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La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen 

Europa, quanto ci manca l’Unione

Il metodo di gestione intergovernativo rafforza il peso delle differenze fra singole nazioni e così rallenta il percorso verso una autentica politica collettiva in settori chiave dell'agenda internazionale
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Ma l'Europa dov'è? Che cosa fa per noi? Gli oltre 200 miliardi che il Recovery Fund mette a disposizione dell'Italia per il superamento della crisi Covid hanno tappato le bocche ora non più urlanti dei nazional-sovranisti nostrani. Perfino Meloni e Salvini sono ridotti a polemiche di retroguardia sui tempi effettivi dell'operazione di rilancio ma senza poter disconoscere che, nel caso specifico, l'Italia ha ottenuto crediti e sussidi più di tutti gli altri Paesi e proprio da parte di quella Ue così detestata dai patrioti della destra di italica stirpe. Un risultato politico ed economico che sul fronte europeista, non solo domestico, ha suscitato grandi entusiasmi all'insegna di una svolta strategica che segnerebbe insieme alla ritrovata solidarietà economica fra i soci dell'Ue anche la ripresa del cammino verso l'obiettivo storico di un'Unione federale.

Assai più attento e prudente è stato però…
Ma l'Europa dov'è? Che cosa fa per noi? Gli oltre 200 miliardi che il Recovery Fund mette a disposizione dell'Italia per il superamento della crisi Covid hanno tappato le bocche ora non più urlanti dei nazional-sovranisti nostrani. Perfino Meloni e Salvini sono ridotti a polemiche di retroguardia sui tempi effettivi dell'operazione di rilancio ma senza poter disconoscere che, nel caso specifico, l'Italia ha ottenuto crediti e sussidi più di tutti gli altri Paesi e proprio da parte di quella Ue così detestata dai patrioti della destra di italica stirpe. Un risultato politico ed economico che sul fronte europeista, non solo domestico, ha suscitato grandi entusiasmi all'insegna di una svolta strategica che segnerebbe insieme alla ritrovata solidarietà economica fra i soci dell'Ue anche la ripresa del cammino verso l'obiettivo storico di un'Unione federale.

Assai più attento e prudente è stato però il commento della presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, la quale si è limitata a dichiarare che il grande piano di rilancio economico dimostra essenzialmente un dato di fatto: "Che l'Europa c'è quando è necessario che ci sia". Affermazione dalla logica ambivalente perché implica che soltanto uno stato di necessità davvero grave, come lo è quello della pandemia in corso, consente a questa Europa di fare dei reali passi in avanti. Sembra così giunto il momento favorevole per sgombrare il campo da un equivoco anche lessicale che inquina da tempo il dibattito su presente e futuro del vecchio continente. L'uso indifferenziato della parola Europa e del termine Unione, quasi fossero sinonimi, alimenta una confusione concettuale tra fine e mezzo che serve solo a rendere meno decifrabili e più complicati i problemi che frenano il processo di integrazione continentale. L'Europa come tale è ancora oggi - per dirla alla Metternich - poco più di una "espressione geografica". Anche perché il metodo di gestione intergovernativo dell'Unione tende a rafforzare il peso delle differenze fra singole nazioni e così rallenta o blocca il percorso verso l'elaborazione di una autentica politica collettiva in settori chiave dell'agenda internazionale.

Dichiarare la propria disillusione sul ruolo dell'Europa senza addentrarsi sulle regole di vita dell'Unione, come fa anche l'amico Cacciari, è segno di strabismo politico e può servire soltanto a peggiorare la divaricazione fra il sospirato obiettivo unitario e lo stato dell'arte nel cantiere dell'Unione stessa. Altro che continuare a chiedere che cosa l'Europa fa per noi, tocca a noi - intesi come società e classi dirigenti dei singoli Paesi - chiederci che cosa stiamo facendo per l'Europa. In particolare, per il superamento di quei tabù che, ben più e oltre i pur tanto discussi vincoli monetari, condizionano pesantemente il cammino verso la nascita di un soggetto politico sovranazionale degno di essere chiamato Europa. L'architettura istituzionale dell'Unione presenta veri e propri difetti di costruzione tali da rendere impraticabile il processo federativo. Ci sono impalcature che avrebbero dovuto essere provvisorie ma che sono diventate ingombri stabili nel cantiere. Una è il voto unanime su troppi passaggi importanti della vita comunitaria che appiattisce irrealisticamente il peso politico dei singoli soci. Un'altra è effetto della precipitosa strategia di allargamento a 27 che impone a tutto il convoglio la velocità della nave più lenta. O si trova la forza di abbattere questi errori di costruzione oppure l'idea di un'Europa soggetto politico autonomo resterà per sempre quello che è oggi: un'incompiuta.