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Animalia. La zecca, il parassita che prende la vita con filosofia

È capace di stare a digiuno per 18 anni in attesa dell'animale perfetto su cui alloggiare. I suoi destinatari naturali sono scoiattoli, porscospini ma anche altri mammiferi che lei riconosce attraverso fiuto (il loro naso sta sulle zampe) e calore. I maschi della specie rischiano di esplodere per il troppo sangue succhiato, le femmine no: a loro serve tutto il nutrimento possibile per portare a termine la maturazione di migliaia di uova. Per la loro capacità di saper aspettare, questi acari hanno affascinato grandi pensatori, da Heidegger a Deleuze, i cui studi dimostrano come l'entomologia possa rispondere a molti quesiti di Teoria politica Leggi anche Animalia. Quella pulce è una star. Parola di premio Nobel
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“Fra tutti gli animali sono proprio i parassiti quelli che dovremmo ammirare per l’originalità delle invenzioni scritte nella loro anatomia, nella loro fisiologia e nelle loro abitudini. Non li ammiriamo perché sono fastidiosi o nocivi, ma una volta superato questo preconcetto ci si apre un campo in cui, veramente, la realtà scavalca la fantasia”. Così scrive Primo Levi in Il salto della pulce. Si tratta di una riflessione che sino a qualche decennio fa era patrimonio solo di chi studiava, o praticava, discipline come la biologia, la chimica o l’etologia, perché l’antropocentrismo spingeva tutti gli altri a vedere l’uomo al vertice del sistema naturale, signore e padrone del Pianeta, suo incontrollato sfruttatore.

Da quando con l’ecologia, nata come idea condivisa da milioni di persone solo nella seconda metà degli anni Sessanta del XX secolo, e con l’avvento della visione dell’Antropocene…
“Fra tutti gli animali sono proprio i parassiti quelli che dovremmo ammirare per l’originalità delle invenzioni scritte nella loro anatomia, nella loro fisiologia e nelle loro abitudini. Non li ammiriamo perché sono fastidiosi o nocivi, ma una volta superato questo preconcetto ci si apre un campo in cui, veramente, la realtà scavalca la fantasia”. Così scrive Primo Levi in Il salto della pulce. Si tratta di una riflessione che sino a qualche decennio fa era patrimonio solo di chi studiava, o praticava, discipline come la biologia, la chimica o l’etologia, perché l’antropocentrismo spingeva tutti gli altri a vedere l’uomo al vertice del sistema naturale, signore e padrone del Pianeta, suo incontrollato sfruttatore.

Da quando con l’ecologia, nata come idea condivisa da milioni di persone solo nella seconda metà degli anni Sessanta del XX secolo, e con l’avvento della visione dell’Antropocene, divulgata dall’anno 2000 dal premio Nobel per la chimica atmosferica Paul Crutzen, si è cominciato a guardare in modo diverso il sistema-Terra e a considerare in modo differente lo stesso mondo degli insetti, parassiti compresi.

Levi possedeva uno sguardo particolare che lo ha portato da appassionato di biologia a scrivere di ragni, pulci, parassiti e altri esseri viventi a partire dagli anni Settanta del XX secolo. Del resto, è proprio questo suo sguardo differente, straniante e paradossale, che gli ha permesso di vedere il Lager nazista in un modo originale rispetto a tutti gli altri deportati. Insomma, il discorso sui parassiti, i nostri “piccoli coinquilini”, come li chiama Karl von Frisch, è più complesso di come lo vediamo solitamente.

Prendiamo la zecca. Si tratta di un insetto assai diffuso in Europa; ad esempio quella dei cani, che appartiene alla famiglia degli ixodidi (un sottordine di acari, che comprende tre famiglie di zecche), tra le più consuete per gli umani frequentatori di animali. La sua forma è variabile, dice von Frisch: a stomaco pieno e a stomaco vuoto. Nella seconda versione si presenta come un minuscolo dischetto bruno, che procede sulle sue otto zampe; se lo si lascia parassitare sulla nostra pelle, si sistema e, ancorata la sua proboscide alla pelle dell’ospite, succhia con continuità fino a che diventa un sacchetto delle dimensioni di un pisello.

Gli acari sono dei parassiti come altri insetti, dato che vivono in simbiosi con cavallette, farfalle e altri insetti cui s’attaccano. Esiste, ad esempio, l’acaro delle api mellifere che staziona nei condotti respiratori di questo insetto, cosi può infettare e distruggere interi alveari. Von Frisch segnala nelle sue pagine dedicate alle zecche che esistono molte altre specie di piccole dimensioni, che vengono viste solo dagli osservatori attenti e interessati, ma che possono provocare danni assai gravi; la grande maggioranza di esse, scrive, “segue piste segrete sulla terra e nell’acqua senza incrociare l’uomo”. Dopo l’arrivo del Covid 19 abbiamo capito che il problema è proprio quello di stare alla larga da creature del genere, che abitano in grotte o recessi remoti, dove difficilmente gli esseri umani si dovrebbero avventurare, come suggerisce implicitamente David Quammen in Spillover (Adelphi).

