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(ansa)

Riapre la scuola, è il tempo della presenza

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Uno stato prolungato di incertezza può mettere in scacco il pensiero. Può perfino annichilirlo, fino ad arrestare il moto. Eppure il proprio del pensiero è adoperarsi per formulare soluzioni possibili per l’io quanto alle situazioni esterne. Tanto più sono complesse tanto più si ingegnerà a risolverle per ricavare comunque la soddisfazione necessaria all’esistenza. È un caso che potremmo definire di disponibilità al lavoro.

Oggi più che mai è richiesta una tale disponibilità, innanzitutto di pensiero, ai docenti e ai discenti, perché la scuola possa accadere. La scuola non è un automatismo (sebbene ve ne siano alcuni di buoni) e non è nemmeno burocrazia (sebbene essa torni utile nel normarne la vita), è piuttosto un accadere reso possibile dai suoi protagonisti, studenti e insegnanti, uniti fra loro da una stretta interdipendenza: senza allievo non si dà docente…
Uno stato prolungato di incertezza può mettere in scacco il pensiero. Può perfino annichilirlo, fino ad arrestare il moto. Eppure il proprio del pensiero è adoperarsi per formulare soluzioni possibili per l’io quanto alle situazioni esterne. Tanto più sono complesse tanto più si ingegnerà a risolverle per ricavare comunque la soddisfazione necessaria all’esistenza. È un caso che potremmo definire di disponibilità al lavoro.

Oggi più che mai è richiesta una tale disponibilità, innanzitutto di pensiero, ai docenti e ai discenti, perché la scuola possa accadere. La scuola non è un automatismo (sebbene ve ne siano alcuni di buoni) e non è nemmeno burocrazia (sebbene essa torni utile nel normarne la vita), è piuttosto un accadere reso possibile dai suoi protagonisti, studenti e insegnanti, uniti fra loro da una stretta interdipendenza: senza allievo non si dà docente e senza docente non si dà allievo. Si impara e si insegna, infatti, solo dentro un rapporto, in una reciprocità dinamica.

Insegnare non è mai un puro travaso di saperi tra terminali, come se fosse caricare dati su una chiavetta o trasferirli da un computer a un altro. Allo stesso modo imparare non è un puro assimilare qualcosa dall’esterno, non avviene in modo passivo come il passaggio di un soluto attraverso una membrana semipermeabile. Insegnare implica e include ricevere qualcosa dall’alunno così come imparare implica e include offrire qualcosa all’insegnante.

A scuola accade infatti uno scambio, che risulta tanto più fruttuoso quanto più è partecipato e inclusivo dei contributi individuali. I materiali portati in classe da ciascuno e messi a fattor comune sono molteplici: quando la mattina si entra ognuno porta con sé e apporta conoscenze, passioni, desideri, preoccupazioni, curiosità. Perché si dia scuola occorre pertanto la disponibilità a questo rapporto da parte di entrambi i protagonisti, soprattutto oggi con una ripartenza così complessa per il recente passato, non ancora del tutto passato, e così preoccupata per le incertezze del futuro.

Se in questa situazione da una parte è lecito e doveroso chiedere a gran voce alle Istituzioni che forniscano indicazioni chiare, piani realizzabili e strumenti efficaci per affrontare l’anno in serenità e sicurezza, dall’altra c’è una disposizione personale che è chiesta direttamente ai protagonisti della scuola, a ciascuno di loro. Che nessuno, in cattedra o sui banchi qualunque forma essi assumano, si renda assente per indisposizione affettiva, ossia per quello stato psichico che si alimenta di improduttive lamentele e paralizzanti paure ostacolando la ricerca di soluzioni.

È piuttosto il tempo della presenza. Essa si fonda sulla certezza che se è vero che esistono condizioni che favoriscono la scuola e altre che la disagiano, non esistono pre-condizioni che la rendano impossibile. Abbiamo già visto durante il lockdown come la disponibilità a quella forma particolare di rapporto che porta in frutto l’apprendimento sia in grado di aprire alla creatività, all’iniziativa individuale e di istituto, alla costruzione di percorsi nuovi e imprevisti.

La scuola riparte oggi come non avrebbe dovuto, maltrattata e abbandonata, ma il suo punto di forza restano le donne e gli uomini, giovani e più avanti nella vita, che la costruiscono giorno per giorno. Senza farsi scoraggiare dai messaggi confondenti degli esperti e dalle cangianti norme imposte, sapranno attingere alle loro risorse di pensiero per dare nuove e concrete forme alla possibilità di imparare. Ora tocca a loro, e li aspetta un’avventura più entusiasmante che preoccupante.

Non lasciamoli soli però, come singoli cittadini e come Governo. Glielo dobbiamo: il loro lavoro porterà vantaggio a tutti, alle famiglie e alla società intera. Perché una scuola ben fatta capitalizza sul passato, aiuta a comprendere il presente, ancora di più quando esso è complesso, e pone le basi necessarie per la costruzione della futura città degli uomini. Non c’è infatti futuro senza scuola. Adoperiamoci tutti perché non ci sia una scuola senza futuro.

*Luigi Ballerini, psicanalista per adolescenti