La coalizione di governo è tuttora priva di una precisa identità politica. Per due ragioni di fondo. La prima rimanda al profilo “cubista” del Movimento 5 Stelle. Un profilo i cui contorni variano a seconda della prospettiva con cui li si guarda. Possono apparire velleitari e confusi quando affastellano slogan privi di agganci con la realtà, oppure innovativi e stimolanti quando prospettano nuove frontiere in campi loro più congeniali, come l’ambiente e la digitalizzazione. In parte era inevitabile per un movimento nato contemporaneamente dal basso, dalla rete locale dei sostenitori, ispirati — ma non guidati — dal blog di Beppe Grillo, e dall’alto, dall’oracolo del fondatore.
Dopo anni di tirocinio parlamentare di apprendistato governativo, il M5S avrebbe dovuto definire una rotta ben definita; e invece continua a navigare a vista, sconcertando i suoi stessi alleati. Ma se le difficoltà di crescita del M5S …
Dopo anni di tirocinio parlamentare di apprendistato governativo, il M5S avrebbe dovuto definire una rotta ben definita; e invece continua a navigare a vista, sconcertando i suoi stessi alleati. Ma se le difficoltà di crescita del M5S …
La coalizione di governo è tuttora priva di una precisa identità politica. Per due ragioni di fondo. La prima rimanda al profilo “cubista” del Movimento 5 Stelle. Un profilo i cui contorni variano a seconda della prospettiva con cui li si guarda. Possono apparire velleitari e confusi quando affastellano slogan privi di agganci con la realtà, oppure innovativi e stimolanti quando prospettano nuove frontiere in campi loro più congeniali, come l’ambiente e la digitalizzazione. In parte era inevitabile per un movimento nato contemporaneamente dal basso, dalla rete locale dei sostenitori, ispirati — ma non guidati — dal blog di Beppe Grillo, e dall’alto, dall’oracolo del fondatore.
Dopo anni di tirocinio parlamentare di apprendistato governativo, il M5S avrebbe dovuto definire una rotta ben definita; e invece continua a navigare a vista, sconcertando i suoi stessi alleati. Ma se le difficoltà di crescita del M5S erano da mettere in conto, è l’indeterminatezza del Pd, e la sua difficoltà ad incidere sull’azione dell’esecutivo, a sconcertare. L’esperienza di tanti politici navigati e la competenza di parlamentari di lungo corso davano al Pd un indubbio vantaggio competitivo nei confronti dei pentastellati.
All’inizio del governo Conte 2 era prevedibile una egemonia di fatto del partito di Zingaretti, simile a quella esercitata dalla Lega nel periodo dell’esecutivo giallo-verde. Invece il Pd ha dovuto cedere, passo dopo passo, su molti punti qualificanti, a partire dai decreti sicurezza di salviniana memoria. Come mai? Non c’entra nulla la presunta debolezza della leadership di Zingaretti.
Il segretario del Pd ha caratteristiche dialogiche e concilianti, non ama calarsi l’elmo del guerriero; e in una politica inquinata dagli strepiti televisivi questo appare più un difetto che un pregio. Piuttosto, le cause delle difficoltà del Partito Democratico vanno fatte risalire alla dura realtà dei numeri. Forse si dimentica che tra Pd e 5Stelle c’è un divario enorme. Non solo i pentastellati sono il doppio dei democratici alla Camera, ma sono quasi il triplo al Senato: 95 contro 35. La scissione di Matteo Renzi ha dissanguato il gruppo parlamentare democratico, soprattutto al Senato dove gli ha sottratto un terzo dei suoi membri. Questo significa che nelle commissioni i democratici si trovano in netta minoranza e stentano a controbilanciare il peso dei colleghi pentastellati. Questa oggettiva debolezza rende faticosa e inevitabilmente opaca l’azione dei democratici. Tale handicap potrebbe essere superato grazie a quelle caratteristiche di maggiore competenza ed esperienza richiamate sopra. In effetti, e per fortuna, questa attività di guida è stata esercitata nell’ambito più importante, quello economico. Le energie del Pd si sono concentrate su questo fronte e, grazie in particolare, ma non solo, all’azione del ministro dell’economia, Roberto Gaultieri, il sistema ha retto la prova del bilancio, l’anno scorso, dissolvendo il clima di perplessità e sfiducia che aleggiava nei mercati e nell’Unione Europea. Proprio la serietà e il rigore con cui era stata gestita la legge finanziaria hanno posto le premesse per il successo delle nostre richieste nelle trattative del Recovery Fund.