Le zecche sono dei giganti nella popolazione degli acari; le femmine sono più voraci dei maschi e possiedono anche un drappeggio più ricco sulla pelle; la loro pelle è estendibile perché corrugata, e non rischia, come per i maschi, d’esplodere per il troppo sangue succhiato. Perché tanta voracità? La ragione risiede nelle migliaia di uova che le femmine devono portare a maturazione. Di solito quando è piena la femmina stacca la proboscide e si lascia cadere a terra. Nel piano della Natura, scrive lo zoologo austriaco, le zecche non sono destinate a diventare coinquiline dell’uomo, eppure possono arrivare a noi attraverso i cani. I loro destinatari “naturali” sono gli scoiattoli, i porcospini e altri piccoli mammiferi. Ma poiché anche noi siamo tali, seppur più grandi, ma non grandissimi, il rischio lo corriamo se ci aggiriamo in ambienti dove sono presenti gli animali selvatici. Dato che l’uomo oggi va dappertutto, le zecche sono lì ad attenderci.

Tutto questo non ricoprirebbe un interesse particolare, se non fosse che in Dodici piccoli coinquilini (traduzione italiana di Patrizia d’Alessio) von Frisch riesce, con la sua solita bravura, a raccontare il decorso dell’esistenza di una zecca. Dopo essersi staccati dall’ospite questa trascorre quattrodici giorni, in cui depone le uova, poi le trasporta sulla schiena e sul capo, quindi, ricoperta dei suoi “piccoli”, esala l’ultimo respiro e muore. Le zecchette sgusciano fuori dal loro uovo munite solo di sei zampe, l’ultimo paio gli cresce infatti dopo. Cosa mangiano? Si nutrono del sangue delle lucertole e dei serpenti, e si spostano sui piccoli degli uccelli che nidificano a terra; solo in seguito cercano un mammifero. Una cosa in apparenza semplice e qui lo zoologo ha un guizzo nello spiegare la vita della piccola zecca: “immaginiamo di essere una minuscola zecca…”.

La scienza si fa con l’empatia, indossando i panni di un altro? Non so se sia vero per un chimico o per un fisico, che si occupa di particelle elementari, molecole e atomi, ma per un biologo o uno zoologo probabilmente sì. Mettersi-al-posto-di è fondamentale per capire l’altro, sia esso un nostro simile che un insetto, come in questo caso. Non facile, a volte persino impossibile, quando si tratta di un altro essere umano, eppure ci si può provare, come del resto fa la psicologia. La piccola zecca si trova in mezzo all’erba o su foglie basse, non ha trovato una lucertola su cui salire e non passa di lì nessuna volpe. Se fossimo al suo posto, dice lo zoologo, forse ci abbandonerebbe la voglia di vivere, e ci lasceremmo andare? Sono domande che in altro modo Primo Levi si è posto in Se questo è un uomo davanti ai cosiddetti “mussulmani”, coloro che nel Lager perdevano la voglia di sopravvivere e, dopo aver superato la prima selezione all’ingresso, non reggevano l’impatto col campo, con la lotta continua per la vita, e si lasciavano morire. Se volete leggere delle pagine su cosa sia un “parassita” umano nel Lager, quello che si chiama “salvato”, basta leggere le quattro storie esemplificatrici contenute nel capitolo “I sommersi e i salvati” del suo primo libro.

Ma andiamo avanti con la piccola zecca. La zecchina deve per forza aspettare. Quanto? La selezione naturale l’ha fornita di una risorsa formidabile: può digiunare a lungo, e quindi molto. Uno sperimentatore che non credeva a questa capacità di resistenza ha tagliato ad alcune zecche la testa in modo che non potessero consumare un pasto. Così, prive del capo sono vissute quattro anni e alla fine sono morte di morte naturale. Questa è la ragione per cui le uova delle zecche sono così tante: gli animali con scarse possibilità di sopravvivenza hanno delle discendenze particolarmente numerose. Anche la nostra piccolina ha però delle limitazioni: non ha occhi. Allora come farà a individuare il potenziale ospite? Fiuto.

Gli organi olfattivi si trovano in minuscole fossette in prossimità delle punte del suo primo paio di zampette. Per questo sta con queste levate in aria e le agita lentamente per fiutare la preda appena sente qualche odore. Ha anche un’altra capacità: percepisce il calore. Se si mettono delle zecche su un foglio di carta e li si pone a distanza di qualche centimetro da un oggetto caldo, tutte si dirigono verso la fonte di calore. Ecco perché a volte cadono sul capo di animali che transitano nei pressi. Stanno in attesa anche anni.

