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I funerali di Willy Monteiro Duarte (agf)

Non chiamatela periferia

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Per favore, siamo sinceri, davvero ci stupiamo? Stupri, pestaggi, risse si susseguono come grandinate stagionali in questo inizio di settembre in cui la cronaca nera sembra aver varcato ogni limite di efferatezza e brutalità. Ma ripeto: siamo nelle condizioni di potercene meravigliare? Il fatto che la violenza sia diventata non un'eccezione ma un linguaggio è un evento che non aveva segni premonitori ed eloquenti avvisaglie? Mi spiace, io credo di no.

Non mi stupisco affatto, non mi sorprende minimamente che mentre si celebrano i funerali di Willy a Colleferro, i verbali da Marconia di Pisticci raccontino un identico compiacimento estremo nell'ebbrezza della violenza. Intanto non si faccia l'errore di derubricare questa cronaca a fenomeno marginale, magari frutto di una abominevole provincia. Sappiamo benissimo che la matrice è identica a quella da cui discendono i bullismi e le angherie che riempiono i quartieri delle metropoli esattamente come le st…
Per favore, siamo sinceri, davvero ci stupiamo? Stupri, pestaggi, risse si susseguono come grandinate stagionali in questo inizio di settembre in cui la cronaca nera sembra aver varcato ogni limite di efferatezza e brutalità. Ma ripeto: siamo nelle condizioni di potercene meravigliare? Il fatto che la violenza sia diventata non un'eccezione ma un linguaggio è un evento che non aveva segni premonitori ed eloquenti avvisaglie? Mi spiace, io credo di no.

Non mi stupisco affatto, non mi sorprende minimamente che mentre si celebrano i funerali di Willy a Colleferro, i verbali da Marconia di Pisticci raccontino un identico compiacimento estremo nell'ebbrezza della violenza. Intanto non si faccia l'errore di derubricare questa cronaca a fenomeno marginale, magari frutto di una abominevole provincia. Sappiamo benissimo che la matrice è identica a quella da cui discendono i bullismi e le angherie che riempiono i quartieri delle metropoli esattamente come le strade dei paesi. Lo dimostra d'altra parte il fatto stesso che a Colleferro il sangue di Willy Monteiro non sia stato fatto scorrere in qualche parcheggio di un centro commerciale lontano dalle case, ma nel corso principale della cittadina. Il punto è che la violenza - quella con cui si pesta un ventunenne o si stuprano in branco due ragazze - ha cambiato il suo posizionamento all'interno del nostro codice di valori, e i primi a recepirne gli effetti sono i più giovani, coloro che passano ore e ore connessi al computer o a uno smartphone, e in quell'esistenza parallela finiscono per perdere il senso di cosa sia realmente la vita altrui. In chat ci si può insultare, ci si può diffamare, si può scaricare l'odio più brado senza che la presenza fisica della vittima ti ingeneri alcuna pietà.

Ma nella realtà? Cosa accade quando si è fra esseri veri, in carne e ossa? Cosa accade quando al mio colpo corrisponde una lesione, quando una ferita è uno sbrano da cui non escono né pixel né kbyte ma sangue e materia organica? Qui non siamo davanti a un problema di degrado extraurbano, non regge più la vecchia storia di "non c'è un cinema o un centro culturale". Non prendiamoci in giro, sappiamo benissimo che nei quartieri popolosi delle nostre città il ricorso alla violenza è ormai un'evidenza conclamata e abbagliante, perché il seme consapevolmente interrato prima o dopo ingenera un raccolto, davanti al quale non si può cadere dalle nuvole. Ce lo siamo voluto? Sì, lo penso. Sono anni, ormai, che il barometro virava verso una normalizzazione della violenza, del tutto emersa dallo stato di tabù in cui per lungo tempo era rimasta, salvo esplodere con eclatanti geyser nello splatter di certa cinematografia o nel voyeurismo con cui si sbirciavano i delitti di Novi Ligure, Cogne, Garlasco o Avetrana. C'era una volta un tempo lontano in cui Arancia meccanica faceva notizia e dava scandalo. Adesso è pura regolarità, inutile far finta di ignorarlo. Tanto per cominciare guardiamo al contesto. Il fenomeno epocale delle grandi serie tv ha ridisegnato il valore, il parametro (e il perimetro) della violenza, scoprendo in essa una redditizia miniera di audience. Da Dexter a Deadpool, da Hannibal fino al boom planetario del Trono di Spade, il piccolo schermo ha visto progressivamente aumentare sempre più le dosi di sventramenti, stupri, dettagli macabri ostentatissimi e anzi celebrati come crisma stilistico di un presunto sedicente neo-barocco.

Abbiamo letto entusiastiche critiche in cui la licenza alla violenza più sadica veniva esaltata fra i meriti del prodotto, in nome di una nutrita genia di epigoni dei Quentin Tarantino, dei fratelli Coen e via elencando. Nel frattempo - guarda caso - anche la musica mutava nettamente direzione, e le playlist degli under-20 si riempivano di allucinanti inni alla violenza metropolitana, firmati dagli alfieri della new trap (leggere i testi di queste canzoni vale più di una decina di convegni sul disagio giovanile). A tutto questo si sommi che è la storia globale del pianeta ad aver ingranato (dal 2001, dal crollo delle Twin Towers) la marcia di un imbarbarimento estremo nei toni, nei linguaggi, nelle iconografie, per cui si è azzerato il reciproco rispetto in nome di una crociata contro il politically correct, e tutto è divenuto lecito nel rodeo di homo homini lupus. Tant'è, eccone i frutti. Ci si augura serenamente la morte via social, per svago si pestano di botte anziani e minorati, i ventenni si ammazzano a calci e pugni per dare un senso al sabato sera, il sesso è diventato stupro senza che se ne percepisca più di tanto il vulnus, il linguaggio politico è regredito a costante infamia o minaccia, e voglio vedere chi può dirsene scandalizzato se è il Presidente degli Stati Uniti in persona a lanciarsi in una bordata da macho adolescente ("mi sono fatto un'arma io, che nessuno se l'è mai sognata").

Insisto a dire: sul serio ci stiamo sorprendendo o è solo ipocrisia da copione? Barrare la casella. Siccome l'argomento è serio e cominciano a contarsi i morti, forse potremmo cominciare a farci domande su come salvarci dalla cancrena. La deriva estrema dei linguaggi, la separazione fra virtuale e reale, l'esigenza di regole comportamentali diverse fra web e vita vera, l'alfabetizzazione alle emozioni e ai rapporti... sono temi essenziali e urgenti, da cui discende che sopprimere la vita altrui non è come annullare un account. Scusate se è poco.