cominciato, tramite la Snam, ad investire e sperimentare concretamente il suo uso. Nell'aprile dello scorso anno l'idrogeno è stato immesso nella rete di trasporto del gas a Contursi Terme, in provincia di Salerno, permettendo alla comunità industriale locale di ricevere energia in forma mista (metano e una percentuale di idrogeno) e di contribuire quindi ad una riduzione delle emissioni di C02. Un gesto di valore simbolico sotto il punto di vista della quantità ma enorme dal punto di vista scientifico, perché ha dimostrato che esistono soluzioni alternative tecniche praticabili rispetto a quelle attuali - largamente insufficienti - per raggiungere il miglioramento climatico. L'Italia deve mantenere il suo primato.

In secondo luogo perché l'idrogeno, che qualcuno ha definito l'internet dell'energia, è non solo una fonte pulita ma un enorme acceleratore di ricchezza per il paese che ne cavalca lo sviluppo. Uno studio presentato nei giorni scorsi a Cernobbio ha quantificato in una cifra compresa tra 22 e 37 miliardi di euro il contributo al Pil italiano che deriverebbe entro il 2050 dalla riconversione tecnologica e dal consolidamento della filiera idrogeno. Tra impatto diretto e indiretto la nuova fonte di energia potrebbe creare fino a 540mila nuovi posti di lavoro. L'Italia ne ha bisogno più di tutti in Europa.

In terzo luogo perché geograficamente siamo al posto giusto sulla via dell'energia pulita. Possiamo importare idrogeno prodotto in Nord Africa attraverso gli impianti fotovoltaici e instradarlo verso i paesi europei grazie alla nostra rete già esistente. L'Italia può diventare l'hub del continente e il rubinetto da cui passa l'energia diretta verso i grandi paesi consumatori, come Francia e Germania: un ponte infrastrutturale tra Europa e Africa. L'Italia può riconquistare un ruolo geopolitico smarrito.

Perché ciò avvenga è necessario che lo Stato sciolga i lacci che attualmente lo legano all'idea prevalente di dispensatore di sussidi e abbia il coraggio di diventare imprenditore, prendendo l'iniziativa di guidare la trasformazione. L'idrogeno ha bisogno di tubi, perché è una molecola. Ma ha bisogno anche di elettrolizzatori e di fili. I grandi campioni nazionali partecipati dallo Stato debbono allora lavorare con lo stesso passo e lo stesso obiettivo. Qualche segnale si vede. L'Enel ha definito interessante il progetto di dotare l'Ilva di Taranto di alimentazione ad idrogeno e il ministro Patuanelli ha detto di appoggiare l'idea dell'hub europeo. Alle parole debbono seguire però presto i fatti, ed il Recovery Fund può essere l'occasione di muovere le risorse verso un progetto strategico per l'energia, l'occupazione e l'ambiente. Non possiamo permetterci la frammentazione delle iniziative di sviluppo e tantomeno, come spesso accade, di non fare. Un errore che abbiamo compiuto con la tv cinquant'anni fa. Sarebbe grave ripeterlo.