Ora le zecche sono nocive: portano malattie pericolose, come si sa. Secondo von Frisch è una cosa recente. Le trasmettono perché parassitando altri animali, recano i virus con sé; ad esempio, provocano forme di meningite, sovente mortali. Solo alla fine dell’Ottocento si è scoperta la presenza di elementi patogeni nelle zecche insediate nella popolazione bovina. Da allora gli studi su questo sono andati aumentando. Il minimo che può accadere, se si è punti, è di avere delle infezioni. Questo è dovuto alla particolare saliva e alle feci delle zecche.

La zecca è stata un oggetto di studio di un curioso studioso nato in Estonia, ma vissuto in Germania, Jakob von Uexküll, che è considerato da molti il fondatore della etologia contemporanea, citato da Martin Heidegger e anche da Gilles Deleuze. Il suo libro più noto, Ambienti animali e ambienti umani (Quodlibet), scritto nel 1933, fonda il concetto stesso di “ambiente” intendendo con questo lo spazio in cui vive una determinata specie (paguro, volpe, talpa e zecca sono gli animali esaminati nel volume). L’idea è che la comprensione stessa dell’animale non è possibile senza includere il mondo o ambiente in cui questo vive.

Nella traduzione recente di questa opera Marco Mazzeo (era stata tradotta in precedenza in italiano, ma senza suscitare molta attenzione) ricostruisce il percorso scientifico di Uexküll, che, pur non diventando un “intellettuale organico allo Stato nazista”, fu senza dubbio un sostenitore di Hitler, da lui ritenuto il rimedio contro la decadenza della Germania del proprio tempo. Nell’introduzione il biologo tedesco parla ampiamente della zecca definita da lui “brigante di strada”, alludendo con questo alla tecnica dell’agguato con cui l’acaro sale e si lascia cadere sulle sue vittime, e quindi ne sugge il sangue. Attirata dall’acido butirrico, prodotto dai follicoli sebacei prodotti da tutti i mammiferi, la zecca precipita con movimento inerziale sulla sua preda. Dell’intero ricco mondo che circonda la zecca nel bosco, o in un campo, tutto si riduce a una struttura elementare, così che è proprio questa limitazione a costituire l’ambiente in cui l’insetto può sopravvivere e operare per nutrirsi e riprodursi.

Il biologo tedesco cita casi di zecche tenute in laboratori e che hanno digiunato per diciotto anni in attesa di raggiungere l’ospite, di cui nutrirsi. Nessun essere umano può farlo e questo, scrive Uexküll, significa che “il nostro tempo è composto da una serie di istanti, cioè da segmenti temporali molto brevi all’interno dei quali il mondo non presenta cambiamento”. Durante questo intervallo, che noi chiamiamo istante, “il mondo è fermo”. Per la specie umana egli calcola che l’istante abbia la durata di un diciottesimo di secondo. La zecca, invece, in questa attesa si trova in uno stato simile a quello del sonno, che anche per gli uomini costituisce un’interruzione della scansione temporale. Solo il passaggio di un mammifero, e grazie all’acido butirrico, la bella addormentata nel bosco, o nei prati, si sveglia e agisce. La conclusione è molto interessante: “La nostra impressione è che il tempo faccia da contenitore per qualunque avvenimento e che, di conseguenza sia l’unico elemento stabile nel continuo fluire degli avvenimenti”.

L’idea di “ambiente” permette al biologo tedesco di sostenere che è il soggetto a dominare il tempo del suo ambiente: “senza il soggetto vivente, il tempo non può esistere”. Dal che si può capire perché Martin Heidegger abbia apprezzato l’opera di questo studioso. Insomma, muovendo dalla zecca si aprono molte riflessioni anche di ordine filosofico. Un altro filosofo, il francese Gilles Deleuze, dialogando con Claire Parnet (in Abecedario, Ombre Corte), riprende l’immagine di un insetto che ha solo tre elementi fondanti, tre stimoli (calore, odore, cibo), all’interno di una natura che appare invece immensa. L’insetto ha selezionato questi tre elementi, e questo costituisce il suo ambiente di parassita. E gli esseri umani, quali sono gli elementi che costituiscono il suo ambiente? E non sono forse anch’essi dei parassiti, seppur di altro tipo? Per saperlo bisogna leggere Ambienti animali e ambienti umani. Siamo riducibili agli insetti, oppure il nostro punto di vista è completamente diverso, complicato come il labirinto di Cnosso? Non sono risposte che può darci la biologia da sola; implicano vari ambiti, tra cui persino la teoria dello Stato, come scrive alla fine della prefazione del volume Marco Mazzeo. Tanti problemi sollevati dall’entomologia e anche dalla teoria politica. Che queste siano due discipline destinate a incontrarsi, o invece l’hanno già fatto ottanta anni fa senza che noi lo sapessimo?