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(ansa)

Pd, il tempo del coraggio

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Elezioni e crisi del Movimento 5 Stelle
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La forzata euforia per il risultato del referendum sul taglio dei parlamentari è durata meno di 24 ore. Il tempo di qualche selfie sorridente con calici e forbici e il Movimento 5Stelle è tornato all'attività principale degli ultimi mesi: la guerra per bande. Ci sono i governisti, che chiedono di andare avanti con l'esperimento di alleanza del Pd, ma anche i governisti anti-Di Maio, che chiedono la stessa cosa però con il definitivo passo indietro dell'ex capo politico. Ci sono gli anti-governisti pro Di Battista, che ne caldeggiano l'elezione a leader del Movimento insieme alla fine della stagione giallorossa, e gli anti-governisti anti Di Battista, che forse chiedono anch'essi qualcosa ma nel caso vi informeremo più avanti. Tutti chiedono ma non sanno a chi, dato che il M5S un capo non ce l'ha, a meno di non fingere che sia il reggente Vito Crimi, finzione eccessiva persino per l'ormai sperimentato tartufismo grillino.…
La forzata euforia per il risultato del referendum sul taglio dei parlamentari è durata meno di 24 ore. Il tempo di qualche selfie sorridente con calici e forbici e il Movimento 5Stelle è tornato all'attività principale degli ultimi mesi: la guerra per bande. Ci sono i governisti, che chiedono di andare avanti con l'esperimento di alleanza del Pd, ma anche i governisti anti-Di Maio, che chiedono la stessa cosa però con il definitivo passo indietro dell'ex capo politico. Ci sono gli anti-governisti pro Di Battista, che ne caldeggiano l'elezione a leader del Movimento insieme alla fine della stagione giallorossa, e gli anti-governisti anti Di Battista, che forse chiedono anch'essi qualcosa ma nel caso vi informeremo più avanti. Tutti chiedono ma non sanno a chi, dato che il M5S un capo non ce l'ha, a meno di non fingere che sia il reggente Vito Crimi, finzione eccessiva persino per l'ormai sperimentato tartufismo grillino. Anzi, peggio: un capo non c'è e non si sa ancora nemmeno come, quando e se eleggerlo. Stati Generali? Voto su Rousseau? Acclamazione? Un capo unico o un direttorio? Ognuno ha la sua linea e non necessariamente le diverse tesi sull'argomento coincidono con le correnti di cui abbiamo detto. In compenso, quasi tutti i parlamentari 5S sono passati al fronte anti-Casaleggio, ma più per l'ansia di liberarsi del divieto di terzo mandato che per la dignità politica di smettere di rispondere a un dirigente mai eletto e mai eleggibile.

Questa è la fotografia del partito di maggioranza relativa in Parlamento, forte di 294 parlamentari iscritti ai gruppi di Camera e Senato, e che però nel frattempo nel Paese vale da un biennio risultati quasi sempre inferiori al 10 per cento. Un problema per Giuseppe Conte. Un problema per il Pd, che ha vinto le Regionali nonostante l'alleato di governo, volente o nolente, abbia fatto il possibile per favorire l'esito opposto. Governare altri due anni e mezzo con una forza che non ha ancor deciso cosa fare da grande è un problema da non sottovalutare per Nicola Zingaretti. In questo senso il successo alle regionali è persino un rischio per il Pd, quello di cullarsi sulla buona risposta degli elettori per acconciarsi ad andare avanti come è accaduto fin qui: rinviando, sminuendo, trattando al ribasso. Ora, infatti, si ricomincia con il vecchio copione. L'agenda di governo è un incognita: i cittadini potranno sperare in una sanità irrobustita dai fondi del Mes? O prevarrà il veto grillino che porta dritti alla soluzione proposta da Salvini, cioè prendere i soldi dai risparmiatori italiani? Su immigrazione, industria, giustizia, politica estera sono possibili passi avanti comuni? È passato più di un anno dall'insediamento del Conte bis e i decreti Salvini, bandiera della stagione gialloverde, sono ancora al loro posto. Conte ha appena annunciato che è arrivato il momento di cambiarli, ma chissà se il presidente del Consiglio sarebbe stato altrettanto lesto con un risultato diverso in Toscana o in Puglia. Un governo progressista non deve e non può ridursi a sperare nell'estrazione sulla ruota di Firenze per procedere a una modifica che dovrebbe essere nei suoi principi costitutivi.

Il problema per il Pd rianimato dal voto è duplice: da una parte non può pensare che il motore del proprio consenso resti solo la volontà di fare argine alle destre sovraniste, dall'altra dovrebbe chiedersi quanto il M5S condivida questa ansia di arginare l'ultradestra, con la quale ha serenamente governato fino a un anno fa, e fino a che punto un bel pezzo del Movimento sia tuttora parte integrante, per profonda convinzione culturale, di quel campo di forze che si vorrebbero tenere lontano dal governo.
Non è una questione di accademia. Piuttosto, è il rischio di una illusione ottica. Gli elettori non hanno premiato l'alleanza con il M5S, che anzi è stata bocciata nell'unica Regione, la Liguria, in cui si è manifestata anche a livello locale e anche nelle due suppletive in Sardegna e Veneto. Hanno premiato un Pd che Zingaretti ha raccolto esanime e rimesso in pista, depurato di parte dei veleni che lo asfissiavano e ricollocato con nettezza nel suo alveo naturale. La scelta di dar vita al governo, l'unico possibile dopo il default gialloverde, è stata apprezzata. La pazienza dimostrata pure. Ma se il Pd è l'argine al populismo, non può tornare all'andazzo di prima. Perché, oltre tutto, non basterà a vincere la sfida decisiva, quella delle politiche del 2023. La tentazione di alcuni dirigenti del Pd di giocare al piccolo alchimista, formulando coalizioni a tavolino come le potenze vincitrici disegnavano i confini in Medio Oriente dopo la guerra, linee rette e squadrate nel deserto, resta quel che era nell'agosto 2019: un azzardo e una resa. La stessa resa alle ragioni di realismo politico sul referendum, forse primo passo di un pacchetto di riforme ma di certo votato al buio, come è apparso chiaro alla maggioranza degli elettori dem, che ha scelto il No. Con questo M5S che resta ambiguo e conteso, al Pd serve il coraggio di sfidare il populismo anche quando si manifesta con sembianze diverse da quelle di Salvini e Meloni, la lucidità di riflettere sul fatto che anche nelle benemerite vittorie di Michele Emiliano e Vincenzo De Luca c'è più di un cedimento all'arsenale nemico e la convinzione che l'alleanza con il M5S non può procedere come oggi le riforme costituzionali, a furia di correttivi postdatati.