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Il ministro degli Affari esteri, Enzo Amendola, a Palazzo Chigi per una riunione sul Recovery Fund (ansa)

Recovery Fund, il piano sbagliato

405 progetti sono la base su cui costruire la nostra richiesta di aiuti all'Europa, e incarnano tutti gli errori dell'approccio scelto. Un terzo riguarda la digitalizzazione. Mancano tante piccole cose che costano poco e migliorerebbero la qualità della vita dei cittadini, che tutto sommato è ciò che conta
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Il 13 settembre è uscito un elenco di 405 progetti per il Recovery Fund. Il ministro Amendola ha chiarito che si riferisce a uno stadio iniziale dei lavori. Ne prendiamo atto, tuttavia questi progetti sono la base grezza su cui costruire la nostra richiesta all'Europa, e incarnano tutti gli errori dell'approccio scelto. I progetti da finanziare non dovrebbero essere scelti con un concorso di bellezza. Questo metodo spinge le amministrazioni a tirare fuori dal cassetto ogni progetto possibile, nella speranza che almeno qualcosa venga accettato, e le scoraggia dal coordinarsi, perché temono che così facendo i soldi vadano "all'altro". Inoltre i progetti a costo zero o quasi, che spesso sono i più utili, sono controproducenti: meglio "prima arraffare, poi pensarci" che rimanere a mani vuote.

A Roma anche i muri sanno quali ministeri e quali strutture sono in grado di presentare e attuare progetti e quali no. Il ministero dell&#…
Il 13 settembre è uscito un elenco di 405 progetti per il Recovery Fund. Il ministro Amendola ha chiarito che si riferisce a uno stadio iniziale dei lavori. Ne prendiamo atto, tuttavia questi progetti sono la base grezza su cui costruire la nostra richiesta all'Europa, e incarnano tutti gli errori dell'approccio scelto. I progetti da finanziare non dovrebbero essere scelti con un concorso di bellezza. Questo metodo spinge le amministrazioni a tirare fuori dal cassetto ogni progetto possibile, nella speranza che almeno qualcosa venga accettato, e le scoraggia dal coordinarsi, perché temono che così facendo i soldi vadano "all'altro". Inoltre i progetti a costo zero o quasi, che spesso sono i più utili, sono controproducenti: meglio "prima arraffare, poi pensarci" che rimanere a mani vuote.

A Roma anche i muri sanno quali ministeri e quali strutture sono in grado di presentare e attuare progetti e quali no. Il ministero dell'Economia avrebbe dovuto prendere la leadership e chiedere alle amministrazioni in grado di farlo di coordinarsi per presentare proposte su problemi ben individuati. Infine, e in questo il governo è stato sviato dalla Commissione europea, sembra che l'unico modo per far crescere l'economia sia digitalizzarla. È chiaro che le amministrazioni hanno ricevuto l'ordine di mettere la parola "digitale" ovunque: un terzo dei progetti e dei fondi richiesti riguarda la digitalizzazione. I progetti su scuola, sanità e cultura dimostrano i guasti di questa ossessione, della mancanza di coordinamento, e dell'affidare la progettualità ad amministrazioni che ne sono incapaci.

Puntualmente a scuole iniziate, il ministro dell'Istruzione ogni anno "scopre" che ci sono migliaia di cattedre vacanti, che spesso "ballano" un anno intero. L'effetto sui ragazzi è devastante. Per ovviare a questo problema basterebbe un pc da poche centinaia di euro, e partire in tempo con i concorsi e le assegnazioni delle cattedre. Invece il ministero dell'Istruzione chiede 2,7 miliardi per la digitalizzazione delle scuole, e un miliardo per il progetto "Ecosistema delle competenze digitali nella scuola". Il ministero dello Sviluppo economico fa lo stesso: 2 miliardi per un "Piano voucher di connettività per famiglie e imprese" e 600 milioni per "voucher a sostegno della domanda di connettività a banda ultralarga per famiglie con figli in età scolare". Il ministero dell'Innovazione chiede 5 miliardi per dare un pc o tablet a ognuna delle 7,5 milioni di famiglie che ne risulterebbero prive. E un miliardo per il "servizio civile digitale", la "casa della cultura digitale", la creazione di una "comunità di responsabili della transizione digitale" e l'introduzione "dell'insegnamento dell'educazione alla cittadinanza digitale". Il ministero per il Sud chiede un altro miliardo per il progetto "One-to-one": 10.000 giovani impegnati per 18 mesi nell'alfabetizzazione informatica di genitori di bambini in età scolare. Si sono sprecati mesi ed energie su queste amenità mentre i problemi della scuola restano sempre gli stessi da anni.

Per la digitalizzazione in campo sanitario si chiedono 23 miliardi (un punto e mezzo di Pil), in aggiunta ai 32 miliardi per spesa sanitaria non digitale. Eppure, gli enormi problemi emersi nella sanità lombarda nell'affrontare la pandemia avevano ben poco a che fare con la digitalizzazione, e quel poco non ha bisogno di più di poche decine di milioni per essere corretto.

Il ministero dei Beni culturali chiede 2,5 miliardi per la digitalizzazione del patrimonio culturale, e mezzo miliardo per la connettività wi-fi di musei e siti archeologici. Ma a tutt'oggi non riesce a fare funzionare in modo decente i siti web dei musei, che pure si venderebbero da soli data la ricchezza del patrimonio artistico. Per non parlare del sito web Italia.it, costato decine di milioni e mai decollato in venti anni. Chi scrive ha esperienza diretta di tutto ciò. L'Inps è l'istituzione italiana più digitalizzata, e già oggi è in grado di fornire a tutti i propri dipendenti un pc portatile: per risolvere i suoi problemi non ha bisogno di più computer o più banda, ma di una diversa organizzazione del lavoro, di procedure diverse, di meno bizantinismo nelle leggi che la regolano. Qualche anno fa il ministero della Funzione pubblica non fu in grado di usare il programma Excel per mappare le società partecipate pubbliche; eppure i dati erano disponibili a chiunque avesse avuto la pazienza di cercarli, e bastò un mese a un neolaureato con un pc portatile per creare la mappa.

In tante zone il tasso di disoccupazione giovanile è superiore al 50 percento, eppure nei progetti non c'è quasi niente che riguardi ciò di cui l'Italia ha più bisogno: migliorare la qualità della vita nelle città e nelle periferie. Con pochi miliardi si costruiscono migliaia di campetti da calcio, pallavolo, pallacanestro, piscine, che darebbero l'opportunità ai ragazzi di stare fuori dalle strade invece che passare le serate a cercare la rissa. Si dirà: l'Europa ci chiede spese che facciano crescere il Pil, i campetti di calcio di periferia non servono a questo. Chi lo dice? A lungo andare è perfettamente possibile che tenere una generazione lontana dalle gang e darle fiducia in se stessa possa avere un impatto enorme sulla crescita. Inoltre, manutenere i campetti invece di abbandonarli al degrado dopo aver tagliato il nastro crea occupazione e reddito. Così come tappare le buche delle strade riduce gli incidenti e aumenta l'occupazione.

Sono solo esempi di tante piccole cose che costano poco, ma non passerebbero mai la selezione in un concorso di bellezza. Eppure migliorerebbero la qualità della vita, che tutto sommato è ciò che conta, molto più dei tanti progetti dal titolo roboante che ci verranno propinati. E chissà, potrebbero anche fare crescere il Pil più che digitalizzare ogni aspetto della nostra vita.