Tutto questo però non basta. Il Pd stenta a lasciare il segno e non riesce a superare il suo status di junior partner, a causa delle proprie contraddizioni, ancora presenti dopo la scissione. Non è chiaro se la sua stella polare sia quella del cosiddetto riformismo, cioè l’acquiescenza controriformista al mainstream neoliberista, come invocano gli ex renziani rimasti nel partito, oppure quella della giustizia sociale e della riduzione delle diseguaglianze. L’attitudine al compromesso del segretario ha portato la pace in un partito dilaniato dai conflitti. Ma senza una scelta strategica e ideale il Pd rimane, ancora una volta, in mezzo al guado.
Dopo anni di tirocinio parlamentare di apprendistato governativo, il M5S avrebbe dovuto definire una rotta ben definita; e invece continua a navigare a vista, sconcertando i suoi stessi alleati. Ma se le difficoltà di crescita del M5S erano da mettere in conto, è l’indeterminatezza del Pd, e la sua difficoltà ad incidere sull’azione dell’esecutivo, a sconcertare. L’esperienza di tanti politici navigati e la competenza di parlamentari di lungo corso davano al Pd un indubbio vantaggio competitivo nei confronti dei pentastellati.
All’inizio del governo Conte 2 era prevedibile una egemonia di fatto del partito di Zingaretti, simile a quella esercitata dalla Lega nel periodo dell’esecutivo giallo-verde. Invece il Pd ha dovuto cedere, passo dopo passo, su molti punti qualificanti, a partire dai decreti sicurezza di salviniana memoria. Come mai? Non c’entra nulla la presunta debolezza della leadership di Zingaretti.
Il segretario del Pd ha caratteristiche dialogiche e concilianti, non ama calarsi l’elmo del guerriero; e in una politica inquinata dagli strepiti televisivi questo appare più un difetto che un pregio. Piuttosto, le cause delle difficoltà del Partito Democratico vanno fatte risalire alla dura realtà dei numeri. Forse si dimentica che tra Pd e 5Stelle c’è un divario enorme. Non solo i pentastellati sono il doppio dei democratici alla Camera, ma sono quasi il triplo al Senato: 95 contro 35. La scissione di Matteo Renzi ha dissanguato il gruppo parlamentare democratico, soprattutto al Senato dove gli ha sottratto un terzo dei suoi membri. Questo significa che nelle commissioni i democratici si trovano in netta minoranza e stentano a controbilanciare il peso dei colleghi pentastellati. Questa oggettiva debolezza rende faticosa e inevitabilmente opaca l’azione dei democratici. Tale handicap potrebbe essere superato grazie a quelle caratteristiche di maggiore competenza ed esperienza richiamate sopra. In effetti, e per fortuna, questa attività di guida è stata esercitata nell’ambito più importante, quello economico. Le energie del Pd si sono concentrate su questo fronte e, grazie in particolare, ma non solo, all’azione del ministro dell’economia, Roberto Gaultieri, il sistema ha retto la prova del bilancio, l’anno scorso, dissolvendo il clima di perplessità e sfiducia che aleggiava nei mercati e nell’Unione Europea. Proprio la serietà e il rigore con cui era stata gestita la legge finanziaria hanno posto le premesse per il successo delle nostre richieste nelle trattative del Recovery Fund.
Tutto questo però non basta. Il Pd stenta a lasciare il segno e non riesce a superare il suo status di junior partner, a causa delle proprie contraddizioni, ancora presenti dopo la scissione. Non è chiaro se la sua stella polare sia quella del cosiddetto riformismo, cioè l’acquiescenza controriformista al mainstream neoliberista, come invocano gli ex renziani rimasti nel partito, oppure quella della giustizia sociale e della riduzione delle diseguaglianze. L’attitudine al compromesso del segretario ha portato la pace in un partito dilaniato dai conflitti. Ma senza una scelta strategica e ideale il Pd rimane, ancora una volta, in mezzo al guado.